Le classi popolari siciliane tra primo fascismo e mafia

 

di Gaetano Colantuono,

Responsabile Scuola e Università, 

Risorgimento Socialista Puglia

 

Fra l’incudine e il martello. Le classi popolari siciliane al tempo del primo fascismo.

Rileggendo una ricerca storica sul fascismo e la Mafia (e una celebre polemica).

Quando il regime fascista volle consolidarsi anche in Sicilia – con non lieve décalage rispetto ad altre regioni – incontrò un variegato insieme di pratiche violente e illegali, consolidati blocchi di interessi, fazioni in lotta fra loro e pregresse rappresentazioni politiche culturali e letterarie – un coacervo cui spettava il nome di Maf[f]ia, dove l’incertezza della grafia è contigua a quella delle diagnosi. Anche in questo campo il regime mostrò notevoli oscillazioni negli atteggiamenti e nella propaganda, che andarono dall’ossessione redentrice (o chirurgica) all’occultamento forzato della questione, con una sottotraccia di connivenze locali.

Al primo ambito rientra l’energica azione del prefetto Cesare Mori negli anni Venti: variamente ricordato («prefetto contadino», «prefetto di ferro»), la sua permanenza siciliana fu caratterizzata da una massiccia campagna militare fatta di scontri a fuoco, assedi, cattura di ostaggi, arresti di massa, da cui lo strascico di maxi-processi, e una fitta rete di informatori (scilicet, delatori), accanto ad una costruzione minuziosa della propria immagine.

È proprio la figura del prefetto Mori ad essere il centro del volume di uno studioso inglese, Christopher Duggan, La mafia durante il fascismo1, tanto che il titolo solo parzialmente corrisponde ai contenuti (che appunto sono concentrati sugli eventi fra ’25 e ‘29). Si tratta, com’è forse noto, di una seconda edizione italiana, dopo che dalla prima (1986) prese spunto una delle dispute politico-culturali più drammatiche di fine Novecento in Italia, sorta dalla recensione “attualizzata” di Leonardo Sciascia sui cd. «professionisti dell’antimafia» (Corriere della sera, 10 gennaio 1987). Ad essa fanno riferimento tanto la prefazione autoriale quanto la sentita postfazione di Gaetano Savatteri, che ricostruisce la polemica e i suoi inattesi sviluppi.

Duggan analizza il rapporto tra Mafia e Fascismo in Sicilia

Contro i professionisti delle emergenze.

Una lettura “attualizzata” di una ricerca storica – tanto più se una ristampa – pone sempre dei dubbi. D’altra parte, però, fa parte della ricezione di un’opera interessante sul piano documentario, scritta peraltro con uno stile narrativo agile, con commenti acuti e brillanti, il fatto di suscitare interrogativi e analogie.

La discussione sulle analogie fra regime fascista e i governi berlusconiani di destra a più riprese al potere in Italia nella “seconda repubblica” ha affannato parte della cultura italiana tanto più che essa resta complessa, in virtù di vicende imprescindibili come la brutale repressione – un golpe istituzionalizzato – delle giornate di Genova nel luglio del 20012. Essa, a ben guardare, appariva spesso strumentale rispetto ad una dicotomia, rivelatasi largamente fallace, fra berlusconiani e antiberlusconiani. Per meglio impostare la questione delle nuove destre una possibile pista può essere proprio nei dispositivi attraverso i quali gruppi al contempo populistici e conservatori, neoliberisti e indipendentisti padani (l’accozzaglia tenuta insieme solo da una leadership mediatico-economica) abbiano potuto mantenere e incrementare il proprio potere. Uno di questi – come notato da molti commentatori – giace nella retorica di continue, anzi permanenti emergenze. Una retorica che nel tempo si è manifestata bipartisan, come testimonia la continuità di ruoli in governi diversi di Guido Bertolaso e la correlata espansione di compiti della Protezione civile (cfr. Manuele Bonaccorsi, Potere assoluto. La protezione civile al tempo di Bertolaso, 2009).

Emergenze che sanno aggregare, richiamando tentazioni unanimistiche, latenti in certi momenti storici. Emergenze che puntualmente non vengono risolte bensì eluse a livello mediatico, quasi che una volta costruite in maniera artefatta possano poi venire demolite in modo simile. Emergenze che però, bisogna pur riconoscerlo, non sono del tutto artificiose, ma rispondono a reali esigenze popolari – artificiose semmai sono le loro rappresentazioni in certe tinte funzionali. Al di là del dibattito accademico (di cui l’autore e il primo prefatore, Denis Mack Smith, danno conto nel libro), la mafia è uno di questi pericoli del tutto reali, della cui gravità non bisogna affatto discutere.

Si può, infatti, certo discutere dell’opportunità di condividere analisi storiche, progetti politici e tesi giuridiche, tuttavia restano fermi i dati della realtà mafiosa, dei suoi crimini e dei suoi impatti negativi sullo sviluppo socio-economico delle aree colpite. Ma come agire fattivamente contro di essa senza una diagnosi corretta e non derogando allo “stato di diritto”? Questo è il busillis ricorrente e l’analisi del Duggan sull’operato di Mori può dare contributi ad una riflessione ancora aperta. Un nesso emerge al termine del libro fra retorica dell’emergenze e carattere effimero degli interventi, per cui a dispetto di oltre diecimila arrestati e processati in pochi anni la mafia sopravvisse nella Sicilia degli anni Trenta, per poi riesplodere appena il quadro politico fosse tornato ad instabilità – ossia dal ‘433.

