LA BATTAGLIA PER LA CITTADINANZA: UNA BATTAGLIA DI CIVILTA’, UNA BATTAGLIA SOCIALISTA

di Stefano Santarelli

La battaglia per ottenere la cittadinanza italiana è uno degli aspetti fondamentali per costruire una forza socialista nel nostro paese poiché questa riguarda un elemento basilare di civiltà.

Sono più di ottocentomila i bambini o i ragazzi che sono nati nel nostro paese o che frequentano le nostre scuole ma che non sono italiani, ma veri stranieri in terra straniera.

Il razzismo che sta crescendo nel nostro paese, dovuto da una parte al terrorismo fondamentalista islamico e dall’altra parte alla paura degli immigrati alimentata dai mass media e dalle forze di destra che vanno dalla Lega a Casa Pound, ha prodotto un rovesciamento di opinione tra la popolazione italiana.

Razzisti e sostenitori dell'accoglienza: dibattito tra Sallusti Belpietro e Raimo

Il duello Sallusti-Belpietro-Christian Raimo (foto: Nextquotidiano)

 

Infatti se soltanto sei anni fa il 71% era favorevole alla cittadinanza di questi bambini e ragazzi tramite un meccanismo di Ius Soli (cittadinanza di suolo) oggi questa percentuale negli ultimi sondaggi è scesa a poco più del 40%, un crollo questo dell’opinione pubblica senza precedenti.

E’ quindi una battaglia controcorrente questa per la Cittadinanza che però non possiamo non fare. I numeri dati alla mano sono meno drammatici di come si crede generalmente.

ALCUNI DATI SULL’IMMIGRAZIONE IN ITALIA

Al 1 gennaio 2016 gli stranieri residenti in Italia erano 5.026.153, pari all’8,3% della popolazione. Di questi: 1.517.023 sono gli stranieri di altri paesi dell’Unione Europea, mentre i cosiddetti extra-comunitari sono 3.508.429 (5,8% della popolazione).

Un dato quest’ultimo in calo di 13.396 unità rispetto al dato del 1 gennaio 2015. Per cui gli stranieri extra-comunitari residenti in Italia sono diminuiti nel corso del 2015.

 

Le comunità straniere maggiormente presenti nel nostro paese

Rispetto all’anno precedente, l’unico ingresso nella top 10 delle comunità straniere in Italia è l’Egitto, che scalza il Perù al decimo posto. Molte delle comunità più numerose perdono residenti nell’ultimo anno, diminuiscono ad esempio gli albanesi, i marocchini, i filippini e i moldavi residenti in Italia.

Le comunità straniere in crescita sono principalmente quelle di alcuni paesi asiatici (Cina, India, Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka) e di paesi dell’Africa occidentale, come Senegal e Nigeria, che però restano ancora fuori dalle prime dieci posizioni.

Contrariamente all’immagine maschile che viene data dell’immigrato e dello straniero, le donne costituiscono il 52,6% degli stranieri residenti in Italia.

Come si può vedere da queste tabelle l’immigrazione proveniente da paesi di religione islamica costituisce circa un terzo delle comunità che hanno titolo per ottenere il riconoscimento dello “ius soli”. E siamo costretti a ricordare che il nostro è un paese laico che non dovrebbe farsi condizionare dall’orientamento religioso del paese di origine a meno di non ritornare al concetto di «cuius regio eius religio» nato dopo la pace di Augusta del 1555 che sancì la divisione della Germania tra cattolici e protestanti.

L’incidenza della popolazione straniera sulla popolazione italiana totale è un dato in continua crescita: nel 1990 gli stranieri erano lo 0,8% della popolazione, nel 2000 il 2,5%, e solo nel 2006 hanno superato il 5%. Il tasso di crescita tuttavia ha rallentato negli ultimi anni, e tra il 1 gennaio 2015 e il 1 gennaio 2016 è aumentato di un misero 0,2%.

Ad aumentare nell’ultimo anno è stata la componente comunitaria che ha segnato un +1,7%, mentre, come già anticipato, gli extra-comunitari sono diminuiti dello 0,4%.
Per quanto riguarda la distribuzione territoriale degli immigrati in Italia al 1 gennaio 2016, le cinque regioni con la maggiore incidenza della popolazione straniera residente sono: EmiliaRomagna (12%), Lombardia (11,5%), Lazio (11%), Umbria (10,9%), Toscana (10,6%)

La situazione della popolazione straniera residente nei principali paesi europei al 1 gennaio 2016 è la seguente:

Come per l’Italia, anche qui i dati includono tutti gli stranieri, comunitari e non. Sono dati non pienamente paragonabili, sia per le modalità con cui sono raccolti dai vari istituti statistici nazionali  sia per le differenze in fatto di politiche migratorie che determinano anche differenze numeriche.

