“Human in the loop”: IA-intelligenza artificiale e fine del lavoro

di Mattia Di Gangi

Recentemente mi è stato suggerito di leggere questo articolo dell’Economist che ci spiega senza troppi giri di parole come sia veramente possibile che l’Intelligenza Artificiale come qualsiasi altra rivoluzione tecnologica, distrugga molti posti di lavoro esistenti, ma per la sua stessa natura ne genererà di nuovi.

Fin qua tutto bene, fare previsioni di questo tipo, senza addentrarsi troppo nei dettagli è esercizio facile e anche abbastanza di buon senso. Abbiamo già visto i luoghi di lavoro trasformarsi prima con l’avvento dei PC, poi con la diffusione di internet, per non parlare di come l’avvento degli smartphone abbia stravolto tutto. Non si capisce perché con l’IA non debba avvenire un processo analogo.

Il problema lo troviamo quando invece l’autore dell’articolo decide di entrare nei dettagli e proporci una visione del futuro tanto tranquillizzante per lui, quanto raccapricciante per me.

Infatti, il ragionamento parte dal fatto ovvio che l’IA ha bisogno di dati per funzionare, e tanti più dati ci sono e meglio funziona. Di conseguenza, qualunque azienda voglia integrare l’AInei suoi prodotti avrà anche bisogno di pensare a come produrre sempre nuovi dati per migliorarli.

 

Big data: lavoreremo per nutrire di dati le IA?

Il nostro destino è lavorare a cottimo per fornire dati alle IA?

Se vogliamo prendere alcuni esempi, Facebook usa il lavoro gratuito di miliardi di utenti che taggano le foto, generano contenuti testuali, e persino valutano le traduzioni prodotte dal sistema. Una cosa analoga è fatta dalle altre grosse società che basano i loro prodotti sui dati (Google, Amazon, per fare altri esempi). In cambio gli utenti ottengono un miglioramento del servizio e prodotti migliori, quindi tutti contenti.

Ora, non è così facile produrre un prodotto software che diventi indispensabile per milioni di persone, tanto da portarli a compiere azioni che generano dati, dati che in altri casi sarebbero pagati. Infatti, prendiamo ad esempio il sito Amazon Mechanical Turks (AMT). Questo permette l’incontro tra organizzazioni che hanno bisogno di dati etichettati (bisogna dare un significato ai dati per renderli utili all’addestramento di un sistema di AI) e persone che per lavoro etichettano dati.

Amazon Mechanical Turk: IA per lavori freelance

Per capire meglio di cosa parliamo, supponiamo che io abbia un sito di e-commerce in cui le recensioni degli utenti siano una parte importante, ma la credibilità del mio sito può essere minata da utenti che scrivono recensioni sarcastiche, che però non sono di facile individuazione dagli utenti (non è facile capire il sarcasmo da testi scritti, il fatto che siano scritti da sconosciuti rende il tutto più complicato).

Supponiamo inoltre che sul mio sito vengano pubblicate migliaia di recensioni al giorno, sembra proprio impossibile assumere un team per controllare le recensioni una ad una e cancellare quelle sarcastiche. Più facile è addestrare un sistema di IA che sia in grado di farlo automaticamente. E’ in questo momento che decido di raccogliere qualche migliaio di recensioni dal mio sito e metterle su AMT per chiedere ad una folla di persone quali sono sarcastiche e quali no, dando in cambio 50 centesimi per 100 frasi.

Ovviamente, siccome ci tengo alla qualità dei dati avrò anche dei sistemi di controllo della qualità per evitare che la gente che pago mi prenda in giro. Chi accetta di lavorare per me si troverà quindi di fronte ad una schermata in cui, dopo aver spiegato il compito da fare, le recensioni appariranno una alla volta e lui dovrà stabilire se si tratta di una recensione sarcastica oppure no, e magari anche quale parte gli fa capire che è sarcastica.

D’altronde, più dati abbiamo e migliore può diventare il nostro sistema, no?

Data Analyst. da lavoro del futuro a distopia IA a cottimo

Lasciamo ora da parte me e il mio fantasioso e-commerce di successo, e focalizziamoci sul lavoratore che mi dirà per 100 volte se le mie recensioni sono sarcastiche o meno, perché è questo il tipo di lavoro che ci viene propinato dall’Economist come sostituzione a quelli esistenti.
Una massa di lavoratori a cottimo il cui scopo è di nutrire macchine con dati finché ne avranno bisogno. Ciascuno a casa propria senza contatti con colleghi, e non oso immaginare quali possano essere i diritti sul lavoro, ma ho pochi dubbi sul fatto che il nostro autore auspichi livelli pre-ottocenteschi.
Tutto questo mentre ingegneri e scienziati saranno dall’altro lato a fare la parte intellettualmente più stimolante del lavoro con l’IA, cioè la progettazione di sistemi che possano essere sempre migliori con i dati a disposizione.
A mio avviso questa visione potrebbe essere un buono spunto per il prossimo film distopico, sul filone di Hunger Games o Divergent, ma qualcosa da evitare assolutamente come futuro per la nostra società.

L'AI rischia di costruire una distopia come Hunger Games o Divergent

Visto che la mia cultura mi impedisce di avvicinarmi al luddismo come pratica, anche perché la storia dimostra che non paga, ritengo che sia invece più utile una riflessione collettiva che porti ad una proposta che coinvolga università, aziende e centri di ricerca e che permetta di vedere l’IA da un altro punto di vista.

Una tecnologia che sia in grado di integrarsi nel lavoro di professionisti e operai specializzati per renderlo più rapido ed efficace, e non al contrario mettere gli uomini al servizio delle macchine.

Questo va accompagnato ad un piano per aumentare il livello culturale e le capacità tecnico-scientifiche della popolazione in modo che siano sempre di più le persone con competenze che possano essere valorizzate, a scapito di chi possa accettare il tipo di lavoro di cui abbiamo parlato precedentemente.

So che la proposta non è affatto nuova, anzi risale agli albori del movimento operaio; e non è nemmeno di facile attuazione, anzi è difficilissima. Tuttavia, l’aumento delle diseguaglianze che abbiamo visto negli ultimi anni fa tornare in auge il problema con forme e misure che probabilmente non hanno precedenti nella storia dell’uomo.

E la risposta può essere un volgare individualismo che porti a cercare di stare a galla individualmente, oppure una risposta collettiva al crescente impoverimento.

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