Dopo le elezioni in Sicilia: la mossa del cavallo

Di Alberto Benzoni

Nel suo commento dedicato alle elezioni siciliane, Franco Bartolomei sottolinea il fatto che nessuna delle forze politiche presenti all’appuntamento (con la parziale eccezione del centro-destra) sia stata in condizione di realizzare il suo disegno politico: la sinistra di opposizione confinata nel suo piccolo spazio tradizionale, il Pd senza voti e senza alleanze, il M5S, lontano dalla maggioranza assoluta, anche se premiato dal voto disgiunto.

E conclude che, per dare un senso alla prossima legislatura, occorra la “mossa del cavallo“; e cioè un ripensamento complessivo delle culture e delle prospettive politiche oggi in campo.

Franco ha certamente ragione. Ma, a complicare ulteriormente le cose, c’è il fatto che i disegni reali delle nostre formazioni politiche- in questo caso centro-destra compreso- non corrispondono affatto a quello che vogliamo attribuirgli.

Se Mdp, almeno sinora, ha lasciato la porta aperta ai vari pontieri è perchè almeno sinora ha guardato più al Pd che alla società italiana; nella speranza di recuperarlo alla causa una volta sconfitto definitivamente alle urne l’intruso Renzi.

Se Il Pd non coltiva, come dovrebbe se volesse veramente vincere le elezioni, la politica delle alleanze alla sua sinistra è perchè lo stesso Renzi vuole in realtà tenersi le mani libere, con il controllo totale del partito e con la distruzione dei suoi oppositori attraverso il meccanismo del voto utile.

Se Gentiloni e gli ottimati come lui vanno avanti facendo finta di niente è perchè sanno che, comunque vadano le cose, loro saranno gli unici beneficiari dello stallo politico futuro e delle pressioni europee per un governo di unità nazionale conro il populismo. Se Grillo posa a futuro partito di governo è perchè sa di poter lucrare comunque sulla cospicua rendita di unica forza di opposizione. E se, infine, Berlusconi, come ha già fatto, punta ad una “alleanza elettorale purchessia” è perchè conta di poter utilizzare il consenso complessivo ricevuto per dare personalmente le carte di future intese.

Non siamo, attenzione, di fronte ad un piano B destinato ad essere messo in campo se il piano A dovesse fallire. Perchè, in realtà, il piano A non esiste, almeno sinora, se non come specchietto per le allodole.

Il guaio però è che la gente, quella decisa ad astenersi ma soprattutto quella che si recherà alle urne, questo inganno l’ha ampiamente intuito.

E che a pagarne le conseguenze sarà in particolare l’area di sinistra nominale( Pd) o reale ( sinistra di opposizione) che sia. Il centro-destra potrà continuare a ingannare; tanto non deve dimostrare niente. Il M5S potrà posare a futuro governo; tanto i consensi di unica forza di opposizione non glieli leva nessuno. In quanto, invece, al Pd dubito che il suo popolo possa essere soddisfatto del flop elettorale, con annessa retrocessione a terza forza.

Mentre, per quanto riguarda la lista unitaria di sinistra, riconfermare i dati del 2013 sarebbe una sorta di pietra tombale su ogni possibile aspirazione futura.

Pure siamo solo noi, sinistra di opposizione, ad avere, insieme, l’interesse e l’opportunità, di spezzare questo gioco di specchi e di far vedere la nudità dell’imperatore.

Basterà, per questo, ritornare al nostro piano A: proporre agli italiani e in particolare a coloro che hanno votato no il 4 dicembre la nostra critica radicale sulla rotta seguita nel corso degli ultimi decenni assieme ad una serie di impegni concreti per modificarla. E basterà dire, essendone magari pienamente convinti, che [una] lista unitaria non è un accrocco dell’ultima ora per garantire la […] presenza in parlamento ma l’inizio di un lungo e comune percorso futuro.

Sarà, se non altro, un punto fermo.

E magari, l’essere chiari su noi stessi e sui problemi del paese renderà più difficili e soprattutto assai meno convenienti gli inganni altrui.

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