Come si può notare da questa tabella è assente un paese come la Francia poiché avendo lo IUS SOLI tende ad avere numeri minori rispetto a chi ha leggi sulla cittadinanza più severe. È per questo ad esempio che la Francia ha un’incidenza della popolazione straniera più bassa della nostra (6,6%), visto che molti figli di immigrati hanno la cittadinanza francese e dunque non finiscono in queste statistiche.

Oltre ai paesi presenti in tabella, ce ne sono altri che hanno percentuali altissime di stranieri residenti, come Lussemburgo (46,7%) e Cipro (16,5%) e, fuori dall’Unione Europea, la Svizzera (24,6%), dovute tuttavia anche alla presenza di residenze fittizie, dove è più difficile scorporare gli immigrati realmente residenti.

Rispetto al 1 gennaio 2015 si registra un calo di stranieri residenti in Grecia (-2,9%), Portogallo (-1,6%) e Spagna (-0,8%). L’aumento più significativo di stranieri residenti si registra in Polonia (+38,1%), Romania (+20,7%), Germania (+14,8%), Bulgaria (+12,5%), Croazia (+15,7%), Danimarca (+9,6%) e Austria (+8%).

In Italia l’aumento è dello 0,2%.

Ad ogni modo il fenomeno dell’immigrazione non si presenterà mai con dati certi. Troppi e incontrollabili sono i flussi per farcene un quadro definito a un dato momento nel tempo. È dunque praticamente impossibile stabilire quanti sono gli immigrati in Italia e in Europa con certezza.

L’Italia e l’Europa sono dunque ben lontane da uno scenario di invasione. Certo i mutamenti nella composizione sociale  ci sono, e sono davvero veloci. In venti anni la presenza di persone straniere sul suolo europeo è aumentata di cinque o dieci volte. Si tratta di un dato che inevitabilmente ha delle conseguenze, ma che sarà bene cominciare a valutare nella sua portata reale.

Per quanto riguarda Roma è la città italiana con il più alto numero di immigrati, ma nel resto del Lazio la percentuale è bassa.

Sono precisamente 645.159 i residenti stranieri nel Lazio, il 12,8% della presenza in Italia: si tratta della seconda regione dopo la Lombardia per numero di immigrati e la terza per la loro incidenza sulla popolazione (dopo Emilia Romagna e Lombardia). Tra gli immigrati a Roma e nel Lazio i più numerosi sono i romeni (227 mila), seguiti da filippini (45 mila), bangladesi (32mila), albanesi e indiani (24 mila); più donne che uomini (52,4% contro il 47,6), soprattutto a Roma dove al 1 gennaio 2016 il numero degli stranieri è di circa 530 mila unità. 83 mila stranieri in più di Milano, il 10,5% della quantità nazionale e l’82% del totale residente nel Lazio.

Nella regione seguono Latina (48 mila), Viterbo (30 mila), Frosinone (24 mila) e Rieti (13 mila).

Come si vede sia dai dati nazionali che da quelli romani emerge che l’immigrazione dai paesi islamici non è quella maggioritaria.

IL NODO DELLA CITTADINANZA ITALIANA

Il nostro paese è tra i paesi europei (e mondiali) quello che ha le regole più severe per acquistare la cittadinanza, infatti in linea di massima si diventa cittadini solo se si hanno genitori italiani, ma non solo: per ottenere la cittadinanza è sufficiente anche il secondo grado di parentela in linea retta (nonno-nipote), (IUS SANGUINIS).

Altrimenti è possibile dopo due anni di matrimonio o per residenza (almeno 10 anni in Italia se cittadino extracomunitario e 4 anni se cittadino europeo). Solo la Svizzera è più restrittiva: qui la naturalizzazione è possibile solo dopo 12 anni di residenza stabile.

La nostra legislazione quindi permette ad un cittadino australiano o americano di ottenere la cittadinanza anche se non parla italiano e magari non è mai stato in Italia soltanto per la sua discendenza un diritto questo che viene negato ai figli di immigrati nati nel nostro paese e/o che frequentano le nostre scuole.

