L’Individuo a sovranità limitata

INDIVIDUO A SOVRANITA’ LIMITATA

 di Ferdinando Pastore

Il rapporto tra intelligenza artificiale, nuova rivoluzione industriale e socialismo

La scomparsa della sfera pubblica e l’affievolimento del ruolo dello Stato nell’era neo-liberista appaiono ormai fatti conclamati.

L’apparato statale, proteso alla protezione di beni pubblici, (1) è stato progressivamente smantellato e la decisione politica è stata affidata alle indicazioni dirette degli agenti economici. La perdita della sovranità dello Stato – che si identidicava con lo Stato-nazione vincolato alle Costituzioni sociali del dopoguerra – ha reso necessaria la creazione di una tecnocrazia sovranazionale, slegata dai vincoli della rappresentanza politica. Essa ha così potuto imporre ai governi decisioni apparentemente neutrali, impermeabili alla critica, ma tutte congeniali alla protezione della libera concorrenza e della libera circolazione di merci e capitali.

La necessità di sottrarre la sovranità agli stati veniva incontro ad esigenze poste da due sfere d’influenza solo apparentemente distanti.

La prima è quella del nuovo potere capitalista, finanziario e globale, il quale ha sempre avuto la necessità di abbattere quelle strutture di controllo della decisione che la borghesia aveva ideato per proteggere i propri interessi da indebite ingerenze statali.

In particolare la discussione pubblica e il parlamentarismo dovevano essere impoveriti anche perché nei “trenta gloriosi” questi strumenti sono stati utilizzati, da una parte dai partiti d’ispirazione socialista e dall’altra dallo Stato – che si faceva carico di mediare nello scontro tra capitale e lavoro – per permettere alle classi popolari di entrare all’interno delle istituzioni. Il veloce spostamento dei capitali aveva altre priorità.

La seconda è stata quella della critica artistica al capitalismo (si prendono in prestito le distinzioni operate da Boltanski e Chiappello tra critica sociale e critica artistica al capitalismo), che contestava sia le strutture gerarchiche proprie del mondo fordista, le quali alienavano l’essere umano in un sistema irregimentato, sia lo stato sociale costruito nel dopoguerra, il quale imborghesiva i ceti popolari e li rinchiudeva in una prospettiva di trasformazione della società meramente riformista e in una condizione esistenziale compatibile con i precetti borghesi.

Il manager creativo e democratico ha realizzato concretamente l’idea di trasformazione del capitalismo ormai divenuta necessaria a seguito delle contestazioni del movimento giovanile, le cui parole d’ordine erano complementari a quelle della stessa critica artistica. Per sottrarsi ai vincoli che lo Stato poneva a difesa dei beni pubblici, il capitalismo, attraverso l’ideologia manageriale, ha iniziato ad esaltare lo stesso stile di vita, fatto di mobilità, flessibilità, socievolezza, capacità di sviluppo delle reti di conoscenza tese all’accumulazione di capitale sociale, che l’artista aveva già preso a modello alternativo rispetto alla morale familistica e borghese.

Meno chiara, ancora, è la sottrazione della sovranità nei confronti dell’individuo, che paradossalmente è l’unico destinatario delle politiche neo-liberali. (2) Come l’individuo oggi si assoggetta a comportamenti, pressioni, modi di vivere? Un tempo esisteva comunque un assoggettamento, ma esso era mediato da strutture di pensiero che ordinavano principi e da strutture collettive che regolavano comportamenti. La religione, le ideologie, la filosofia avevano, prima della “fine della Storia”, la dignità di stabilire le finalità dell’agire umano; d’altra parte la famiglia, la Chiesa, la scuola, i partiti, i sindacati permettevano agli esseri umani di frenare le spinte prevaricatrici del capitalismo.

Con la vittoria dell’assolutismo relativista, una volta che l’individuo ha richiesto maggiore autonomia rispetto alle gerarchie burocratiche che quelle strutture collettive comportavano, il mercato ha avuto mano libera sia nel presentarsi come l’unico modello in grado di liberare l’essere umano dalle catene oppressive della burocrazia sia nel modellare e imporre nuove pressioni sociali, al fine di trasformarlo in capitale umano. Una volta spazzate via le strutture comunitarie l’individuo si è trovato a prendere decisioni in piena sintonia con gli stimoli preordinati dal mercato.

