I numeri di una “ripresina” che non crea lavoro

di Antonello Longo

 

La SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno) ha presentato nei giorni scorsi il rapporto 2017 sull’economia del Mezzogiorno, fornendo alcune anticipazioni dell’elaborato. Per farsene un quadro basta scorrere i titoli:

1) Il Mezzogiorno nel 2016 consolida la ripresa ma con una forte disomogeneità settoriale e regionale.

2) Riparte l’occupazione ma non incide sull’emergenza sociale.

2.3) Il persistente e insostenibile aumento di povertà e disuguaglianze.

3.2) L’impatto modesto al Sud di industria 4.0.

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Vorrei riprendere alcuni passi del secondo capitolo, quello che riguarda il lavoro:

«In questi anni, è avvenuta una profonda ridefinizione dell’occupazione, con cambiamenti significativi per genere, età, cittadinanza, struttura settoriale, tipologie contrattuali, orari e qualificazione professionale. Il dato più eclatante è il formarsi e consolidarsi di un drammatico dualismo generazionale. La flessione complessiva di 811 mila occupati nella crisi (2008-2014), sottende una contrazione di 1 milione 927 mila giovani under 35 (-27,7%, parzialmente compensata da un aumento di 1 milione 115 mila nelle classi da 35 in su, +6,9%). Il biennio 2015-2016 di ripresa occupazionale non ha sostanzialmente inciso su questo quadro: nella media del 2016 a livello nazionale si registrano ancora oltre 1 milione e 900 mila giovani occupati in meno rispetto al 2008. La flessione dell’occupazione giovanile risulta un po’ più accentuata nel Mezzogiorno mentre l’incremento per le classi da 35 anni in su è sensibilmente più accentuato nel Centro-Nord. Su tale evoluzione, in contrasto con la vulgata, incidono solo parzialmente le dinamiche demografiche divergenti, in calo per i giovani ed in crescita per gli adulti, in particolare tra le forze di lavoro. Certo, l’incremento dell’occupazione adulta è dovuto allo spostamento in avanti dell’età pensionabile, ma il crollo dei giovani prescinde dalla dinamica demografica: infatti, a li vello nazionale, il tasso di occupazione dei giovani under 35 (Tab. 16) flette di oltre 10 punti, passando dal 50,3% del 2008 al 39,9% del 2016, mentre quello delle classi da 35 in su sale di 2,4 punti percentuali. Al Sud, il tasso di occupazione 15-24 anni ancora nel 2016 è fermo al 28%, un dato senza paragoni in Europa. Nel Mezzogiorno i dipendenti a tempo indeterminato hanno subito un forte calo nella crisi (-352 mila, -9%), recuperando solo parzialmente nell’ultimo biennio, e infatti il divario con il 2008 resta di 224 mila (-5,7%). Ma la riflessione più preoccupante, nel medio periodo, discende dalla dinamica dell’occupazione per regime d’orario che evidenzia un recupero solo parziale della domanda di lavoro.

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Foto: Avvenire.it

A livello nazionale, gli occupati a tempo pieno flettono decisamente nel periodo 2008-2014 (circa 1 milione e 600 mila in meno, -8,1%) recuperando solo parzialmente negli ultimi due anni (+293mila pari al +1,6%), mentre gli occupati a tempo parziale “esplodono” nella crisi (quasi 800 mila in più tra il 2008 ed il 2014, +23,7%) e continuano ad aumentare più marcatamente nella ripresa (+l85 mila, +4,4%). L’incidenza del part time è passata, per i dipendenti, tra il 2008 e il 2016 dal 15% al 20%, e per gli occupati totali dal 14,3% al 18,8%. L’aumento del part time non deriva dalla libera scelta individuale degli occupati di conciliazione dei tempi di vita, né tanto meno da una strategia di politica del lavoro orientata alla redistribuzione dell’orario. Esso è interamente ascrivibile al part time “involontario”, cioè all’accettazione di contratti a tempo parziale in carenza di posti lavoro a tempo pieno, che ha consentito ad una quota sempre maggiore di occupati di mantenere nella crisi e/o di trovare nella ripresa un’occupazione La riduzione dell’orario di lavoro, deprimendo i redditi complessivi, ha contribuito alla crescita dell’incidenza dei dipendenti a bassa retribuzione; tale dinamica è stata più marcata nelle piccole imprese, nei settori caratterizzati da una minore produttività e tra i lavoratori impiegati in professioni meno qualificate. In generale, ha contribuito anche la riduzione del gender gap: l’aumento soprattutto nella crisi della quota di occupazione femminile che, come noto, subisce un differenziale salariale negativo. L’aumento dell’occupazione a bassa retribuzione è una delle ragioni principali per cui, anche nella fase di ripresa, i miglioramenti congiunturali in termini di prodotto e occupazione non hanno avuto un significativo impatto sull’emergenza sociale che nelle regioni meridionali resta altissima. La ripresa economica, d’altro canto, non sembra aver inciso sui livelli di povertà che non aumentano ma tendono a restare sui livelli raggiunti al culmine della crisi. Da valori di poco superiori a 1,5 milioni nella prima metà degli anni Duemila i poveri sono ormai stabilmente intorno ai 4,5 milioni, di cui oltre 2 milioni nel solo Mezzogiorno».

 

Mi fermo qui con la citazione del rapporto SVIMEZ, con la sola notazione che, in Sicilia l’andamento congiunturale dell’economia nel biennio 2015-2016 è andato, a tratti, un po’ meglio della media delle regioni del Mezzogiorno (due i motivi principali: l’annata agraria straordinaria del 2015 e la corsa a chiudere i conti del settennio di contribuzioni europee 2007/2014 portando, anche con qualche forzatura, a regime i progetti finanziati). Ma la sostanza resta quella di una continua progressione nel dislivello Nord-Sud, di una ripresina molto al di sotto della crescita europea, legata più che altro ai super-incentivi alle imprese, senza portare lavoro vero, redditi adeguati, dignità e diritti.

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Foto: Corriere dell’Economia

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