Il totalitarismo liberale. Fake news, politically correct e resilienza

di Ferdinando Pastore

totalitarismo caduta muro berlino

Foto: Thinglink.com

Con la crisi economica del 2008 è entrato in crisi il sistema liberale formatosi dalla caduta del muro di Berlino in poi. Con lo sgretolamento del blocco comunista, l’espansione illimitata del mercato, corroborata dall’ideologia liberista, è diventata l’unica realtà adattabile alla società, alle strutture politiche e ai processi economici. Da allora il capitale si è riorganizzato per estendere il proprio dominio su tutti gli interstizi della vita degli esseri umani e ha ridefinito i rapporti di forza che, nel corso del dopoguerra, erano stati stemperati a causa proprio della capacità attrattiva che l’ideologia socialista riusciva ad esercitare nei confronti di un gran numero di cittadini occidentali.

La presenza di forti partiti di tradizione operaia, la consapevolezza delle classi dirigenti che si formarono nel periodo bellico dei danni prodotti dal liberismo di inizio Novecento e il modo di produzione fordista, che aveva bisogno di rapporti dialettici tra capitale e lavoro, costrinsero lo stesso capitale a dover raggiungere compromessi con il mondo del lavoro e su quei compromessi si fondarono gli stati-nazione del dopoguerra, edificati sul costituzionalismo moderno, il quale escludeva la completa mercificazione dell’esistenza e metteva al riparo il basso della società dagli squilibri congeniti al sistema capitalistico. Alcuni beni essenziali restarono fuori dalle logiche del mercato e le classi popolari ebbero piena rappresentanza dentro la struttura dello Stato. La lotta di classe divenne principio costitutivo della lotta politica.

Certo governavano i partiti borghesi e l’alleanza atlantica non poteva essere messa in discussione, ma la vita delle persone era messa al riparo dall’azione dello Stato, che interveniva per garantire senso della collettività, sicurezza, protezione e, attraverso i corpi intermedi e la presenza di partiti politici di massa, poneva il lavoro come tratto essenziale di quella dignità sociale che si considerava elemento costitutivo di un’esistenza decorosa. Anche il mondo dell’impresa, date le caratteristiche del modo di produzione industriale, doveva tener conto di questa dialettica. (1)

italia repubblica

Foto: Radio3

Con la caduta del Muro si misero all’opera i restauratori dell’ordine liberale, i quali, da molti anni ormai, nei loro think tank, nelle loro fondazioni, dalle cattedre di economia delle loro Università, si erano ripromessi di mutare i rapporti di forza che, così come si erano sviluppati, non erano compatibili con il nuovo sistema di produzione capitalistico, che si stava tramutando in finanziario, e che aveva la necessità di espandersi illimitatamente senza alcun ostacolo.

I fautori della Open Society esultavano per la libertà ritrovata e per le enormi possibilità di conquista che ora, con la caduta dei sistemi statalisti, la nuova società riaperta aveva di fronte a sé. Si tornò a pensare che il mercato avesse capacità taumaturgiche e che le nuove tecnologie liberassero l’essere umano dal giogo dello sfruttamento. La globalizzazione dei mercati così era presentata da Ralph Dahrendorf: «…La globalizzazione offre la grande opportunità di una concorrenza tra alternative interamente contrattuali. Le varie versioni del capitalismo non si escludono a vicenda. La versione americana del capitalismo puro può coesistere senza entrare in guerra con le diverse varianti dell’economia sociale di mercato dell’Europa continentale e il capitalismo di coesione sociale e valori tradizionali dell’Asia. Tutto il mondo può trarre vantaggio dal fatto che non esiste più una insanabile contrapposizione di sistemi». (2)

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Foto: WordPress

Il capitalismo ebbe l’opportunità di ripresentarsi come un ordine naturale e il neo-liberismo divenne quella che Dardot e Laval hanno opportunamente definito la Ragione-Mondo.  Questa nuova razionalità ha avuto la capacità, grazie anche agli strumenti di manipolazione dell’opinione pubblica, di penetrare in tutte le relazioni sociali alle quali è stata estesa la logica del mercato e della concorrenza (3). In questo contesto era importante omogeneizzare tutti i soggetti sociali verso un’unica dimensione, imporre un solo indirizzo, e attraverso la retorica del progresso illimitato che avrebbe portato benessere e felicità per tutti, spegnere sul nascere qualsiasi critica venisse mossa al nuovo sistema, che era messa o alla berlina come nostalgica o ritenuta pericolosa per la tenuta del nuovo mercantilismo globale.

