Pisapia, gli “insiemisti” e il feuilleton dell’unità della sinistra

di Riccardo Achili, Responsabile Economia,

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Bersani e Pisapia Insieme per il centrosinistra Ci sarebbe veramente molto poco da dire sull’happening del 1° Luglio di Piazza Santi Apostoli.

Si è trattato in buona sostanza di un evento di riorganizzazione delle macerie della Sinistra Dem e della componente Popolar-democristiana del Pd, maciullate dal renzismo ma, più di tutto, dalla loro assoluta inadeguatezza storica nell’interpretare la fase e dal grave livello di compromissione dei loro dirigenti, che hanno rappresentato il passaggio liberista, nascosto da finto progressismo, del Pd che ha sostenuto il Governo Monti e la legge-Fornero, che non ha combattuto, preferendo uscire dall’Aula, il Jobs Act.

Casi umani, quasi di interesse psichiatrico, di personaggi oramai senza popolo (la microscopica piazza Santi Apostoli era piena perlopiù di esponenti e militanti di professione del ceto politico targato Sinistra Dem, rimasti dentro il Pd o fuoriusciti, e dell’associazionismo collegato a tale componente, di popolo non vi era pressoché traccia) intenti a difendersi dalla nemesi storica, dopo aver fallito il tentativo di rivendersi come facilitatori da sinistra dell’applicazione del pensiero neoliberista.

Bastava ascoltare l’intervento di Pisapia: snocciolando il suo discorso con vocetta stridula e la stessa passione e vitalità di chi sta esponendo gli effetti organolettici della somministrazione di acido acetilsalicilico a pazienti affetti da raffreddore. Un discorsetto pieno delle medesime sciocchezze con le quali la sinistra si è autodistrutta: il civismo, la partecipazione dal basso in nome del superamento del partito-massa, il popolo senza aggettivazioni di classe, il trasferimento acritico di “buone pratiche”, nessuna analisi della fase del capitalismo e delle radici della crisi insite nell’intreccio fra globalizzazione finanziaria e individualismo metodologico, ma tante paroline rassicuranti sull’Europa culla della civiltà e della pace, slogan sul contrasto alle diseguaglianze che però non deve arrivare fino al punto di disturbare il manovratore. Insomma, il consueto social-liberismo ulivista, il cui massimo obiettivo possibile è quello di compensare, caritatevolmente, le diseconomie esterne generate dal mercato, non di aggredirne le cause.

Il tutto, invariabilmente, si risolve in micro-progettualità inoffensiva (come l’idea di distribuire i dividendi ai manager solo se aumentano i salari ai dipendenti di qualche spicciolo) priva di approfondimento analitico (è facile parlare di imposizione patrimoniale, senza misurarne gli effetti di lungo periodo sull’intero mercato immobiliare, e tale insistenza, a pensare male, sembra molto funzionale alle brame della Trojka di mettere le mani sul risparmio privato degli italiani, per pagarne il debito pubblico) se non addirittura offensiva e scandalosa (l’idea di togliere la casa alle famiglie che non possono più pagare il mutuo per restituirgliene una in affitto – il fatto che Pisapia si venda questa aberrazione con orgoglio misura il grado di alienazione mentale di cui soffre).

Senza una idea complessiva di società, senza un programma strutturale che tenga insieme una visione, si dispensano al popolo affamato pillole di micro-progettini con lo stesso cinismo con il quale gli imperatori romani gettavano sacchi di farina alla plebe frumentaria. Il tutto condito, come da migliori tradizioni delle sinistra che dimentica le sue basi materialistiche, di buonismo e sentimentalismo d’accatto, del tutto inadeguato per affrontare temi delicatissimi come l’immigrazione di massa.

Verrebbe da dire: non curarti di loro. Eppure non è possibile farlo. Per quanto stupido, antistorico e privo di radicamento sia il progetto dei morti viventi stretti attorno a Pisapia, esso ha, nella logica delle classi dirigenti italiane, una rilevanza non da poco. Serve a stringere i ranghi di tutti i nemici personali di Renzi, per affrontare la battaglia decisiva in vista dell’affondamento del renzismo, che nella sua ultima torsione apre manifestamente ad una alleanza di governo con Berlusconi. Alleanza che potrebbe aprire la strada ad un ritorno al governo di una destra non sempre del tutto docile con i diktat europei.