In questo senso la pubblicità, il marketing, la rete sono stati elementi decisivi per delineare un mondo proteso verso un’unica dimensione, oggi le App dei dispositivi mobili rappresentano l’ultima frontiera che il mercato ha previsto per l’annullamento della sovranità individuale. Esse indirizzano l’essere umano a tenere determinati comportamenti, a consultare determinate statistiche, a controllare solo alcuni aspetti della propria esistenza e nel prendere in considerazione solo quelle sollecitazioni in grado di realizzare la felicità così come è descritta dal mercato stesso.

Le App si presentano come strumenti che facilitano la comodità, una vita salutare, che aiutano ad avere un umore compatibile con il vivere civile, utili ad eliminare noia e depressione, e, paradosso dei paradossi, a spingere il soggetto alla ricerca della propria particolarità, della propria personalità “unica” tesa alla ricerca di una sempre maggiore libertà. Il punto di arrivo è la costruzione di essere umani completamente omologati, in cerca delle medesime esperienze, in grado di condividere le stesse aspirazioni, gli stessi viaggi – ormai il turismo, presentato come straordinaria esperienza culturale, è uno degli elementi fondanti nella formazione del pensiero unico (3) – lo stesso cibo, arredamenti uguali in ogni abitazione del mondo.

Inoltre il mondo delle applicazioni tecnologiche è utile nel sollecitare quella particolare figura, denominata da Alvin Toffler prosumer, che ha il compito di sviluppare i big data per conto delle multinazionali, attraverso le recensioni volontarie sulle merci e sui servizi. Viene istituzionalizzata la figura dell’individuo consumatore che si mette in aperta competizione con il lavoro. Non solo il lavoro viene continuamente giudicato direttamente dal fruitore della merce ma anche la creatività, l’innovazione non sono più oggetto di investimento da parte dell’azienda che prende a modello le consulenze gratuite della clientela. (4) Infine le App delineano gli intendimenti apparentemente “democratici” del capitalismo contemporaneo nel momento in cui regolano la funzione dell‘autocontrollo da parte del lavoratore, il quale, nella condizione di imprenditore di sé stesso, dovrà rendersi autonomo nel condurre un’attività proficua e docile, improntata all’ottimismo e alle capacità relazionali, alla collaborazione e alla propositività.

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Le App misurano sia la condizione fisica necessaria per rendersi appetibili sia la condizione morale e psicologica attraverso le “spinte gentili” che consigliano determinate attività ludiche, ricreative, sempre tendenti ad allontanare il soggetto dal pessimismo, dalla tristezza e dalla critica e così sviluppare tutte quelle qualità che oggi sono richieste per l’impiegabilità. (5) In questo modo facilitano la trasposizione dei problemi lavorativi dal lato sociale a quello psicologico. I fallimenti non devono essere mai associati alle condizioni socio-economiche, allo stato delle relazioni industriali o al livello più o meno conflittuale in seno alla lotta di classe, ma essere ricondotti sempre alla colpa personale. É l’inadeguatezza del singolo a rendere il lavoro difficile non certo i dispositivi messi in atto dal capitale che diventano, in questo modo, difficilmente contestabili.(6)

D’altronde il capitale mette a disposizione strutture aziendali nelle quali lo sfruttamento è nascosto dalla concessione di apparente autonomia, nella mistificatoria operazione con cui ha anche sostituito gli inquadramenti professionali, non più legati a vecchie categorie professionali (impiegato, quadro, operaio specializzato ecc. ecc.) che possedevano in nuce l’elemento della rivendicazione collettiva, e riformulati con espressioni prese direttamente dai manuali di management.

Questi stratagemmi funzionano solo se associati a un modello più ampio, in grado di condizionare l’intera esistenza del soggetto, il quale dovrà aderire in toto ad un progetto ideologico, quello mercantilista. Il prezzo da pagare, per l’individuo, è la cessione inconsapevole della propria sovranità, attraverso strumenti che amplificano in maniera esponenziale la propensione al consumo, non solo di beni e servizi, ma esteso anche al consumo di un determinato stile di vita, essa stessa ormai totalmente mercificata. (7)

Questo tipo di sviluppo, connesso alla mercificazione assoluta, sembra non avere sosta. In questo senso l’utilizzo delle App si collega direttamente alle informazioni commerciali che volontariamente l’essere umano mette a disposizione del capitale. La progettazione di oggetti intelligenti, interattivi, che raccolgono dati nel momento stesso in cui essi vengono utilizzati è decisiva nel collegare la funzione di autocontrollo, che oggi il capitalismo richiede direttamente al consumatore, con la monetarizzazione delle informazioni prodotte direttamente dall’autosorveglianza. Ma la vendita delle abitudini e dei gusti non ha solo conseguenze commerciali poiché lo stesso schema di manipolazione esercitato sul singolo ha evidenti conseguenze politiche.

