Di Alberto Benzoni

Il mondo di oggi è, finalmente, uno spazio globale. Uno spazio al di fuori del quale non è rimasto nessuno. Prendiamo il Myanmar, ha aperto le sue frontiere e oggi è percorso da carovane di turisti. Tra poco, se le cose andranno come non possono non andare, lo stesso accadrà alla Corea del Nord: magari con la retrocessione (o promozione) del suo regime da Mostro di prima classe a semplice carogna (con la possibilità di sostenere in pubblico che non sia nè l’uno nè l’altro).

 

 

Sarà il trionfo definitivo della globalizzazione, ma anche la riconferma piena dell’esistenza degli stati sovrani. Dire che tra l’una e l’altra ci sia una incompatibilità totale è una sciocchezza, ovviamente messa in giro dagli ordoliberisti e, purtroppo, presa per buona dalla sinistra di governo o radicale che sia. Sarebbe come dire che l’esistenza di regole sul traffico, sulle emissioni o su quant’altro, diminuisce la libertà dei proprietari di automobili di usarle come meglio credono (sto rispondendo alla tesi contraria formulato dall’Economist qualche anno fa).

In realtà nessuno degli stati sovrani esistenti al mondo, dagli Stati uniti sino all’atollo di Nauru, contrasta la globalizzazione in sè e per sè. Semplicemente tende, se e quanto può, a gestirla “à la carte”, accettando o promuovendo le parti che lo interessano, e contestandone quelle che non giovano ai suoi interessi. La Francia di Macron che fa sbavare i nostri europeisti da quattro soldi è in realtà, nelle dichiarazioni del suo stesso presidente, il paese più “sovranista” che ci sia, anche come portatore di una sua “missione”mondiale. Il cattivone Orban maltratta Soros ed esalta i peggiori istinti nativistici dei propri concittadini, ma questo cattivone è anche il primo della classe nel liberalizzare la propria economia e nell’utilizzare al meglio i copiosi aiuti che gli giungono dall’Europa. La Cina mantiene fermo il ruolo centrale dello stato nello sviluppo dell’economia e della società, ma nel contempo è in prima fila nel sostenere una globalizzazione senza se e senza ma. La Russia è sulla stessa lunghezza della Cina nel sostenere il ruolo dello stato, ma ha fatto dell’ortodossia economico-finanziaria la sua bandiera ed è inappuntabile sul piano della liberalizzazione e dello sviluppo degli scambi. L’Iran ha firmato l’accordo nucleare sia perchè non aveva nessuna intenzione di costruire la bomba per distruggere Israele (e immediatamente dopo sè stesso), sia perchè intendeva promuovere la propria integrazione nel mercato mondiale. E, infine, dato non a caso anomalo, ad oggi sono gli stessi Stati uniti a presentarsi come capofila e massimi beneficiari della globalizzazione, rimettendo in discussione due dei suoi fondamenti: la libertà di movimento sia delle persone che delle merci (mentre rimane ferma l’opinione sui capitali e la finanza).

E qui si aprono davanti ai nostri occhi due distinti scenari: il primo riguarda la natura del mondo in cui ci troviamo, mentre il secondo tratta le pulsioni già in atto, che tendono all’autodistruzione, con l’esplosione di guerre condotte con ogni possibile mezzo, ad eccezione di quello mondiale generalizzato, modello 1914-18 o 1939-45.

Il mondo che abbiamo di fronte non ha nulla a che fare con quello sognato all’indomani del crollo del muro di Berlino e dell’Unione sovietica. Ci troviamo ora in una sorta di bipolarismo, ma senza l’Antagonista, con un ordine mondiale in cui l’Occidente, sotto la guida di Washington, potrebbe gradualmente imporre i suoi principi, le sue regole e i suoi modelli politici ed economici al resto del mondo, premiando gli allievi volonterosi e punendo, all’occorrenza quelli che dovessero rivelarsi refrattari. 

Inutile ricordare come e perchè le cose siano andate in questo modo. Utilissimo, invece, ai fini del nostro discorso è tener presente che l’ordine – o, se preferite, il disordine – mondiale di oggi non ha nulla a che fare con quello conosciuto lungo il secolo scorso e nel decennio successivo alla sua fine, ma ci riporta in modo impressionante a quello vigente nella seconda metà dell’ottocento. Un ordine/disordine che le èlites politiche dei vari paesi, assieme alla nascente opposizione socialista e proletaria, consideravano stabile e garante di ulteriori pregressi, ma che invece sarebbe improvvisamente franata nel decennio che precedette quel suicidio collettivo rappresentato dalla prima guerra mondiale.

Nel confronto emergono identità ma anche differenze. Siamo, come allora, un mondo articolato su stati sovrani. Ma anche un mondo in cui la differenza di peso tra i medesimi è aggravata da una serie di regole scritte e, più ancora, non scritte per le quali l’esercizio della propria sovranità viene considerato doveroso se praticato dai “buoni”, mentre invece va contrastato e represso in ogni modo se rivendicato dai “cattivi”. Siamo in un mondo in cui il “concerto delle nazioni”, fondamento del sistema nel corso dell’ottocento, viene oggi praticato in segreto ma ripudiato ideologicamente dall’Occidente. Ma anche un mondo che tende a rimettere in discussione quelle regole e quelle istituzioni faticosamente costruite nel corso della guerra fredda. Un mondo che in assenza di un concerto tra le maggiori potenze e di regole condivise sarebbe condannato a precipitare verso un conflitto generalizzato: esito peraltro che i grandi del mondo e non solo, intendono evitare ad ogni costo.

E allora in assenza del big bang o di tante singole esplosioni, il quadro in cui ci si combatte con ogni mezzo, palese o segreto, lecito o illecito, ha l’unico fine di indebolire, sottomettere o distruggere il proprio avversario senza aver bisogno di occuparne il territorio.

Un mondo insieme pericoloso e ingiusto, in cui a poco a poco si riducono gli spazi sia del conflitto capitale/lavoro (a tutto discapito di quest’ultimo), sia della stessa dialettica democratica. Un mondo dove le cosiddette democrazie illiberali tendono a diventare sempre più illiberali, mentre le democrazie liberali diventano sempre meno democratiche.

Che fare allora ? 

Per prima cosa, anche perchè ci riguarda direttamente, fare ordine in casa nostra. Questo riportando sulla scena tre componenti sinora assenti, anche per loro responsabilità, dalla scena. Parliamo del socialismo pacifista e neutralista (quello di Jaurès e di Turati ma anche di Palme dei Brandt), dell’Italia e anche dell’Europa. Tre vittime designate dell’attuale disordine mondiale e interessate alla modifica della loro condizione. Tre forze destinate ad interagire, a partire da una leva comune: la rivendicazione del principio di sovranità.

I socialisti europei di oggi sono costantemente invitati a dire “sissignori”, a rinunciare ad essere sè stessi (e quindi critici dell’ordine esistente) in nome di una disciplina ideologica cui rendere omaggio senza discutere. Turati e Jaurès, Palme e Brandt erano europei, perchè erano internazionalisti, e vedevano nella guerra (chiunque ne fosse protagonista) il male assoluto, la distruzione non solo di uomini e di cose.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You may use these HTML tags and attributes:

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>