Di Alberto Benzoni

 

Amici e compagni di “Potere al popolo”, so bene che avrete molte difficoltà a fare propria questa nuova identità. Innanzitutto perchè non gioverà alla vostra immagine pubblica: sarete subito bollati, potete starne certi, come seguaci/servi di Grillo, di Salvini e della Casaleggio o ancora agenti associati, anche se inconsapevoli, di Chavez, di Trump, della Cambridge analytical o di Putin. Crescere esposti al fuoco nemico non è il massimo, e può contribuire ad accrescere le vostre antiche perplessità su di un sovranismo identificato con lo stato etico, con il nazionalismo sopraffattore ed imperialista, o ancora con la sua declinazione di chiusura identitaria e razzista dei regimi autoritari che la propugnano: da Orban a Erdogan, sino allo stesso Putin.

Vorrei però ricordare, a mè stesso e a tutti voi, che lo stato sovrano rimane, dopo secoli di lotte, il luogo deputato per l’esercizio dei diritti di libertà e di democrazia. Inoltre guai a considerarlo un’anticaglia già superata (come sostengono i cultori dell’ordoliberismo), perchè rimane tuttora il cardine dell’ordine mondiale, in nome di un diritto alla sovranità che può essere rimesso in discussione (come vogliono i cultori dell”interventismo democratico”), solo in caso di pericolo per la pace o di grossolana e diffusa violazione dei diritti umani, verificata formalmente dalla collettività internazionale. Oggi l’assemblea generale delle Nazioni unite è composta da più di duecento stati, dagli Stati uniti fino a Nauru, uno dei tanti atolli disseminati per il Pacifico. Uno stato un voto, una scelta gravida di simboli a testimonianza del fatto che qualsiasi paese, per quanto piccolo e insignificante, possiede il diritto di far sentire la sua voce e di difendere gli interessi dei suoi cittadini.

Scegliere la propria nazione come luogo deputato alla politica democratica non significa affatto rinchiudersi a difesa di una trincea piccola e soffocante: l’inter-nazionalismo significa l’esatto opposto: nessuna chiusura ma anche nessuna delega a terzi, per un processo di associazione tra diversi affidato alla loro libera scelta.

Attenzione: questa non è una discussione accademica e neanche un confronto tra modelli astratti. E questo perchè lo stato sovrano oggi è sotto attacco, ed è sotto attacco non solo   per ragioni oggettive (mi riferisco al mutamento dei rapporti di forza legati alla globalizzazione)  ma in virtù di precisi calcoli politici. Inoltre questo attacco mira a ridurre gli spazi di democrazia a livello nazionale senza sostituirli con altri a livello superiore. Impone nuovi sacrifici di sovranità che non derivano quasi mai da scelte condivise, o da riflessioni collettive, e che vengono regolarmente recepite dalle propaggini locali delle nuove èlites cosmopolite con uno zelo che va al di là delle richieste esterne e dei vincoli che ci siamo impegnati a rispettare.

Stiamo naturalmente parlando dell’oggi e di noi: noi come Italia, noi come testimoni di una sinistra che va scomparendo e anche noi come possibili protagonisti di una sinistra tutta da ricostruire.

Sappiamo tutti che il nostro paese è una specie di parente povero in un’Europa costruita sulla base dell’egemonia tedesca e delle direttive di Bruxelles, della politica estera e di difesa costruita sull’asse Washington-Londra-Varsavia e sulla “cultura Nato”. Ad oggi la geopolitica attuale è focalizzata sulle minacce che vengono dall’Est e del tutto disinteressata a quelle che provengono dall’area mediterranea e mediorientale, al punto di lasciarci soli nella gestione dei migranti. Ma forse, e questo è un passaggio decisivo, non abbiamo riflettuto abbastanza sul fatto che questa Europa così matrigna non nasce automaticamente dalle decisioni assunte alla fine del secolo scorso, ma da evoluzioni (o involuzioni) successive, frutto di processi privi di qualsiasi legittimazione democratica. E, ancora, non ci siamo resi conto a sufficienza che la nostra disponibilità all’autocensura è andata ben oltre le censure di cui stiamo stati costantemente oggetto, deriva presa grazie all’europeismo del tutto subalterno praticato dal Pds/Pd e che lo stesso Pd, così come le sua propaggine di sinistra, sembra del tutto incapace di superare.

Il 4 marzo, così com’era avvenuto il 4 dicembre, le nostre classi dirigenti in generale e quelle di sinistra hanno pagato il conto per tutto questo. I partiti -Pd e Forza Italia- che si erano particolarmente esposti nella difesa dell’ordine costituito e nella demonizzazione del sovranismo e delle forze che lo esprimevano, sono crollati, raggiungendo poco più del 30% dei consensi (e sono ancora in discesa nei sondaggi). I partiti antisistema se non ostili rispetto all’Europa e alle sue ingerenze superano largamente la maggioranza assoluta. E infine, la nuova sinistra radicale resta confinata nei limiti politici e culturali del settarismo minoritario.

Il sistema politico sembra destinato alla paralisi, tutto questo per colpa di un Pd la cui ostilità di principio a qualsiasi dialogo con il M5S tende a favorire la formazione di un governo “antistema”, salvo poi scaricare contro di lui le folgori dell’Europa e dei mercati. Ma non scordiamo anche l’incapacità di M5s e Lega di costruire intese suscettibili di rispondere alle attese di chi li ha votati. Difficile prevedere quindi quale possa essere l’uscita da questa impasse, sicuramente le soluzioni si troveranno, ma a costo di ignorare completamente, come era già avvenuto dopo il referendum del 2016, le indicazioni e le aspirazioni degli elettori. Altrettanto certo è che un eventuale nuovo ricorso alle urne aggraverebbe tutto, senza risolvere niente.

