La proposta dei socialisti per un’uscita cooperativa dall’Euro

di Riccardo Achilli, responsabile Economia di Risorgimento Socialista

I socialisti per difendere la sovranità costituzionale dai diktat BCE

La proposta di Risorgimento Socialista per una fuoriuscita cooperativa dall’euro

Documento redatto da Riccardo Achilli, responsabile economico di RS

Attorno all’euro sono in gioco molte paure. Il punto è però quello di affrontare realisticamente la questione, chiedendosi se non sia la stessa costruzione dell’euro ad andare incontro, nei prossimi anni, ad una probabile implosione. Perché se è l’euro in sé a possedere i germi della sua autodistruzione, difendere un palazzo che crolla non serve a molto. Nel suo contributo sulle aree valutarie ottimali, Mundell (1961)1 identificava quattro criteri fondamentali per il successo dell’unione monetaria:

  1. Una elevata mobilità del lavoro fra i partecipanti dell’area;

  2. Una elevata mobilità dei capitali, affiancata da flessibilità di prezzo e di salario;

  3. L’esistenza di sistemi di politica fiscale di tipo redistributivo, in grado di condividere i rischi di recessione per le aree o i settori più fragili dell’unione monetaria stessa;

  4. Un andamento relativamente similare del ciclo macroeconomico dei Paesi partecipanti, con parametri macroeconomici convergenti ed una simile direzione delle politiche economiche.

Da questo punto di vista, almeno per la prima condizione, l’area euro non è strutturalmente ottimale. La mobilità del lavoro intra-euro può essere stimata, sulla base dei dati Eurostat sulle Forze di Lavoro, attorno al 2% degli occupati dell’area, nel 2016. La ridotta mobilità del lavoro rende impossibile eliminare le sacche di disoccupazione che si vengono a creare nei Paesi dell’area che hanno subito maggiormente gli effetti della crisi iniziata nel 2011.

Tale condizione, evidentemente, rende ancor più pressante l’esigenza di rafforzare il punto c), per avere sistemi di perequazione dei differenziali di domanda aggregata e di crescita fra i vari Stati membri dell’euro, al fine di eliminare “in loco” le sacche di disoccupazione non eliminabili con la mobilità del lavoro.

Tuttavia, ad oggi l’Unione Europea è priva di meccanismi di questo genere e, sebbene se ne sia parlato a lungo (lo stesso DEF recentemente pubblicato suggerisce, come strumento di “risk sharing”, un fondo europeo per finanziare politiche anticicliche per Stati membri colpiti da crisi asimmetriche o soggetti a vincoli di bilancio particolarmente stringenti2) ad oggi ha prevalso, in modo sistematico, una filosofia di risk segmentation. Le stesse politiche monetarie accomodanti della Bce, come il Qe, secondo Minenna3, fanno sì che non è la Banca Centrale Europea a comprare i titoli di Stato, ma le banche centrali nazionali con denari prestati dalla BCE, “il che è l’antitesi del risk sharing. Si sublima la nazionalizzazione dei rischi dei debiti pubblici che dopo aver riempito i bilanci delle banche ora vengono “stoccati” in grande quantità negli attivi delle banche centrali nazionali.”

D’altra parte, nessun meccanismo di condivisione dei debiti pubblici nazionali, nemmeno nelle forme più morbide (come nel caso del Redemption Fund), è stato mai seriamente discusso. Il progetto di eurobond è stato cassato. Questa propensione alla segmentazione nazionale dei rischi è intimamente connessa alla mancanza di un assetto istituzionale europeo democratico e federale. Non esiste un luogo istituzionale dove discutere di strumenti di condivisione del rischio, perché il Parlamento europeo, l’unica istituzione rappresentativa di un voto popolare “trans-frontaliero”, ha funzioni pressoché trascurabili, se comparate con quelle del Consiglio, che altro non è che il luogo di negoziazione degli interessi nazionali di ciascuno Stato membro. E una riforma profonda della governance politica dell’Europa non appare all’ordine del giorno.