Nella formazione della volontà individuale oggi le sollecitazioni che il potere esercita sono amplificate dalla circolazione a fini politici di queste informazioni raccolte ab origine per indirizzare il mercato e per renderlo personalizzato. La vendita di informazioni che le persone stesse mettono a disposizione, accentua il carattere commerciale dell’offerta politica contemporanea, la quale, nella sua riduzione a semplice gestione amministrativa dei diktat preconfezionati dal mercato, ha bisogno di catturare, proprio con le tecniche di manipolazione del consenso, l’attenzione del pubblico più indifferente e con minor coscienza sociale. Si completa la trasformazione della sfera pubblica operata dal neo-liberismo, oggi luogo nel quale non si sviluppa più un libero dibattito delle idee, ma, al contrario, si sperimenta la capacità del marketing di assorbire la volontà individuale a scopi predeterminati. (8)

Data Analyst. da lavoro del futuro a distopia a cottimo

Il problema politico della sovranità si dimostra strettamente connesso con quello della democrazia sia per ciò che concerne l’ambito della legittimazione a decidere da parte dello Stato nel suo ruolo di garante di beni pubblici che un tempo erano sottratti alla contrattazione privata, sia per ciò che concerne l’autonomia dell’essere umano che, nel passaggio da cittadino a consumatore assoluto, è imbrigliato sin dall’età della formazione dalle sollecitazioni poste dal mercato che influenzano non solo gusti, propensioni attinenti alla sfera della volontà ma indirettamente incidono anche nell’ambito delle pulsioni psichiche. L’attacco del Potere neo-liberale alla sfera della decisione si dirige in entrambe le direzioni, con la conseguenza di voler cristallizzare la scomparsa della società sostituita dalla dittatura capricciosa dell’individuo che nel paradosso liberale è costretto alla condizione di schiavo delle sollecitazioni uniformanti del mercato.

Ma se nel primo caso il liberalismo si dota di apparati repressivi che necessariamente devono superare gli ambiti nazionali per poter agevolare la libera circolazione di merci e capitali e sottrarre agli Stati la possibilità di proteggere beni non mercificabili, nel secondo il capitalismo, nella sua versione finanziaria e liquida, ha bisogno di creare una struttura permissiva e allettante, una sorta di industria della felicità, nella quale il soggetto, illuso dalla ricerca della propria personalità, si uniforma alle pressioni indotte dal mercato, fonte di godimento immediato, e, in questo modo, anche attraverso lo sviluppo tecnologico, procede all’autosorveglianza e all’autocontrollo. Esso si dispone volontariamente, senza coscienza, all’interno dei dispositivi mercantilistici e offre con il lavoro gratuito le informazioni necessarie per rafforzare l’ideologia del consumo e le strutture politiche repressive.

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1- Non si farà riferimento alla nozione generica di bene comune, dato che ogni sistema ideologico deve necessariamente individuare dei beni comuni congeniali a quello sviluppo. Anche il capitalismo, nelle sue diverse fasi, ha, a seconda dei casi, posto dei beni comuni da proteggere al fine di rendersi accettabile come sistema che non esplicitasse il proprio reale scopo: quello della ricerca del massimo profitto. Così come nell’era industriale il bene comune era rappresentato da tutto ciò che poteva essere messo in relazione alla sicurezza oggi nell’era post-industriale la retorica sulla libertà dell’individuo è divenuta il riferimento dei ragionamenti sul bene comune. Con la parola bene pubblico si fa riferimento, al contrario, alla protezione di beni, così come previsto dal costituzionalismo moderno, non assimilabili al libero mercato e di conseguenza non mercificabili per motivazioni etiche che rispettino canoni di riferimento anche alternativi a quelli dello sviluppo capitalista.

2 – L’idea che non esista una società composita, con interessi prodotti dalle differenze socio-economiche, è una delle prerogative dell’ideologia neo-liberista. Ad essa si contrappone una società formata da singoli individui tutti protesi verso interessi individuali. Margareth Thatcher esplicitò questo concetto in una famosa intervista del 1987 che individuò le funzioni del nuovo Stato “ Stanno scaricando i loro problemi sulla società. E come sapete, la società non esiste. Esistono gli individui, gli uomini e le donne, ed esistono le famiglie. Ed il governo non può far niente se non attraverso le persone, e le persone devono guardare per prime a sé stesse. E’ nostro dovere guardare prima a noi stessi e poi badare anche ai nostri vicini. Le persone pensano troppo ai diritti senza ricordarsi dei doveri, perché non esiste un diritto se prima qualcuno non ha rispettato un dovere” (dall’intervista del 23 settembre 1987, citato in Woman’s Own, Douglas Keay, pp 8-10, 31 ottobre 1987)