Tutti i cittadini, di qualsiasi nazionalità, di qualsiasi ceto, indipendentemente dalle proprie condizioni socio-economiche, dovevano perseguire i medesimi interessi, resi allettanti attraverso la narrazione del sogno. Se un tempo la dignità sociale e la sicurezza, attraverso la protezione dello Stato, erano i beni ai quali gli esseri umani tendevano, con la rivoluzione neo-liberista la realizzazione dei propri sogni, l’indipendenza e l’autonomia del soggetto, hanno rappresentato le nuove pressioni sociali che il mercato ha imposto all’essere umano.

In questo nuovo contesto è cambiata anche la concezione della tolleranza e del pluralismo. Nell’immediato dopoguerra i sistemi democratici, difatti, hanno dovuto sopportare una forte dialettica politica che riproduceva lo scontro sociale che si concretizzava nei luoghi di lavoro ed il capitalismo ha gestito le spinte di opposizione attraverso il controllo esercitato da uno Stato fortemente centralizzato, dotato di una forte componente burocratica, che assicurava diritti sociali e spesa pubblica, che regolava il conflitto tra capitale e lavoro e che smaltiva  le voci dissenzienti  in una sorta di laissez- passer. (4)

Con l’evoluzione del sistema capitalistico, con la retorica della società aperta, si è paradossalmente disegnato un sistema chiuso, all’interno del quale non vi è stato spazio per la critica. Il nuovo modello aziendale ha contribuito a nascondere i conflitti e le spinte di opposizione. L’evoluzione è perfettamente descritta da Boltanski e Chiappello nel momento in cui nasce un nuovo spirito del capitalismo. É stato promosso un nuovo modo di dirigere, apparentemente anti-autoritario, e la conquista della sicurezza, elemento fondamentale del periodo industriale è stata sostituita dalla spinta per l’autonomia del soggetto. La tolleranza, nella nuova narrazione, non è necessario che venga esercitata dal Potere, è l’essere umano che, per sopravvivere, dovrà tollerare, ed essa si manifesterà compiutamente nel comportamento virtuoso del lavoratore; perché sia assicurata l’impiegabilità occorrerà dimostrare determinate caratteristiche: leggerezza, apertura mentale, capacità di adattamento, relativismo morale, rispetto per le differenze. Queste peculiarità permetteranno al singolo di essere messo nelle condizioni di avere accesso, con protagonismo, alle reti, requisito indispensabile per assicurarsi un futuro lavorativo senza la certezza del vecchio impiego. (5)

equality love

Foto: Vice

Questa pressione sociale, il diktat ad essere mobile, flessibile, docile, ha imposto non solo un determinato comportamento sociale – volutamente accostato al concetto di civiltà – ma ha costruito un linguaggio, una retorica che come in tutti i sistemi autoritari ha segnato il confine tra chi è dentro e chi è fuori. La sanzione per chi si scopre all’esterno è l’oblio, l’invisibilità, l’incapacità di avere voce in capitolo. Il politically correct è lo strumento con cui si traccia quel confine che delimita il recinto nel quale deve essere circoscritta la critica. Questa costruzione è solo esteriormente pluralista. Essa è il frutto dell’alleanza storica tra la destra economica, che ha avuto bisogno di un mondo aperto e senza confini, per escludere limitazioni alla libera circolazione di capitali, merci e persone e la sinistra post-sessantottina, che ha individuato nello Stato e nell’azienda industriale gerarchizzata, i nemici che ostacolavano la piena realizzazione del soggetto, il quale aveva bisogno di espandere senza limiti la propria personalità. In questo modo, attraverso la piena sintonia di tutto il mondo liberale, si è cristallizzato quello che oggi si definisce “pensiero unico”.

