Di Alberto Benzoni

Succede che in Brasile ci sia una grande rivolta anticorruzione.

Succede che si apra una grande inchiesta su rapporti tra imprese e politici, detta Lava jato.

Succede che questa inchiesta si concentri su Petrobras, la principale impresa pubblica del paese.

Succede che tra le decine e centinaia di politici coinvolti, tra cui anche esponenti dell’attuale governo, l’unico ad essere processato, condannato e chiuso nelle patrie galere sia Lula: dirigente sindacale, quattro volte candidato alla presidenza e per due volte presidente, con indici di popolarità mai registrati nè prima nè dopo.

Succede che la pietra dello scandalo sia l’acquisto, finanziato da Petrobras di “un lussuoso appartamento vista mare con annessa piscina”.

Succede che la prova del misfatto (questo lo scrive Le Monde, non sospetto di particolari simpatie nei confronti dei “populisti”) consista in una copia dell’atto di acquisto dell’immobile, firmato dalla moglie, peraltro defunta e trovata, guarda che combinazione, nell’appartamento.

Succede che nessuno, dico nessuno, abbia visto nei paraggi o a “seguire attentamente i lavori” nè Lula nè altri; a dire il contrario sarebbe solo un altro indagato, in sede di patteggiamento.

Succede che, nell’immediata vigilia del verdetto – cinque giudici favorevoli, cinque contrari, voto decisivo del presidente – un altissimo esponente delle forze armate abbia pubblicamente richiamato i giudici a compiere il proprio dovere “non consentendo alcuna impunità”.

Succede che il paese si spacchi in due sulla vicenda. Da una parte il vecchio “popolo di Lula” che si stringe intorno a lui, non solo sulle piazze ma anche nei sondaggi, dall’altra la “gente bene” che sfila nelle strade di San Paolo. Non si tratta di un centinaio di persone che lanciano monetine, ma di migliaia di probi cittadini che gridano “morte a Lula” e “puttana terrorista”(leggi Dilma Rousseff, torturata ai tempi della dittatura militare).

Succede che tutto questo non abbia praticamente eco, nè in Europa nè in Italia. Seguendo una tradizione recente in cui indignarsi è praticamente “out”: che si tratti dela Grecia o dei palestinesi, di Regeni o di Lula.

Succede che, a fare pallida e timida, eccezione a questo andazzo siano stati alcuni esponenti di Leu (tra cui D’Alema, ovvero “l’uomo che è bello odiare”), con l’aggiunta di Romano Prodi. Nessuna “piena solidarietà”, piuttosto preoccupazione e solo, diciamolo, il minimo sindacale.

Succede che questo modestissimo appello abbia suscitato l’ira funesta di Paolo Mieli, uomo di grande intelligenza e cultura per carità, ma anche massimo praticante dello sport italiano per eccellenza: leggi “il prendere a calci il nemico morto”.

Succede che Mieli veda in tutto questo il “doppiopesismo tipico della sinistra”, leggi: la solidarietà quando a subire un’ingiustizia sono i suoi, accompagnata dal silenzio, se non dalla complicità, quando a subire un torto sono altri.

Succede che Mieli tiri in ballo Craxi nella sua denuncia, e che il richiamo a questo nome, faccia scattare quasi in automatico l’indignazione del direttore dell’Avanti!

Succede che il direttore dell’Avanti! si rifiuti di vedere quello che nella vicenda accomuna il Brasile di oggi, all’Italia di ieri: la ricerca del capro espiatorio, la rivolta dei ceti medi contro le politiche redistributive praticate dai governi; la corruzione come pretesto per una resa dei conti contro la sinistra, il giustizialismo a senso unico e la sua dimensione intrinsecamente autoritaria. Che non si preoccupi minimamente di un contesto politico che è invece chiarissimo. Che prenda sostanzialmente per buone le ragioni della magistratura e che, nel paragonare Craxi a Lula – il primo che si è sottratto al carcere (giustamente N.d.R), il secondo che ci è invece andato – sottolinea, quasi a screditare o a mandare in burletta la nobiltà di questa scelta, che il carcere in questione è dotato di tutti i comodi.

Succede, infine, che il sottoscritto provi, di fronte a tutto questo, un senso di nausea e, insieme, di impotenza. Di fronte ad un mondo che è stato a lungo anche il mio e che come quello dei rifugiati di Coblenza, non si è scordato nessuna delle offese ricevute, ma non ha imparato nulla dalle proprie disgrazie.

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