In realtà l’equazione che siamo chiamati a risolvere ha bisogno di un nuovo elemento, e cioè di leggi per una forza politica costruita intorno a due nuove idee forza: la necessità di trasformare la società italiana secondo gli indirizzi tracciati nella nostra Costituzione e la consapevolezza che questo obbiettivo può essere perseguito solo affermando la nostra sovranità, rimettendo conseguentemente in discussione sia i vincoli, legali o arbitrari cui siamo stati soggetti, sia le strategie, economiche, politiche e militari che ci sono stati imposti.

Naturalmente costruire questa nuova forza politica non sarà facile. In linea generale perchè ,in politica come in economia, è l’offerta che crea la domanda e, oggi come oggi, questa offerta non c’è ancora. Nello specifico perchè una nuova forza politica, per superare nel breve periodo questo muro del silenzio, ha bisogno di almeno uno di questi tre requisiti: un leader in grado di alzare una bandiera e di dire “seguitemi”, uno scandalo (leggi un’offesa insopportabile a cui reagire) e un movimento di protesta, sociale, politica o morale che sia bisognoso di trovare una sponda. Tre requisiti non reperibili nell’Italia di oggi.

Abbiamo come vincolo e punto fermo l’appuntamento delle europee, la leadership di Mèlènchon e la costituzione di liste sovraniste, nelle intenzioni estese a tutta Europa. Ma abbiamo anche una serie di esperienze che ci inducono a non demandare a “papi stranieri” la soluzione dei nostri problemi: che si tratti di Blair, Zapatero e Hollande oppure di Tsipras e Iglesias (nel primo caso abbiamo avuto disastri, nel secondo fallimenti; in quanto a Corbyn, fa parte di un altro mondo). E sappiamo bene che il sucesso di Mèlenchon è stato legato alla sua personalità ma anche alla scomparsa congiunta del Ps, del Pcf e dei movimenti trotskisti.

Compito nostro sarà allora la preparazione del terreno, a partire dalla definizione e dalla presentazione del progetto, l’unica arma a nostra disposizione per rappresentare la nostra identità e per costruire, da subito, il nostro itinerario futuro.

In tutto questo il ruolo di Potere al popolo sarà decisivo, e non solo per le responsabilità che ci siamo assunti nei confronti dei compagni degli altri paesi.

E qui non sta certo a me trinciare giudizi e distribuire consigli sugli itinerari da seguire. Mi limito perciò ad indicare quelle che a mio parere sono le condizioni essenziali per intraprendere il cammino.

Dobbiamo in primo luogo tentare di ridurre la distanza siderale che separa l’ambizione dei nostri proponimenti, dall’esiguità delle nostre forze. E’ giusto ridimensionando i primi e accrescere le seconde: Infatti non si può chiedere al nostro paese l’uscita dall’Ue e dalla Nato parlando a nome dell’1% degli italiani, invece si può e si deve porre all’ordine del giorno l’esigenza di “ridiscutere tutto”, in nome di uno schieramento che goda di un consenso a due cifre. Dovremmo, ancora, adeguare la nostra cultura politica alla nuova platea cui faremo riferimento. Ci apprestiamo a rivolgerci a tutti nella convinzione che l’attuazione della Costituzione e il recupero della nostra sovranità, tra loro strettamente legati, siano nell’interesse di tutti, ma per farlo dobbiamo uscire dalla vocazione minoritaria e dalla cultura miserabilista che ci ha contraddistinto nel passato.

Ancora ci apprestiamo a costruire una lista, espressione in una logica che definirei “frontista”, di un vasto arco di forze, nel rispetto dell’autonomia di ciascuno, per una struttura collettiva basata sull’autonomia delle persone che la compongono dalle varie chiese di appartenenza. Se così sarà, e così dovrà essere se proseguiamo su questo fronte, dovremmo superare obbiettivi che vanno al di là dell’appuntamento elettorale e le sterili polemiche tra partitismo e movimentismo, tra cultori della spontaneità e zeloti della disciplina. Questo semplicemente perchè queste polemiche non hanno alcuna utilità.

Dobbiamo imparare a lavorare insieme agli altri. Non possiamo perciò indulgere al settarismo tra di noi.

Ci siamo divisi tra coloro che avevano l’intenzione (o che si riteneva avessero l’intenzione) di tirare i remi in barca e coloro che si proponevano di fare di più e meglio di ciò che avevano fatto durante la campagna elettorale. Giusta sicuramente la seconda posizione, ma in un contesto in cui l’obbiettivo sia quello di passare dall’1.2% all’1.7%. Inutile invece l’intera discussione, se ci propone di costruire la nuova grande forza della sinistra e della democrazia italiana.

Per chiudere, la nuova sinistra patriottica, costituzionalista, internazionalista e pacifista dovrà nascere, se riuscirà a nascere, libera nel suo modo di vivere, di pensare e di guardare al mondo. Solo così potremo recuperare da zero le ragioni permanenti della nostra vita futura. Parole pompose, certo, che ognuno però potrà interpretare come vuole. Ma scusate, quando si affrontano questioni di vita o di morte una qualche solennità “è d’uopo”.

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