Con il default del 2008 questi paradigmi ideologici entrano in crisi, il sistema non è più percepito come allettante. Progressivamente emerge una contrapposizione tra alto e basso della società. Ma il basso si ritrova sempre più schiacciato dalle fortissime diseguaglianze economiche e, al contempo, imprigionato dall’idea dell’uomo nuovo, indipendente e senza radici, caratteristiche che, secondo la nuova dimensione aziendale, gli permettono di essere considerato impiegabile. Inoltre, con la progressiva assimilazione della sinistra ai meccanismi di dominio del capitale, vive senza rappresentanza politica e data la conversione ideologica dei partiti socialisti alla novella del sogno individualista, è privato di un’alternativa di modello.

É il motivo per cui chi si è trovato sconfitto dai meccanismi concorrenziali del sistema liberista, ha iniziato a dare chiari segnali di resistenza all’impianto ideologico dominante, pur senza un coerente indirizzo politico, che si sono concretizzati, quando, nel corso degli ultimi anni, si è recato alle urne. È quello che è successo in Grecia con il referendum sul memorandum della UE, in Inghilterra con la Brexit, negli Stati Uniti con l’elezione di Trump, in Italia con il No alla riforma costituzionale ed in Francia, dove hanno “rischiato” di concorrere al ballottaggio, Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen. Ma in un sistema chiuso, come quello neo-liberista, questo rischio, è considerato inaccettabile. Difatti la chiusura del sistema aveva permesso, fino a quando sono esplose le contraddizioni sociali che oggi sembrano lampanti, una farsesca contrapposizione tra destra economica e sinistra individualista che reggeva un manieristico sistema dei partiti, della politica e, appunto, del pluralismo.

Jean-Luc Melenchon

Foto: Melenchon.fr, Jean-Luc Mélenchon

Se nel sistema fordista e industriale il laissez-passer aveva capacità di assorbimento, oggi nella nuova dicotomia alto/basso, la dimensione populista della risposta politica deve essere combattuta apertamente e per condurre la battaglia si dà manforte alla struttura repressiva del sistema. Laddove il mercato definisce un mondo pieno di possibilità e il mezzo per realizzare i sogni individuali, la tecnocrazia posta a guardia del mercato stesso, definisce i limiti del dibattito e interviene direttamente sulla libertà di stampa e di associazione e contesta, apertamente, il suffragio universale. Il mezzo con cui sferra l’attacco è sempre la dimensione del politically correct, che delinea ciò che è civilizzato e ciò che non lo è. Per questo si assiste ad un proliferare di dibattiti sulle fake news o, in Italia, si arriva a concepire una legge che metterebbe al bando ipotetiche manifestazioni di pensiero che, genericamente, si richiamano al fascismo (6). In realtà il Potere si scontra con l’affievolimento dei suoi strumenti di propaganda (7), non più efficaci nell’ indirizzare in maniera netta l’opinione pubblica e pone le condizioni per una sua limitazione.

Il sistema chiuso, partorito dalla dittatura neo-liberista, ha dunque silenziato lo scontro politico, assimilando al proprio sistema di pensiero tutti i partiti, soprattutto quelli che originariamente si ispiravano al marxismo, ormai rifugiati o nell’anarchismo libertario o all’interno dei dispositivi dell’ordo-liberismo; ha annientato lo scontro sociale, da un lato grazie alla propaganda ispirata al progresso illimitato e alla concezione dell’uomo nuovo, slegato da rapporti solidaristici, dall’altro con la nuova organizzazione aziendale che prevede un lavoratore ottimista e docile; ha omogeneizzato la libera circolazione delle opinioni attraverso il fanatismo del politically correct, che considera come naturali gli apriorismi del mercato e contemporaneamente si rende allettante nel suo mostrarsi civile, tollerante, aperto(8).