Infatti in base ad una legge del 1992 chi nasce nel nostro paese da genitori stranieri può ottenere la cittadinanza solo al compimento dei 18 anni.L’attuale legislazione non permette, come ricordato, quindi a più di ottocentomila bambini o ragazzi di ottenere la cittadinanza italiana. E’ inutile ricordare che la cittadinanza non è soltanto un aspetto formale, ma è principalmente un aspetto sostanziale: senza la cittadinanza non si può partecipare a concorsi pubblici o a iscriversi agli albi professionali, e nel campo sportivo di potere partecipare a campionati italiani e perché no di potere indossare la maglia della nazionale.

Oltretutto negare a questi ragazzi la cittadinanza impedisce loro di fare da “ponte” con le loro famiglie i migranti di prima generazione che molto spesso non parlano la nostra lingua rendendo quindi impossibile una integrazione con nuclei familiari presenti legalmente da dieci o vent’anni.

 

 

LO IUS SOLI NEGLI STATI UNITI E NEI PAESI EUROPEI

E’ necessario a questo punto osservare come funziona lo Ius Soli negli altri paesi occidentali: STATI UNITI – L’interpretazione dello ius soli negli USA è quella più estensiva e dove si è cittadini per il semplice fatto di essere nati sul territorio degli Stati Uniti.

Regole simili le troviamo anche in CANADA, ARGENTINA e BRASILE. Con l’entrata in vigore del 14° Emendamento della Costituzione del 9 luglio 1868, la cittadinanza
delle persone nate negli Stati Uniti è stata regolata da una clausola in cui si afferma: “Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e soggette alla loro giurisdizione, sono cittadini americani e dello Stato in cui risiedono”.

Questa clausola è stata modificata da un ordine presidenziale nel 1988 e allargata anche allo spazio navale e a quello aereo. Per cui un bambino nato su una nave straniera che transita nelle acque territoriali statunitensi, ossia in un raggio massimo di 12 miglia nautiche, oppure su un aereo che stava sorvolando il territorio americano, acquisisce automaticamente la cittadinanza statunitense.

Esistono disposizioni particolari per i bambini nati in alcuni territori o possedimenti o ex possedimenti degli Stati Uniti, tra cui Porto Rico, il Canale di Panama, le Isole Vergini, Guam e le Isole Marianne Settentrionali. Ad esempio, la sezione § 1402 dell’ 8 U.S.C. afferma che “tutte le persone nate a Porto Rico a partire dal 13 gennaio 1941 e soggette alla giurisdizione degli Stati Uniti, sono cittadini degli Stati Uniti al momento della nascita”.

In quasi tutti i casi, la regola dello ius soli non è influenzata dallo status dei genitori. La cittadinanza degli Stati Uniti può essere acquisita da bambini nati negli Stati Uniti, anche se i loro genitori erano clandestini al momento della nascita del bambino.

A partire dal 2001, la legge federale degli Stati Uniti (8 U.S.C. § 1401) definisce chi è un cittadino degli Stati Uniti fin dalla nascita. Qui di seguito vengono elencate le persone che, per diritto, devono essere considerate cittadini degli Stati Uniti al momento della nascita:

1) Una persona nata negli Stati Uniti e soggetta alla sua giurisdizione;
2) Una persona nata negli Stati Uniti da un indiano, eschimese, Aleutian o altra tribù aborigena. L’ ‘Indian Citizenship Act, noto come legge Snyder, è stato firmato in legge dal presidente Calvin Coolidge il 2 giugno, 1924 e ha riconosciuto migliaia di indiani che hanno servito nelle forze armate durante la prima guerra mondiale;
3) Una persona i cui genitori sono sconosciuti, presente negli Stati Uniti quando aveva meno di cinque anni ma nata altrove e prima di aver raggiunto l’età di 21 anni;
4) Una persona nata in una possessione periferica degli Stati Uniti da genitori uno dei quali è un cittadino americano, che era fisicamente presente negli Stati Uniti o in uno dei suoi possedimenti per un periodo totale di un anno anteriore alla nascita del figlio.

Inoltre, i nati da genitori, almeno uno dei quali era un cittadino degli Stati Uniti, guadagnano automaticamente la cittadinanza attraverso il processo di “acquisizione”. Le leggi in materia di cittadinanza ottenuta attraverso l’acquisizione sono tra le più complesse di tutte le leggi di cittadinanza degli Stati Uniti.

Lo “ius soli” negli Stati Uniti assume un rilievo particolare anche dal punto di vista istituzionale, poiché per essere eletto presidente degli Stati Uniti un candidato dovrà assolutamente essere nato sul territorio americano.

