Fermare gli immigrati nel Sahel: un’idea criminale

di Alberto Benzoni

Gli immigrati nel Sahel: bloccarli nel deserto per fermare i flussi è un crimine contro l'umanità

E’ passata inosservata, ma merita di essere riproposta in questi giorni di emergenza nel Mediterranero, un’intervista a Roberta Pinotti, che segna la vergogna assoluta a cui sono capaci di arrivare i fautori del “politicamente corretto“.
Lavoriamo con gli africani per fermare i migranti nel Sahel“. Questo il titolo di un’intervista rilasciata alla Stampa ( 20/5) dalla nostra ministra della difesa, Roberta Pinotti.

Questa la sostanza di un progetto che è, almeno per ora, allo stadio di dichiarazione d’intenzioni. Debitamente comunicate ( con una lettera firmata non già dai capi di governo o dai ministri degli esteri ma dai ministri degli interni italiani e tedeschi) alla Commissione europea così da ottenerne l’essenziale concorso.. E debitamente propagandate, ancora una volta dallo stesso Minniti e con le stesse finalità, presso i governi africani interessati. Ma non ancora passate al vaglio di un proposta di governo; per non parlare della doverosa verifica parlamentare.

Ma, dopo tutto, si tratta di inezie. Nel mondo del decisionismo e dell’annuncio, sottolineare la necessità di passaggi istituzionali e di momenti di riflessione collettiva, è, ce ne rendiamo conto, roba da parrucconi e da nostalgici.

E, quindi, vada per il “lavoriamo“della Pinotti. anche dando per scontato che, in quell’indicativo presente plurale ci sia molto dell’entusiasmo neofita della stessa Pinotti; esempio da manuale ( quando ci vuole ci vuole…) del cosiddetto “servilismo ambientale“; pacifista all’interno del Pd più militarista dei militari una volta al governo.

Al punto di volere inviare ieri migliaia di soldati in Libia così da distruggere,lungo il percorso, gli scafisti, i loro barconi, i loro mandanti e, già che ci siamo, quanti si opponevano alla formazione del governo di unità nazionale  … ma stiamo tirando a indovinare; perchè, per la Pinotti l’importante era essere presenti.

Lo stesso presenzialismo, sia detto per inciso, che la porta a segnalare, con orgoglio, nel corso dell’intervista, l’invio di 156 uomini in Estonia così da bloccare sul nascere le velleità espansionistiche del dittatore moscovita. 156, soldati non uno di più non uno di meno: 155 non sarebbero stati considerati un ostacolo a Mosca, 157 sarebbero apparsi una minaccia intollerabile

Nel caso specifico il presenzialismo pinottiano è però rivelatore della natura reale dell’operazione proposta. Nel mondo del politicamente corretto e della falsa coscienza delle èlites di governo e di potere europee l’intervento militare, gli scarponi sul terreno non avrebbero ragione di esistere.

Si va lì, si esercita la doverosa “moral suasion” nei confronti delle istituzioni locali- naturalmente corroborata da opportuni incentivi materiali- e, oplà, tutti insieme appassionatamente, si crea un’automatica unità d’intenti nel combattere e sconfiggere il comune nemico: lo scafista, il negriero, il mercante di carne umana; quello che strappa, con adescamenti e false promesse, la gente dalla tranquillità povera sì ma operosa delle loro case e dei loro villaggi per trascinarli in un vortice di avventure senza sbocco e senza speranza; e per pura e vergognosa sete di guadagno.

Qui il governo dovrebbe, per prima cosa, pagare i diritti d’autore al vituperato Salvini. Identico l’obbiettivo.“aiutiamoli perchè restino a casa loro“. Identica la rappresentazione del fenomeno: l’emigrante non come protagonista di una scelta di vita dai contorni drammatici e dai rischi esistenziali ma come vittima di un disegno ordito da altri per scopi loschi e inconfessabili. Ancora, si fa per dire, più ambizioso il progetto: il confine da non varcare spostato di qualche migliaio di chilometri più a Sud, l’emigrante bollato come “clandestino” ( Pinotti dixit) non già al momento dell’arrivo nel nostro paese ma al momento della partenza dal suo; l’elemento della coazione assai più visibile.
Consiglieremmo, però,  di non chiederli, questi diritti d’autore; perchè l’operazione Sahel è, in linea di principio, irrealizzabile e, in linea di fatto, criminogena.