In una situazione di questo genere, evidentemente, per “salvare” l’euro occorre che l’economia leader, ovvero quella tedesca, cambi direzione di marcia radicalmente. Le politiche economiche e sociali interne alla Germania, fatte, sin da Agenda 2010, di deflazione salariale, austerità nei conti pubblici e pressione sul rialzo della produttività totale dei fattori, sono mirate ad alimentare la crescita per linee esterne, ovvero con le esportazioni. Ciò ha prodotto un enorme squilibrio nei saldi delle partite correnti fra Stati membri. I Paesi debitori ed a minore competitività internazionale (non più compensabile con svalutazioni competitive del tasso di cambio) sono costretti ad inseguire la politica economica del creditore, facendo ancora più deflazione salariale, (e quindi anche più precarizzazione del lavoro, usata anche per calmierare la dinamica salariale), al fine di poter controllare l’andamento dei prezzi e dei costi di produzione interni, nel tentativo di riequilibrare i differenziali nei saldi delle partite correnti rispetto all’enorme surplus commerciale tedesco.

Tale tendenza ad inseguire le politiche economiche del Paese leader sono rafforzate dal timore che la speculazione finanziaria inizi ad investire contro il rinnovo del debito pubblico dei Paesi più indebitati, creando l’ampliamento dello spread sul servizio del debito stesso, generando così il ben noto effetto “snowball”. Tale considerazione induce i Paesi più indebitati a fare politiche di austerità ancor più severe, deprimendo ulteriormente la crescita, e quindi gli stessi conti pubblici, endogeni al ciclo. La difficoltà di agire sul lato delle entrate tributarie, con una pressione fiscale già molto elevata per l’Italia, insieme ad una ideologia liberale della crescita mediante riduzione della tassazione risalente alla curva di Laffer, conducono all’obiettivo di riduzione della spesa pubblica, che è arduo, essendo tale spesa rigida verso il basso, ed ancor più deprimente per il ciclo economico (il moltiplicatore della spesa è più alto di quello delle entrate4).

Di fatto, le politiche economiche dei Paesi europei sono intrappolate dentro un gioco di tipo “follow the leader. Solo se il Paese leader torna a sostenere la domanda interna, allora, sebbene in modo del tutto teorico, si aprono spazi anche per gli altri per fare politiche espansive. Ora, anche se Martin Schulz vincesse le elezioni tedesche, e poi facesse una simile inversione delle politiche economiche interne (come promesso in campagna elettorale) rimane il fatto che l’output gap, è, al 2015, per Paesi come Grecia, Italia e Spagna, fortemente negativo (con valori, rispettivamente, pari a -13,2; -5,1; -7,6). La Germania è invece in territorio positivo (0,4)5. Ciò significa che la Germania è in una condizione potenzialmente inflazionistica in cui la domanda supera il Pil potenziale, mentre le economie mediterranee sono in una condizione strutturale di deflazione. Pertanto, le politiche economiche interne di un governo tedesco guidato da Schulz aggiungerebbero poco alla condizione attuale di tipo espansivo dell’economia tedesca, e si tradurrebbero, probabilmente, in una più equa distribuzione interna dei frutti di tale espansione (ma a beneficio principalmente dei cittadini e delle imprese tedesche, le prime ad appropriarsi dei frutti dell’aumento della domanda interna) mentre la condizione strutturale di deflazione in cui versa il Sud del continente riceverebbe benefici del tutto marginali.

D’altra parte, per motivi di consenso politico interno, Schulz sarebbe comunque costretto a continuare a chiedere ai Paesi euromediterranei di proseguire sulla scia dell’austerità (ed a questo mira l’inserimento del fiscal compact fra i Trattati europei). Fino alla più che ovvia esplosione definitiva delle contraddizioni economiche e sociali che essa produrrebbe. Non dimentichiamo che il nostro DEF prevede, per il 2018, un aumento molto rilevante, pari a quasi 15 miliardi, dell’avanzo primario, una cifra equiparabile a quella che si propose il Governo Monti nel 2011, in piena crisi dei debiti sovrani. Per il 2019, è previsto un ulteriore incremento di tale aggregato, per quasi 14 miliardi, al fine di raggiungere, in quell’anno, il pareggio strutturale del bilancio pubblico. Un Paese stremato da sette anni di austerità si troverà, nel prossimo biennio, a dover affrontare una nuova cura da cavallo di dimensioni del tutto analoghe a quelle subite negli anni orribili 2012-2014. E’ di tutta evidenza che tale cura potrebbe anche portare alla morte del paziente.