Recupera elettorato di sinistra tendenzialmente orientato all’astensionismo oppure orientato a dare voti a progetti ben più radicali e strutturali dell’innocuo Pisapia, ingabolandolo dentro una formazione centrista, con la consueta trappola retorica del voto utile e della governabilità, per sbarrare la strada ai populismi grillo-leghisti, ma anche per togliere terra sotto i piedi ad un eventuale, possibile, progetto di sinistra più solido e radicale: gravissimo l’errore di Sinistra Italiana di inviare una delegazione, legittimando questo tentativo di Opa ostile sul suo bacino elettorale.

E, se non è un errore, è qualcosa di molto peggiore, ovvero il desiderio di andare a soffocare dentro un progetto centrista, senza peraltro nemmeno avere, in cambio, l’incentivo della poltrona, visto che molto difficilmente una coalizione Pd-Bersani-Pisapia-Fratoianni avrà i numeri per governare.

Insomma, sotto le insegne degli stessi assassini della sinistra italiana già negli anni Novanta, cercando di sostituirla con una versione italica e catto-comunista del blairismo, fatta di social liberismo, interclassismo solidaristico e sentimentalismo da strapaese, coperto da un pizzico di movimentismo libertario, non a caso di nuovo presente in pista al gran completo (Bersani, D’Alema, Prodi, Pisapia nelle vesti spente di novello Bertinotti, e meno male che Bertinotti ha perlomeno avuto la dignità di prendere le distanze da questa roba) si consuma l’ennesima manovra di palazzo tipicamente italiana. Festina lente e il taglio delle ali rimangono sempre, nella poltiglia delle classi dirigenti del nostro Paese, le soluzioni preferibili.

Gli “insiemisti”: il senso di una lista unitaria della Sinistra

Senza voler avere una ricetta, che non ha nessuno, vorrei però fare una brevissima riflessione generale sul senso di una lista unitaria di sinistra. Chi la difende non può non rendersi conto che essa, nel migliore dei casi, e cioè se riuscisse a entrare in Parlamento, trattenendo un elettorato da un lato troppo governista per accettare la quota radicale, e dall’altro troppo radicale per tollerare i Pisapia-Bersani, si sfascerebbe un minuto dopo il voto.

I pisapii-bersanian-speranzosi cadranno di nuovo vittima della fascinazione del blocco unico anti-populisti che andrà da Renzi a Berlusconi passando, per ineludibili esigenze aritmetiche, anche da loro, magari cercando una formula che gli salvi la faccia (no a Renzi premier e sostegno esterno caso per caso, senza ingresso organico nella maggioranza).

I numeri sono evidenti: il blocco FI-Alfano-Pd arriva si e no al 42-44%, troppo poco per governare il Paese, per cui saranno chiamati alle armi anche gli Insiemisti, fino a D’Alema (compreso) con quel 5-6% che possiedono. Anche perché è difficile che si ricostituisca un blocco di centrodestra tradizionale (che comunque non avrebbe nemmeno esso i numeri per fare maggioranza). Una legge elettorale proporzionale, che sarà quella con cui andremo al voto, consentirà di costituire una larghissima coalizione ex post, cioè dopo il voto. D’altra parte, il motivo per cui Pisapia non vuole proprio avere a che fare con SI e con la coppia del Brancaccio è che si vuole risparmiare la fatica di una scissione post voto, e di dover discutere con compagni di viaggio che abbandonerà immediatamente.

Allora che si dicano le cose come stanno: si vuole la lista unitaria per “sfangare” le elezioni, usare l’effetto di traino di Pisapia-Mdp per riuscire a portare anche Sinistra Italiana in Parlamento (da sola, con il 2% di cui è accreditata, non supererebbe la soglia di sbarramento), mentre, perlomeno alla Camera, il gruppo unito potrebbe, secondo recenti proiezioni, prendersi una ventina di deputati circa, dentro i quali si piazzerebbero alcuni di SI.

E poi, dopo il voto, se Pisapia vorrà andare in maggioranza, ci si saluterà ed ognuno per la sua strada. Questo è.

Ora, non è del tutto sicuro che tale disegno additivo riesca, nel senso che se poi il compromesso programmatico fosse troppo al ribasso, i voti per la lista unitaria si conterebbero per sottrazione, anziché per addizione, rispetto a quello dei singoli partiti-movimenti. Ma supponiamo che il disegno additivo funzioni: in fondo, SI e Mdp-Pisapia hanno elettorati relativamente compatibili l’uno con l’altro. Il problema è un altro.

