Di Alberto Benzoni

Tanti anni fa, ai tempi della guerra d’Algeria, Albert Camus ricordava costantemente ai suoi interlocutori che “sua madre era algerina”. Cosa voleva dire con questo ? Primo ricordare a se stesso e al mondo la terra in cui era nato e che aveva raccontato nei suoi grandi libri e raccontarla, come dire, nella sua fisicità. Secondo, ricordare ai “trinciatori di giudizi”che l’Algeria era un mondo di persone, la cui trama complessa e dolorosa mal si prestava ad essere interpretata e gestita secondo schemini elaborati a tavolino e da osservatori lontani.

Per inciso, Camus era un avversario deciso e del colonialismo francese e della guerra. Ma bastò questo richiamo sommesso ad una realtà in cui i confini tra ragione e torto, buoni e cattivi, giusto e sbagliato non erano poi così netti a cancellarlo dal “dibattito”. Morì, in un incidente d’auto, nel 1959; gli fu risparmiato il dolore di capire quanto avesse visto giusto. A muoverlo il senso del dovere verso la terra in cui era vissuta sua madre.

Anche mia madre era libanese. Ed esattamente come nel caso di Camus, anche se da un pulpito assai più modesto, scrivo per senso del dovere; per ricambiare, almeno in minima parte, una famiglia e anche un mondo cui devo molto; un mondo che, oggi come ieri, è in costante pericolo di distruzione; e che è descritto, dai giornalisti e dagli opinionisti di casa nostra, con una sufficienza “occidentalista” propriamente insopportabile.

 

Per mia madre, il Libano era il paradiso perduto. Ossessivamente ricordato nei suoi scritti; dove sognava di morire e che non avrebbe più rivisto. Per me era il luogo degli affetti (un bisogno che ha accompagnato tutta la mia vita) e quindi dell’accoglienza. Una accoglienza che cominciava dalle tavole imbandite, a casa nostra e in ogni luogo, ogni possibile cibo preparato per ogni possibile commensale. Per proseguire con i rapporti con negozianti, clienti, pazienti in cui era doveroso parlare a lungo di questo o di quello, prima di arrivare al punto. E ancora di quella che trasformandosi in solidarietà, strutturava i rapporti interpersonali in maglie via via sempre più larghe sino a coprire l’intera nazione.. E soprattutto di quella che ha eletto il Libano terra di rifugio di tutto e di tutti: cristiani di ogni sfumatura (oggi l’unica grande comunità rimasta in Medio Oriente) drusi, armeni, rifugiati di ogni ordine grado dai palestinesi di ieri al milione e mezzo di siriani di oggi.

Per me era anche il luogo della gioia di vivere. Quella di mio nonno che analizzava con il suo barbiere il giornale delle corse prima di presentarsi all’ippodromo, con l’immancabile garofano all’occhiello per assistere ad un evento che gli veniva descritto dal tassista-amico-accompagnatore. E che gustava appieno ogni cibo, ogni passeggiata ed ogni partita a poker (in cui vinceva quasi sempre e senza trucchi). Quella di mio zio (parlo di un drammaturgo noto in tutto il mondo) che rendeva partecipi me e i suoi amici perdigiorno dell’andamento e dei problemi delle sue opere; e di questi stessi amici intenti a discutere all’infinito di marxismo e dei problemi mondiali, ritenendo implicitamente risolti o irrisolvibili i propri. Ma anche quella dei ristoranti in cui l’acqua, bene prezioso e visibile, correva tra i tavolini. O dei villaggi di montagna, illuminati dal tramonto, in cui vedevo i giocatori di tric-trac e i fumatori di narghilè. O di un paesaggio insieme infinito e intimo, in cui si confondevano mare e montagna nella vista e nell’esistenza quotidiana.

Ma anche il luogo (questo l’ho capito naturalmente molto dopo) dove il personale faceva premio sul collettivo e il privato faceva premio sul pubblico. E dove ci si misurava con gli altri, nel bene e nel male, orizzontalmente: famiglie e famiglie, clientele e clientele, clan e clan, religioni e religioni, disegni universali e disegni universali. Perciò un mondo percorso da grandi odi e da grandi amori. Tutto ciò lo percepivo a livello quotidiano. Una capacità di insultare simboleggiata dal “sia maledetta la tua religione”(c’era anche, all’occorrenza, perché faceva rima: ”francese, lecca il culo dello sciacallo”). Delle conservazioni in cui si usava, urbanamente, il francese finchè comandavano il cervello e le buone creanze per passare all’arabo e ai toni alti quando comandavano i visceri. E il ritorno passionale all’”amico- nemico” in tutte le guerre civili di intensità crescente che, dal dopoguerra fino al 1990, hanno travolto il paese.

Se allora vi ho raccontato tutto questo è per dirvi che il Libano è un oggetto molto molto prezioso ma anche molto molto fragile. E’ un oggetto prezioso perché un paese, unico caso in tutto il Medio oriente, libero e aperto agli altri e al mondo. Un paese che accoglie tutti. Un paese che ha conosciute infinite tragedie ma mai quella dell’oppressione che si tratti di persone o di fanatismi ideologici o religiosi; e in cui l’alternativa non è mai stata quella tra l’avere il potere o essere ucciso.

Ma anche un oggetto fragile. Perché è il luogo dove tutti i fanatismi presenti in Medio oriente possono farsi la guerra con il minimo rischio; perché è la cavia in progetti altrui che si chiamino nasseriani o palestinesi, siriani, iraniani o sauditi; perché è stato a lungo il luogo deputato di tutte le rappresaglie israeliane per azioni di cui non era minimamente responsabile. Ora, queste terribili esperienze hanno insegnato pure qualcosa ai libanesi. Hanno insegnato che l’unità nazionale, sia pure attraverso continue e difficili mediazioni è l’unica alternativa al suicidio nazionale.

 

 

Perciò, cari amici e compagni, vi prego di non dare retta ai commentatori di casa nostra, ai giornalisti che per pigrizia o “sudditanza psicologica” vi raccontano con disprezzo occidentalista ciò che è avvenuto nelle elezioni del 6 maggio scorso: “apatia dell’elettorato”, “rifiuto del cambiamento“, “sistema corrotto e irriformabile”, ”assenza di un vincitore” o, per gli addetti ai lavori, “vittoria degli iraniani sui sauditi”. Dimenticavo di dirvi che tenere delle elezioni dopo nove anni è stato di per sé una grande vittoria; che queste elezioni si sono svolte con il sistema proporzionale così da garantire rappresentanza di tutti; che a queste elezioni hanno partecipato, per la prima volta, i libanesi residenti all’estero, leggi le centinaia di migliaia di cristiani rifugiatisi all’estero dopo una guerra civile che era costata la vita a centocinquantamila persone; e soprattutto che tutto ciò è frutto di un accordo, che si rifletterà nella formazione di un governo di unità nazionale, consentirà al paese di non essere coinvolto nei conflitti esistenti o in corso di preparazione nel Medio oriente.

Personalmente penso che tutto ciò vada guardato con ammirata partecipazioni; anche perché penso che il diritto a vivere, come individui e come nazioni, sia il primo dei diritti umani.

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