Siamo cioè di fronte ad un probabile scenario di progressiva disgregazione dell’euro, che potrà anche essere rallentato da qualche apertura del (possibile) nuovo Governo socialdemocratico tedesco, ma che potrebbe non essere invertibile per assenza di interventi sufficientemente coraggiosi. Il problema non è, quindi, quello di aver paura di nazionalismi risorgenti, perché sono gli squilibri di crescita e benessere creati dall’euro a produrre un nazionalismo ostile, con i relativi populismi. Il problema non è nemmeno quello di preoccuparsi di un presunto scarso peso delle economie nazionali nello scenario globale: il peso dell’Italia nella produzione mondiale è passato dal 4% del 2007 al 2,3% del 2015 (fonte CsC), un dimezzamento ottenuto stando dentro l’euro.

La frontiera diventa quella di interrogarsi su come gestire, in forma negoziale, una possibile “autocombustione” dell’euro, mettendo a punto, a livello interno, le opportune contromisure per limitare gli effetti dello shock da fuoriuscita sulla domanda aggregata e sui movimenti di capitale6, ed all’esterno, gli accordi necessari per ripagare i saldi Target 27 e la quota di debito pubblico detenuta da soggetti esteri, e per mantenere un meccanismo di cooperazione monetaria europea più adattabile alle esigenze dei singoli Stati. Il compromesso è quindi quello di conciliare il ritorno a forme di sovranità monetaria e di controllo dei movimenti di capitale, per restituire efficacia a politiche economiche espansive nazionali, con forme di cooperazione monetaria internazionale, che eviti il caos legato ad un mero ritorno a tassi di cambio liberamente oscillanti. Che per i Paesi a più alto debito pubblico ed a più alto disavanzo commerciale in uscita dall’euro potrebbe tradursi in svalutazioni eccessive, con connessi rischi di una eccessiva inflazione importata. La proposta corrisponde anche una logica politica di mantenimento di forme di cooperazione economica internazionale, evitando di tornare a nazionalismi eccessivi e forieri di tensioni e di tentazioni autarchiche.

La proposta che Risorgimento Socialista avanza in tal senso riprende quella di Oskar Lafontaine, ovvero un ritorno ad un sistema analogo allo Sme (sistema monetario europeo, il sistema valutario esistente prima dell’introduzione dell’euro), con alcuni correttivi necessari per sanarne alcuni difetti strutturali, che condussero alla crisi valutaria del 1992. I Paesi membri dell’euro tornerebbero alla loro valuta nazionale, quindi a Banche Centrali nazionali titolari della politica monetaria (la Bce potrebbe rimanere come organismo di gestione tecnica della “clearing union”, cfr. oltre, e di produzione e gestione di regole comuni sulla sorveglianza bancaria e sui mercati finanziari, che, ad avviso di chi scrive, dovrebbero essere mantenuti ad un livello sovranazionale, stante l’operatività tendenzialmente globale degli operatori bancari e finanziari).

I tassi di cambio fra le valute nazionali degli Stati membri sarebbero computati attorno ad una parità centrale con una unità di conto (esattamente com’era l’Ecu). Attraverso il livello di parità centrale con l’Ecu, costituito come paniere dei tassi di cambio medi fra i diversi Stati membri osservati in un dato periodo, si stabiliscono indirettamente anche i tassi di cambio bilaterali fra valute nazionali.

