Addio alla Catalogna

di Alberto Benzoni

Da settimane i nostri giornaloni non parlano più della Catalogna.

Forse perchè la realtà non corrisponde più- se mai abbia corrisposto- allo schemino dello scontro Puidgemont/Rajoy, il primo cattivo e irresponsabile, il secondo buono anche se un tantinello rude.

Rajoy contro Puigdemont - Spagna e Catalogna

E anche perchè le prossime elezioni non saranno un referendum tra indipendenza e status quo, ma una scelta tra diversi percorsi politici. Sono accadute due cose.

La prima è la rottura del fronte indipendentista.

Puidgemont e i suoi avevano proposto a Esquerra republicana una lista unica; ma quest’ultima ha seccamente rifiutato. Gli indipendisti correranno dunque su due liste, in un contesto in cui i sondaggi danno ai primi poco più del 10% e ai secondi intorno al 30%.

Con ciò la natura dell’indipendentismo si ripropone nella sua giusta luce: non già la riproposizione in salsa catalana del modello bossiano o fiammingo- l’egoismo localistico della regione più ricca stanca di contribuire al suo dovere di solidarietà- ma piuttosto una variante più radicale del modello scozzese– il no della regione socialmente più avanzata rispetto ad un governo centrale non solo autoritario ma anche conservatore.

Si aggiunga che Puidgemont è l’erede di una formazione politica, quella di Jordi Pujol, che per decenni aveva garantito il suo costante appoggio ai governi centrali in cambio della conquista di sempre maggiori margini di autonomia. Schema rotto definitivamente non da Barcellona ma da Madrid.

L'alleanza conservatrice Aznar-Pujol

Aznar e Jordi Pujol

Difficile, a questo punto, che il fronte indipendentista si ricomponga intorno ad una nuova proposta referendaria. Il che offrirà un larghissimo spazio politico al movimento capeggiato da Ada Colau, sindaco di Barcellona e appoggiato da Podemos. Nel duplice rifiuto dell’indipendentismo e della repressione messa in atto da Madrid; e nella prospettiva della ripresa del dialogo o nel senso di un nuovo referendum concordato nella sua forma e nei suoi esiti o in una prospettiva di una compiuta revisione in senso federalistico dell’assetto istituzionale del paese.

Ma è dall’altra parte che non si manifestano segni di reazione. Uno spazio vuoto, per un’eventuale iniziativa del Psoe- finora incapace di uscire dalla sua ambiguità subalterna- e per la pressione della collettività internazionale. Dico collettività internazionale e non Bruxelles; oggi l’Europa ufficiale è solo viltà e paura mascherate da “regole”con qualche spolveratina di politicamente corretto.

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