Ma i regimi autoritari, come quello neo-liberista, quando entrano in crisi, si scoprono intolleranti e utilizzano la limitazione alla libera circolazione delle idee per tentare di spegnere, in maniera repressiva, i germi di una presa di coscienza collettiva. Ai cittadini si chiede di comportarsi in maniera resiliente, concetto molto in voga negli ultimi tempi. La resilienza è quel termine usato in psicologia per descrivere la capacità dell’individuo di far fronte ad eventi traumatici in maniera positiva e la capacità di riorganizzare la propria vita adattandosi ai periodi di difficoltà. La resilienza è oggetto di articoli, approfondimenti, indagini da parte di tutto il mainstream, il quale chiede che l’essere umano debba sopportare e che continui ad essere assuefatto, positivo, acritico; al massimo potrà sempre sprigionare la propria creatività artistica o meritarsi lo status di imprenditore di sé stesso, colui che non deve chiedere mai.

resilienza

Foto: Projetosejafeliz

 


1 – Adriano Olivetti offre un esempio di quello che fu il compromesso sociale di quei tempi. Olivetti fu figura paradigmatica del  passaggio da un sistema capitalistico di tipo familiare a quello burocratizzato, attento alle questioni sociali, del dopoguerra, che non disdegnava l’azione dello Stato nel momento in cui esso si poneva l’obiettivo di allargare la sicurezza dei lavoratori. Così difatti lo stesso Olivetti si rivolse ai propri operai della fabbrica di Ivrea nel 1955 “In seguito al recente rinnovo del piano Fanfani sono previste costruzioni di case per lavoratori per 325 milioni di lire. Potremmo costruire qui in Ivrea, parte a Canton Visco e parte alla Carale, in un periodo relativamente breve oltre 150 alloggi. Di 48 di essi sono già cominciati i lavori e si prevede che possano essere terminati in meno di dieci mesi, permettendoci finalmente di affrontare i casi più gravi. Anche il progetto, patrocinato dal consiglio di gestione, delle case a riscatto, procede bene e questo tipo di programma edilizio è destinato ad avere altri e più notevoli sviluppi. Quando il punto critico cui accennavo sarà superato, saranno ripresi i lavori della mensa e iniziati quelli per una nuova infermeria, ormai indispensabile. Sarà d’uopo inoltre migliorare taluni servizi culturali e sociali attualmente inadatti e insufficienti” (A. Olivetti, Città dell’uomo, Edizioni di comunità, 2015)

2 – R. Dahrendorf, La società riaperta, dal crollo del muro alla guerra in Iraq,  Laterza, 2005

3-  Dardot e Laval  descrivono questa capacità assorbente del neo-liberismo quando riportano le politiche di Erdogan in Turchia improntate ai principi del mercato e della concorrenza, pur essendo, il leader turco un esponente islamico. “Conosciamo infatti il movimento di reislamizzazione della società tenacemente portato avanti da Erdogan nel corso degli ultimi anni. Ed è quello stesso dirigente che nel 2015 dichiarava: Vorrei che questo paese venisse governato come un’impresa; mentre nello stesso anno faceva votare una legge sull’insegnamento superiore che riorganizzava completamente l’università a partire dai principi della concorrenza e della performance e ristrutturare il sistema sanitario in funzione della privatizzazione. Questo non significa che il neoliberalismo sia compatibile con l’Islam, o che l’Islam abbia consapevolmente riformato i propri contenuti per adattarsi alla globalizzazione, significa che il neoliberalismo è capace di assoldare nella propria logica tanto il conservatorismo islamico quanto altre ideologie apparentemente in concorrenza sul mercato delle identità culturali” (P. Dardot – C. Laval, Guerra alla democrazia-L’offensiva dell’oligarchia neo-liberista, Derive Approdi, 2016)

4-  Robert Paul Wolff descrive compiutamente il senso della tolleranza nelle democrazie liberali nel periodo del capitalismo industriale. Se è vero che all’interno del sistema sociale, in questo caso in America, era presente una forte dialettica, la forma del laissez-passer riduceva lo scontro di classe a rappresentazione di meri interessi privati. “L’America, secondo questa interpretazione, è un complesso tessuto di gruppi etnici, religiosi, razziali, regionali ed economici, i cui membri perseguono i loro diversi interessi mediante associazioni private, che a loro volta sono coordinate, regolate, controllate, incoraggiate e guidate dal sistema federale della democrazia rappresentativa.” Se è vero, altresì, che l’America presentava caratteristiche politiche e sociali differenti dall’Europa continentale del tempo, è altrettanto vero che il medesimo processo si può ravvisare nell’evoluzione dei partiti d’ispirazione socialista europei, i quali hanno smesso d’immaginare un mutamento di modello per rifugiarsi in politiche improntate a rivendicazioni sempre più particolari e specifiche che lasciavano intatto il quadro generale, annacquando, con il tempo, le proprie capacità di rappresentazione delle classi deboli. In questo senso il laissez-passer è stata una strategia presente anche in Europa che ha permesso la composizione progressiva di un finto pluralismo, utile a rendere innocua l’idea altrui per ricomporla all’interno dei meccanismi capitalistici. (R. P. Wolff in Al di là della tolleranza – Critica della tolleranza, Einaudi, 1968)