Contro la tentazione all’unanimità dell’antimafia anche con settori delle destre più bieche è eloquente proprio l’atteggiamento di Mori verso il ceto degli agrari, sostanzialmente tutelato e trasformato, a prescindere, in vittima della mafia. Né mancò che il furore antimafia di Mori sia stato anche una cover-story di lotte intestine allo stesso fascismo siciliano, come arma di epurazione verso altre fazioni.

A mo’ di ricapitolazione. Impiego di mezzi illeciti e briganteschi per combattere la mafia (come l’istituto degli ostaggi), assenza di garanzie in sede processuale, notevoli sforzi e risultati effimeri rispetto all’obiettivo dichiarato – estirpare la mafia. I risultati furono piuttosto maggiori per quanto riguarda gli esiti interni al regime, dai quali derivò il consolidamento e una notevole riformulazione del PNF a livello locale. Un tipico esempio di shock politics, verrebbe da pensare alla luce dell’ormai classico volume di Naomi Klein sul neoliberismo. È ormai ben noto che nello stesso gruppo al potere nazionale possono convivere politiche securitarie (la cd. tolleranza zero) con l’invio di militari per funzioni di ordine pubblico e dichiarazioni della serie «con la mafia bisogna pur convivere». Ovvero arresti spettacolarizzati di pericolosi latitanti e perpetuazione della spesa pubblica per una chimera nota come “ponte sullo stretto”, ad alto tasso di pericolo di infiltrazione mafiosa.

Cesare Mori il prefetto di ferro antimafia del fascismo

Varianti di repressione contro le classi popolari.

Lo storico del movimento dei lavoratori non dimenticherà alcuni eloquenti documenti citati. Un giornale dell’isola poteva candidamente affermare nel 1922: «Del resto l’opera di repressione del socialismo che nella penisola vien fatta dai fascisti, qui in Sicilia è stata fatta dalla Mafia» (p. 11), mentre un testimone in uno dei processi dichiarava che nel fare i nomi di (presunti) mafiosi «mi sono riferito soltanto (sic!) alla voce pubblica, che riteneva maffiosi gli avversari di socialisti» (p. 105) – e questo in pieno regime fascista! Si tratta di un’opinio communis destinata a trovare una tragica conferma nelle trame che – secondo tesi ormai accreditate – avvolgono l’eccidio di Portella della Ginestra (1° maggio 1947).

Alternative per la Sicilia e il Mezzogiorno.

Resta, al solito, il problema urgente delle alternative fattibili. Lo storico-attivista, a questo punto, ricorderà con profitto la formula dell’antimafia sociale. Un lavoro di tessitura di relazioni, che prova (con infinite difficoltà) a ricreare un tessuto sociale laddove questo è stato lacerato; che lavora sulle cause e sugli ambienti. Agli antipodi di quanti – a destra – hanno anche in anni a noi vicini chiesto la sospensione del diritto di voto per intere aree meridionali, mediante il già noto strumento del commissariamento. Oppure a sinistra impone come rimedio le candidature blindate di fedeli nominati, espressione di nomenclature lontane o di consorterie locali. Un inquietante deja-vu. Evidentemente si tratta di una concezione ancora razzista verso le società meridionali, ritenute incapaci di liberarsi con gli strumenti costituzionali e democratici (magistratura, elezioni, scioperi e boicottaggi, trasparenza e legalità sostanziale, promozione sociale e civile delle persone).

Questa riedizione arricchita dà l’opportunità di (ri)leggere un volume interessante. Non per caso documentarsi, leggere le mafie in prospettiva storica, (ri)tornare nelle biblioteche e negli archivi (al contrario di quanto, p. 85, con arroganza affermava Mori: «Nessuna sosta nelle biblioteche») è un buon viatico nella lotta, per quanto non sufficiente. Ma insufficiente si dimostra anche una strategia solo militare e repressiva, che ritorna ciclicamente dall’Unità ad oggi, incapace di comprendere le trasformazioni di una realtà complessa.

Le competizioni elettorali passano fungendo da termometro; i problemi strutturali e l’esigenza di creare una classe dirigente locale all’altezza delle sfide restano. Ai compagni e alle compagne della Sicilia l’onere, ancora una volta, di lottare per un’alternativa che parta dalla loro terra verso non solo il resto dell’Italia ma verso l’intero Mediterraneo.

1 Soveria Mannelli 2007, pp. XIX-308: l’opera soffre però di un editing lacunoso, causa di molti refusi.

2 Cfr. il dibattito promosso dalla rivista Carta, 30/10, di agosto 2008.

3 Da qui il tema storiografico – politicamente non innocente – per cui la mafia sarebbe stata reintrodotta in Sicilia dagli Alleati.

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