3 – Sul fenomeno del turismo di massa, dopo che già Horkheimer e Adorno trattarono il tema ricollegandolo all’esigenza del capitalismo di rendere il tempo libero, lo svago, parte di quell’industria culturale che rendeva la stessa società estraniata a sé stessa, è interessante l’esposizione di Marco D’Eramo il quale, fa notare che le certificazioni dell’Unesco sui siti patrimonio dell’umanità non fanno che promuovere una finta narrazione sull’autenticità. Attraverso l’apposizione dei marker, i siti segnalati dall’Unesco col tempo perdono la loro autenticità per trovarne un’altra inautentica e omologata. Con il paradosso evidente che il turismo andrebbe alla ricerca di quei siti definiti unici ma trasformati in cattedrali identiche l’una con l’altra in ogni posto del mondo. (Marco D’Eramo, Il selfie del mondo, indagine sull’età del turismo, Feltrinelli, 2017)

4 – A questo proposito particolarmente esaustive sono le parole di Bauman quando afferma “…nella società di oggi, il comportamento del consumatore (la libertà adattata al mercato dei beni di consumo) sta prendendo stabilmente il posto, al tempo stesso, del centro cognitivo e morale della vita, del legame sociale e della gestione sistematica. In altre parole, sta assumendo lo stesso ruolo che in passato – nella fase ‘moderna’ della società capitalistica – era svolto dal lavoro, e in particolare dal lavoro salariato. (Zygmunt Bauman, Intimations of Postmodernity, Routledge, 1992)

5 – L’attenzione alla felicità, quasi a renderla una vera e propria ideologia, è argomento trattato da William Davies il quale parte dallo sviluppo della psicologia comportamentista che si poneva l’obiettivo di riportare l’essere umano all’interno della vita produttiva anche con il ricorso ad una massiccia prescrizione di farmaci. Il rapporto dell’ideologia della felicità con il mondo del lavoro e con i nuovi paradigmi della managerialità sono così descritti: “Di fronte alla noia sul luogo di lavoro e alla stagnazione psicologica, i guru della motivazione richiedono semplicemente più forza di volontà. In quest’ottica, le attività che possono portare felicità, come avere una sita sociale o rilassarsi, hanno un valore nella misura in cui sono in grado di contribuire a riportare il cervello e il corpo a una forma che li possa spingere verso una nuova sfida lavorativa”. (William Davies, L’industria della felicità, come la politica e le grandi imprese ci vendono il benessere, Einaudi, 2016)

6 – A seguito del rapporto annuale del Censis ha fatto irruzione nel vocabolario corrente una nuova espressione, quella di rancore sociale. Con il termine rancore si mette in evidenza, appunto, il carattere negativo delle rivendicazioni del basso della società, il quale viene così adeguatamente bacchettato. La nuova povertà è riconducibile, quindi, ad un atteggiamento psicologico che porta a una sostanziale chiusura mentale. (Guido Crainz su La Repubblica del 2/12/2017)

7 – Sulla mercificazione assoluta della vita sono paradigmatiche le legislazioni vigenti in molti paesi sulla maternità surrogata. Dalla legislazione in materia emerge un principio alquanto sorprendente, difatti si elimina l’idea di vita e l’esperienza del parto per ricondurre tutto al concetto di servizio. Sul punto si sofferma Daniela Danna “Chiamare la gravidanza per altri un servizio è scorretto proprio per il significato di ‘servizio’, che va trovato nel linguaggio dell’economia, in cui ‘servizio’ è termine complementare a ‘bene’: si producono beni e servizi, venduti entrambi come merci il cui valore monetario va a costituire il PIL”. (Daniela Danna, Fare un figlio per altri è giusto, Falso!, Laterza, 2017)

8- .Sul punto estremamente significative le considerazioni di Morozov: “Gli strumenti del dividendo della sorveglianza funzionano solo a livello individuale, ci rendono del tutto trasparenti e manipolabili, assumono le sembianze di un ‘problem-solving’ mentre lasciano governi e aziende liberi di perseguire i propri scopi. Per parafrasare Foucault, siamo diventati tutti perfettamente tracciabili e perfettamente influenzabili…E’ così che la nozione stessa di politica come impegno comune muta in uno spettacolo individualista, consumista, in cui le soluzioni – si chiamano App, di questi tempi – vengono cercate nel mercato piuttosto che nella pubblica piazza.” (Evgeny Morozov, Silicon Valley: I signori del silicio, Codice Edizioni, 2016)

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