5- Il capitalismo per rendersi allettante supera le crisi di fiducia nei confronti del sistema e apre nuove fasi prendendo spunto dalle critiche a lui rivolte. Storicamente, secondo Boltanski e Chiappello, il capitalismo ha subito due tipologie di critiche, quella sociale, che poneva l’accento sui meccanismi di sfruttamento e quella, tutta interna al mondo borghese, artistica, che si concentrava sui meccanismi di alienazione della persona. Dopo il 1968 e il suo spirito libertario, la critica si è spostata su quest’ultimo versante e la nuova azienda post-fordista ha costruito rapporti di lavoro e una nuova ideologia manageriale perfettamente compatibili con le istanze individualiste della critica artistica. La sinistra, nel suo complesso, si è fatta carico della trasformazione del capitalismo e ha, in questo modo, catalogato, come positive, tutte le trasformazioni dell’impresa contemporanea. (L. Boltanski – E. Chiappello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, 2014)

6 – Viene alla mente il celebre discorso di Antonio Gramsci del 1925 in Parlamento, durante la discussione sulla legge Mussolini-Rocco che puntava a disciplinare l’attività delle associazioni, enti ed istituti, e l’appartenenza ad essi dei pubblici impiegati. La legge era concepita per colpire le associazioni segrete, in particolare quelle massoniche. Gramsci smascherava le reali intenzioni della legge, che a suo dire, non doveva colpire la massoneria, bensì tutte le forze di opposizione al Regime. Così concludeva Gramsci: “la massoneria è la piccola bandiera che serve per far passare la merce reazionaria antiproletaria! Non è la massoneria che vi importa! La massoneria diventerà un’ala del fascismo. La legge deve servire per gli operai e per i contadini, i quali comprenderanno ciò molto bene dall’applicazione che ne verrà fatta” (A. Gramsci,  Masse e Partito, Antologia 1910-1926 – Editori Riuniti, 2016)

7 – La circostanza è stata involontariamente confessata dalla giornalista Rai Giovanna Botteri, corrispondente da New York. La giornalista, durante la diretta televisiva sulle elezioni presidenziali americane, a seguito dell’elezione di Donald Trump, appariva sconcertata per il risultato elettorale e si poneva il problema dell’inefficacia della campagna di stampa mondiale, pressoché egemonica, a favore dall’avversaria Hillary Clinton, della quale la stessa Botteri era stata implacabile sostenitrice.

8 – É fenomeno degli ultimi venticinque anni quello che ha visto la trasformazione dei maggiori quotidiani di stampa in veri e propri “giornali-fotocopia”. L’intento di chiudere il sistema, di raccontare un mondo senza contraddizioni sociali, di descrivere bisogni omogenei e validi per tutti, eternamente soddisfatti dal mercato e dalle sue regole, appare evidente nelle linee editoriali dei maggiori quotidiani italiani. Non è un caso che La Repubblica, La Stampa, Il Corriere della Sera e il Sole 24 Ore si siano scambiati, in tutti questi anni, direttori editoriali, giornalisti di punta, editorialisti e commentatori. La guerra alle fake news o il ddl Fiano sono iniziative che coprono la debolezza di un sistema così chiuso. Se esiste una stampa di regime, essa dovrà combattere le voci editoriali dissenzienti. Internet rappresenta il pericolo più imminente, dato che per pubblicare opinioni in rete non servono grandi capacità economiche. Ciò che si attacca con gli strumenti repressivi non sono di certo le notizie, bensì uno sviluppo non controllabile delle opinioni.

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