GRAN BRETAGNA- La Gran Bretagna non ha uno ius soli puro, ma l’accesso alla cittadinanza è facilitato. Il bambino che nasce sul territorio britannico anche da un solo genitore già in possesso della cittadinanza britannica, o che è legalmente residente nel Paese da tre anni, è automaticamente cittadino del Regno Unito.

Vi è poi un percorso facilitato per figli di stranieri residenti da 10 anni. La cittadinanza si acquisisce anche in seguito a tre anni di matrimonio con un cittadino britannico.

IRLANDA – A Dublino vige come attualmente in Italia lo ius sanguinis, ma se un bambino nasce da genitori di cui almeno uno risiede nel Paese regolarmente, quindi con permesso di soggiorno, da tre anni prima della sua nascita, allora ottiene immediatamente la cittadinanza irlandese.

SPAGNA – L’acquisizione della cittadinanza per la seconda generazione è piuttosto semplice: se il soggetto nasce in Spagna e i genitori sono nati all’estero è sufficiente un anno di residenza nel paese. La procedura di naturalizzazione per tutti gli altri soggetti comporta la residenza per un periodo di 10 anni e la rinuncia alla cittadinanza precedente. Si può acquisire anche per matrimonio con un cittadino spagnolo dopo un anno. La cittadinanza di residenza in Spagna si riduce per alcune categorie: 5 anni per i rifugiati, 2 anni per i cittadini dell’America Latina e le persone originarie di Andorra, Filippine, Guinea Equatoriale, Portogallo.

BELGIO – La cittadinanza è automatica se si è nati sul territorio nazionale, ma quando si compiono 18 anni o 12 se i genitori sono residenti da almeno dieci anni.

FRANCIA – Terra d’immigrazione da generazioni, ma anche di conflitti sociali e di tensioni, la Francia ha una lunga tradizione giuridica e politica di legislazione sulla cittadinanza, infatti lo Ius Soli esiste dal lontano 1515.

Chi nasce sul territorio della Repubblica da genitori stranieri nati all’estero, otterrà la cittadinanza al compimento della maggiore età se a quella data la sua residenza abituale è in Francia o se ha vissuto nel Paese per un periodo continuo o discontinuo di almeno 5 anni, a partire dagli 11 anni di età.

Prima della maggiore età può richiedere la cittadinanza francese su richiesta dei suoi genitori, (tra i 13 e i 16 anni) o su richiesta personale (tra i 16 e i 18) a seconda della durata della sua residenza nel Paese. Per matrimonio con un cittadino francese sono necessari due anni.

La nuova legge del 26 novembre del 2003 ha stabilito che lo straniero che intende ottenere la nazionalità francese deve avere una sorta di “patente francese” cioè giustificare cioè la sua “assimilazione alla comunità francese” attraverso colloqui individuali che tengano secondo del suo livello di studi.

Dovrà perciò dimostrare la sua conoscenza della lingua, dei diritti e doveri conferiti dalla nazionalità e dei principi i valori essenziali della Repubblica.

PORTOGALLO – Viene riconosciuta sia ai figli di cittadini portoghesi (Ius Sanguinis) sia per i discendenti di cittadini portoghesi nati all’estero, sia agli immigrati di seconda o terza generazione con l’applicazione dello Ius Soli con regole che però nei due casi sono diversi.

In particolare per i discendenti di cittadini portoghesi nati pero all’estero è sufficiente la volontà di essere riconosciuti come cittadini portoghesi e così si viene automaticamente iscritti nei registri di nascita nazionali.

Invece per i figli di stranieri nati in Portogallo il riconoscimento della cittadinanza ha maggiori paletti, con la sola eccezione dei casi che coinvolgono persone prive di qualsiasi altra cittadinanza in quanto figli di genitori ignoti o apolidi, oppure di immigrati di terza generazione, cioè figli di stranieri nati a loro volta in Portogallo.

Per tutti gli altri stranieri nati in Portogallo sono necessari tre requisiti: uno dei genitori deve essere residente in Portogallo da almeno cinque anni, questo genitore non deve essere in Portogallo perché impiegato in un servizio per il suo paese di origine come succede con il personale diplomatico e ancora il minorenne deve dichiarare la sua volontà di diventare cittadino portoghese.

GERMANIA – Le procedure per ottenere la cittadinanza sono più semplici e rapide che in Italia. Dal 2000 basta che uno dei due genitori abbia il permesso di soggiorno permanente da almeno tre anni e viva nel Paese da almeno otto anni per concedere al minore straniero la cittadinanza, mentre per matrimonio con un cittadino/a tedesco occorrono tre anni.

