I tavoli di lavoro

di Ferdinando Pastore

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Nella crisi della politica e dei partiti, il modello aziendale predomina anche nei raggruppamenti che sinceramente criticano il neo-liberalismo. Ciò dimostra la capacità di assorbimento che il capitalismo esercita anche nelle zone a lui avverse.
Da anni, alla fine delle manifestazioni politiche, si fa ricorso ai tavoli tematici. Si mettono in campo proprio i dispositivi più classici del nuovo spirito del capitalismo.
Si finge che un partito, un’aggregazione, debba rifiutare la gerarchia e che la decisione possa essere presa da gruppi di lavoro.
Ma cosa sono i gruppi di lavoro se non la resa alla tecnica?
Nelle aziende, nelle nuove aziende post-fordiste, i tavoli di lavoro, l’équipe, sono diventati gli strumenti per affievolire la capacità di resistenza del lavoratore che, improvvisamente si è sentito autonomo e libero dall’alienazione. Ovviamente si tratta di uno stratagemma.
La gerarchia, in questo modo, viene solo nascosta e il controllo viene esercitato subdolamente. Il manager giudica, attraverso questi strumenti, la docilità del lavoratore, che dovrà essere manifestata attraverso l’entusiasmo, la creatività, il problem solving, la capacità di avere dimestichezza con le reti. Tutto in condivisione con gli altri senza che possano nascere rivendicazioni collettive, ammesse solo le gelosie utili alla competizione individuale.
Si paventa l’idea che tra capitale e lavoro non debba esistere conflitto, ma che si remi tutti nella stessa direzione.
Così come è nascosta la proprietà, nel nuovo capitalismo finanziario e globale si vuole nascondere la decisione.
Ma non è proprio l’obiettivo dei tecnocrati? Quello di rendere la sfera politica neutra e nascondere la sfera della decisione per adattarla agli apriorismi economici?

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