Irrealizzabile; anzi improponibile. Solo la nostra sconfinata boria occidentalista può indurci a negare l’evidenza: il fatto che dopo avere esaltato al di là del dovuto la libertà di movimento di merci e capitali non abbiamo il diritto di negare agli altri il semplice diritto al movimento delle persone; il fatto che i paesi poveri d’Asia, d’Africa o d’America Latina incassano come rimesse somme infinitamente più elevate di quelle percepite alla voce “aiuti pubblici” ( e che, a differenza di queste ultime, arrivano, esentasse, alle persone giuste anzichè finire in tasca ai soliti noti).

Criminogena. Non siamo in Svizzera e nemmeno nel paese dei balocchi.

Siamo in una delle zone più disastrate e pericolose del mondo: una enorme zona semidesertica le cui scarse risorse sono oggetto di una disputa esistenziale tra agricoltura povera e pastorizia di sussistenza ; e dove sono disponibili, invece, in abbondanza, armi di ogni tipo e gruppi disposti a farne uso quotidiano in nome del Califfo o degli eredi di bin Laden o della causa tuareg o dei propri interessi personali di imprenditori della violenza.

E allora ministri europei e capi di stato africani potranno pure sventolare accordi che nè l’uno nè l’altro è in grado di rispettare; la realtà sarà quelli di campi di detenzione ancora più inumani di quelli libici e, per il resto, di violenze senza limiti, senza nome e senza controllo sui potenziali migranti: ieri costretti a pagare per proseguire il viaggio oggi soggetti a vessazioni senza limiti per indurli a rimanere dove stanno; nell’un caso e nell’altro con un reale pericolo di morte. Il tutto mentre, qualche migliaio di chilometri più a Nord, il nostro governo continua a sventolare la bandiera dell’accoglienza, come nostro marchio di fabbrica in polemica contro i soliti “populisti“.

Potremmo fermarci qui. O magari chiudere  in scioltezza polemizzando sulle trovate propagandistiche di Renzi e sul suo populismo di governo. O denunciando, con la dovuta asprezza, le magagne della nuova classe generale della sinistra italiana- la borghesia riflessiva o sensibile che dir si voglia- pronta ad indignarsi a comando quando le viene servito il bimbo morto su di una spiaggia del Mediterraneo ma del tutto indifferente alle tragedie che non compaiono sui suoi schermi.
Pure, l’enormità dello scandalo e la totale assenza di reazioni da cui è stato, almeno sinora, accompagnato ci spingono ad andare oltre sino a guardare nell’abisso.

Se lo contempleremo per tutto il tempo necessario, se non ci faremo distrarre da emozioni prefabbricate e dalle “fake opinions“che ci vengono propinate di continuo, potremmo arrivare a capire che a generare lo scandalo c’è la melassa informe di quel “buonismo politicamente corretto” che è diventato la religione laica delle èlites cosmopolite europee e, in particolare, italiane

In questa melassa scompaiono i fatti per essere sostituiti dalla loro narrazione, se possibile soporifera e rassicurante. Scompare l’immigrazione come processo di lungo periodo da gestire per essere sostituito, carsicamente, da quello dell’immigrazione come emergenza da risolvere con questa o quella formuletta. Scompare l’accoglienza come possibiltà reale di inserimento sociale e lavorativo per essere sostituita da quella del diritto indiscriminato alla sbarco ( quasi che i due obbiettivi non fossero incompatibili tra loro).

E scompare, soprattutto, l’immigrato reale, quello in carne ed ossa per essere sostiuito dai due stereotipi dello sventurato da assistere e del  clandestino da tenere a bada: ambedue portate a mantenerlo in una condizione di permanente minorità.
In conclusione, la negazione del ruolo attivo dello stato nell’inserire – a partire dalla gestione razionale dei flussi- l’immigrazione come un elemento funzionale alla sua strategia internazionale.

Per riemergere nella duplice e contaddittoria veste di ospitante generoso nel segno del pentimento per le passate nequizie colonialistiche oppure di guardiano occhiuto di valori costantemente minacciati.

Prendete tutta questa melassa, conditela di opportunismo e di falsa coscienza e avrete la sorprendente miscela di oggi: da una parte le lacrime di commozione per il bimbo salvato dalle acque nel Mediterraneo; dall’altra il silenzio-assenso addirittura imbarazzante che ha accompagnato la presentazione del progetto Sahel.

Sorprendente ma comprensibile: massima apertura ai migranti dell’altra sponda; ma a condizione che non ne arrivino più…

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