PER UNA  RIFLESSIONE SOCIALISTA SULLA QUESTIONE DELL’IMMIGRAZIONE

Queste note, sulla questione della cittadinanza e sull’immigrazione in genere, nascono da una decisione dell’Esecutivo Romano per costituire parte di un documento complessivo sulla situazione della capitale. Ma vogliono anche essere una base di discussione nella nostra organizzazione per la prossima Conferenza Organizzativa.

Questo terreno come si può comprendere è estremamente delicato. Lo è anche per colpa dI una sinistra percepita come “buonista” che in pratica aiuta la formazione di un razzismo che ormai caratterizza il nostro paese.

Come è stato detto in precedenza se quattro anni fa l’opinione pubblica era favorevole ad un legge per la cittadinanza agli immigrati basata sullo IUS SOLI oggi questa opinione è stata ribaltata grazie al terrorismodell’ISIS che ha insanguinato paesi europei a noi vicini (Germania, Francia, Spagna) e all’ondata di una immigrazione selvaggia che si è abbattuta sulle nostre coste.

Si rende necessario quindi stabilire una legge sulla cittadinanza oltre che delle norme che possano aiutare l’integrazione di coloro che giungono nel nostro paese.

La legge sulla cittadinanza per i nuovi italiani è oramai necessaria: abbiamo una popolazione giovanile che costruisce il prodotto di una immigrazione di seconda e terza generazione e come abbiamo visto siamo in assurdo ritardo rispetto agli altri paesi europei.

La proposta del governo Gentiloni, ritirata in modo vergognoso, era abbastanza soddisfacente è più che uno Ius soli era legata a uno Ius Culturae che prendeva a
modello la legge francese del 2003 con la cosiddetta “patente francese”.

Infatti in questo progetto, purtroppo abortito, prevedeva che i figli dei immigrati nati in Italia da genitori con un”permesso di soggiorno di lungo periodo” e che avevano soggiornato legalmente e in via continuativa per 5 anni sul territorio nazionale potevano diventare italiani.

Per coloro che invece provenivano da paesi extra-comunitari era richiesto da parte dei genitori un reddito minimo e un alloggio idoneo e da parte del ragazzo il superamento di un test di conoscenza della lingua italiana.

Questo progetto di legge prevedeva, inoltre lo Ius Culturae, secondo cui poteva ottenere la cittadinanza il minore straniero arrivato prima dei 12 anni che avesse frequentato uno o più cicli scolastici.

Come si vede un progetto più che accettabile e che avrebbe favorito l’integrazione degli immigrati nel nostro paese. Ma francamente non si poteva pretendere questo coraggio da parte del Governo Gentiloni.

La nostra battaglia deve quindi essere per una legge sulla Cittadinanza di questo tenore insieme ad alcune norme elementari per l’integrazione.

Dobbiamo essere consapevoli che in un settore dell’immigrazione che proviene dai paese di religione islamica, peraltro minoritario, ci sono tendenze profondamente ostili all’integrazione con i paesi e la cultura occidentale ma ciò non toglie che li dobbiamo integrare. Ad esempio, l’uso di Niquab, il velo femminile che copre la testa ed il volto e che lascia scoperti solo gli occhi, deve essere vietato nel nostro Paese, non solo perchè sia vietato dalla legge girare a volto coperto, ma anche perché è un oltraggio alla dignità stessa della donna: non possiamo ammettere che ci siano donne segregate nelle loro abitazioni e che pur abitando da anni nel nostro paese non siano in grado né di parlare e né di comprendere una parola di italiano.

Per cui il diritto di cittadinanza non può avvenire soltanto con un meccanismo automatico basato sugli anni di residenza ma deve essere impostato su una conoscenza elementare della lingua e dei diritti e doveri dei cittadini italiani. Più o meno come prevede la legislazione francese con la loro “patente” e che abbiamo visto prima.

Di fronte agli sbarchi nelle nostre coste con barconi più o meno fatiscenti è ovvio e sacrosanto che li dobbiamo accogliere e soccorrere.

La sfida politica e organizzativa è quella di riuscire a distinguere i profughi dalle varie guerre di cui è responsabile l’imperialismo occidentale dai migranti economici, per cui occorre stabilire una quota di ingresso che la nostra economia possa reggere stabilendo accordi direttamente con i loro paesi di origine, tramite trattati giuridico-economici, per fermare una vera e propria tratta degli schiavi.

Ovviamente per i profughi le porte dell’accoglienza devono restare aperte.

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