L’Italia, i migranti e l’Europa.

Di Alberto Benzoni

 

 

Quattro dati, che risultano da una pubblicazione dell’Ispi, illustrano per il nostro paese la sovranità o più esattamente l’assenza della medesima, se non la vera e propria subalternità.
A Dublino si decide che a gestire, negli aspetti formali e informali, i problemi dei migranti debbano essere i paesi d’ingresso: leggi l’Italia e la Grecia. L’Italia prende atto, pur sapendo di non disporre delle strutture adatte alla bisogna. Siamo in grado di esaminare e dirimere 7 mila richieste di asilo politico al mese, contro le 50 mila della germania, e di questo passo, tenuto conto che ce ne sono altre 350 mila, ci vorrà più di un anno e mezzo per evaderle tutte, nell’ipotesi fantascientifica che non ne arrivino decine di migliaia di altre. Ancora, in un contesto in cui abbiamo delegato alla Caritas e alle cooperative le questioni dell’accoglienza e dell’integrazione, l’86% dei rifugiati viene di fatto gestito al di fuori delle strutture pubbliche a ciò teoricamente preposte.

Abbiamo impegnato nella gestione migranti 4363 milioni di euro, l’Europa ce ne ha concessi 77.

Analogamente, su 350 mila migranti arrivati in Italia dal settembre all’aprile 2018 (quasi tutti desiderosi di sistemarsi altrove), la disponibilità dei nostri partner europei a ricollocamenti di emergenza ha riguardato 35 mila persone di cui solo 13 effettivamente ricollocate. I nuovi regolamenti ammettono il diritto di asilo e negano l’accesso per motivi di lavoro, sino a privilegiare, nel dubbio, solo le richieste preveniente da tre paesi: Siria, Somalia ed Eritrea, categorie assolutamente minoritarie nei flussi che raggiungono il nostro paese, che invece è rimasto solo e senza alcuna assistenza nel fronteggiare i migranti in cerca di lavoro. L’Europa ha chiuso la frontiera balcanica con un accordo con la Turchia, coperto da un finanziamento di 3 miliardi di dollari e con il contributo anche dell’Italia, mentre siamo stati lasciati soli a vedercela con governi inesistenti e tagliagole di ogni ordine e grado, finanziati e sostenuti da altri paesi europei.

 

 

Dal 2013 al 2017 abbiamo saputo produrre 145 mila provvedimenti di rimpatrio a fronte dei 280 della Germania e, se ne abbiamo realizzati solo 29 mila (contro 145), ciò dipende semplicemente dal fatto che la Germania rimpatria verso paesi considerati sicuri e disponibili a riprendersi i loro concittadini. Noi siamo impossibilitati a svolgere quest’operazione in un contesto in cui non esistono nè disponibilità nè garanzie di sorta. Abbiamo dall’altra parte del Mediterraneo tutta l’Africa subsahariana, un continente dal continuo aumento di popolazione e che nessuno, tanto meno l’Italia, è disposto ad “aiutare a casa sua”: le cifre per gli ultimi dieci anni parlano di stanziamenti rimasti allo stesso basso livello, o addirittura, nel caso italiano scesi del 70%. I morti in mare dal 2014 ad oggi sono stati quasi diciottomila, e le operazioni di salvataggio, una volta svolte dall’Italia e successivamente dalla Frontex, sono state sempre più tacitamente delegate alle Ong, magistrati zelanti permettendo: 1% nel 2014 , 41% nel 2017.
E mi fermo qui.

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