La rinuncia a punti qualificanti di un programma di sinistra all’altezza delle sfide che ci aspettano sarebbe inevitabile, per potersi fondere, seppur a freddo, con i pisapii speranzosi. Lo si nota già adesso: SI, nei suoi principali dirigenti, sta assumendo una posizione banale e retriva, rinunciataria, su temi fondanti come l’Europa. Altri compromessi al ribasso ci saranno, per poter convincere Giuliano a fare una lista unitaria.

E i compromessi programmatici al ribasso si pagano caro. Radicano nell’elettorato la convinzione che la sinistra sia poca cosa, sia incapace di affrontare i problemi. Danneggiano gravemente la credibilità del gruppo dirigente che li ha fatti, screditandolo. Il ricordo di esperimenti disastrosi come l’Arcobaleno o Rivoluzione Civile è ancora vivo nell’elettorato potenziale della sinistra, e spiega perché parte di tale elettorato si sia improvvidamente volta verso il M5S.

SI è disposta a pagare questo prezzo, pur di avere un po’ di visibilità e qualche contributo detratto dall’indennità grazie alla presenza di un manipolo di deputati e (meno plausibilmente) senatori a Roma?

Io penso che il rapporto costi/benefici sia gravemente squilibrato dal lato dei costi. A me interessa tanto quanto, oramai io sono un osservatore esterno delle vicende di quell’area della sinistra, però l’effetto reputazionale negativo ci sarà per tutti noi.

E’ come una nebbia che avvolge qualsiasi tentativo, anche quelli seri, di ricostruzione della sinistra.

 

Il “feuilleton” dell’Unità della Sinistra

Il dibattito sull’unità della sinistra ha infine prodotto una vera e propria pièce di intrattenimentolista unitaria di sinistra si o no?, prodotta dal Manifesto, regista Norma Rangeri.

Attori protagonisti: Anna Falcone nel ruolo della tenera fanciulla ignara, Maurizio Acerbo nel ruolo del giovane rivoluzionario che ne è segretamete innamorato, Nicola Fratoianni è il tenente dei Dragoni anche egli innamorato della Falcone.

D’Alema interpreta se stesso, ovvero Mefistofele, mentre Asor Rosa e Villone sono i due anziani proprietari terrieri dalle idee bigotte. Nel tentativo di impressionare il giovane Acerbo, la Falcone ha usato parole anglosassoni a non finire: la convention, l’upgrade della democrazia, ecc.

Il giovane  Acerbo, nel fuoco della passione, ha esagerato ed ha chiesto non una, ma due liste, ovviamente entrambe unitarie, della sinistra.

Il tenente dei Dragoni si è limitato a difendere l reputazione della sua guarnigione asserragliata nella steppa.

Mefistofele si è insinuato con inusitata ed infida cortesia, ha mandato affanculo soltanto il giovane agitprop ed ha evocato, dagli abissi della morte, gli zombie del centrosinistra, cattolici democratici inclusi. Pensava anche di resuscitare i menscevichi, ma ormai sono troppo decomposti.

Ha difeso le orde infernali di Pisapia, sparando la balla che il demonio meneghino non sia una quinta colonna del Capitale. Alla fine, il kulako Asor Rosa ha tirato fuori dal cilindro la cazzata unanimente più grande dell’intero 2017: “non c’è bisogno di un programma comune per fare una lista, la lista comune E’ GIA’ IL PROGRAMMA”.

Si tratta di una profonda verità filosofica, tratta dalla lettura dei testi alchemici di Gerard Dohrn sull’Unus Mundus: realtà spirituale del programma e realtà fisica della lista sono la stessa cosa, sembrano diverse perché sono offuscate da un velo di Maya.

Rinfrancati da questa profonda verità schopenhauriana, i protagonisti hanno quindi deciso che è inutile rompersi la testa sul programma: basterà andare al voto tutti insieme e gli Dei li favoriranno con un voto non ad una, ma bensì a due cifre.

La commedia si chiude con l’ultimo atto, in cui i protagonisti, liberatisi dei loro demoni interiori (cultura politica, ideologia, programmi) si strafogano di bucatini alla Matriciana. Sipario.

 

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