Attorno alla parità centrale sarebbero predisposte fasce di oscillazione di ampiezza variabile in base alle caratteristiche di ciascuna economia nazionale. Paesi come la Grecia, l’Italia o la Spagna che, sottoposti a duri anni di austerità, sono caratterizzati da dinamiche salariali meno brillanti della media europea, e che quindi necessitano di politiche espansive maggiormente aggressive per ristabilire livelli di domanda interna accettabili, avrebbero a disposizione una fascia di oscillazione attorno alla parità centrale di +/- il 15%. Ciò consentirebbe a tali Paesi di aggiustare compensativamente il tasso di cambio nominale, a fonte di un aumento dell’inflazione interna legato al ripristino di politiche economiche espansive, in modo da mantenere stabile quello reale (ovvero il tasso di cambio nominale diviso per l’indice generale dei prezzi)8 ma anche, nel caso in cui invece che il problema sia quello di riaggiustare differenziali nei saldi di bilancia dei pagamenti fra Stati membri, di effettuare svalutazioni competitive di adeguata dimensione, utili per riaggiustare tali differenziali.

I Paesi del Nord Europa, che, come la Germania, sono in una condizione di output gap positivo, che quindi hanno minor bisogno di fare politiche economiche interne espansive (e quindi inflazionistiche) rispetto ai Paesi mediterranei, e che hanno già un surplus commerciale molto rilevante, e quindi non hanno bisogno di ampliarlo ulteriormente con svalutazioni competitive, avrebbero una fascia di oscillazione attorno alla parità centrale molto più ridotta, dell’ordine del +/- 3%. Ciò impedirebbe alla Germania di neutralizzare le svalutazioni competitive fatte ai Paesi in disavanzo commerciale mediante parallele svalutazioni del marco.

In tale sistema, l’Ecu svolgerebbe il ruolo del bancor, così come proposto da Keynes, con la Bce che opererebbe in qualità di clearing bank. In altri termini, ogni Stato membro avrebbe un conto denominato in Ecu presso la Bce. Ai Paesi in avanzo commerciale, su detto conto sarebbe assegnato un quantitativo di Ecu proporzionale all’avanzo, mentre ai Paesi in disavanzo sarebbe sottratto un quantitativo di Ecu proporzionale al disavanzo. Sarebbero stabiliti ex ante dei limiti non superabili nei crediti o nei debiti in Ecu su ogni conto nazionale. Superati tali limiti, la parità centrale dello Stato membro sarebbe automaticamente riaggiustata in modo da consentirgli di eliminare l’eccessivo surplus o l’eccessivo disavanzo. Ciò consentirebbe ai saldi commerciali nazionali di convergere, almeno in linea generale, verso l’equilibrio, sopprimendo gli squilibri che generano tensioni virtualmente insostenibili, nel medio periodo, nel sistema internazionale di pagamenti, soprattutto se in presenza di un mercato interbancario meno fluido rispetto al passato.

Evidentemente, il sistema Target 2 attuale verrebbe soppresso, ripagando alla Bce i saldi negativi con il collaterale presente presso le neo-ripristinate Banche centrali nazionali, ed azzerando per legge il debito residuo. La quota dei debiti pubblici di ogni Stato membro detenuta da altri membri sarebbe ridenominata in valuta nazionale, sulla base dei tassi di cambio scaturenti dal neo-Sme. L’eventuale perdita subita dai creditori, legata a tale ridenominazione in tassi di cambio che potrebbero essere svalutati sarebbe compensata tramite emissioni speciali di debito pubblico destinate ad investitori interni. Che in pratica farebbero aumentare il debito interno per ripagare quello estero. Oppure potrebbero essere pagate con la dismissione di beni del patrimonio pubblico del Paese debitore, oppure, ancora, con un aumento di Ecu nel suo conto presso la Bce, che comporterebbe, per quanto detto sopra, una automatica rivalutazione del suo tasso di cambio, compensativa, per i creditori, della svalutazione dei loro asset legata alla ridenominazione del debito estero da loro detenuto in valuta nazionale.

Le Banche centrali nazionali dovrebbe essere ripubblicizzate, e costrette ad acquistare la quota di titoli del debito pubblico rimasta inoptata sui mercati, in modo da costituire una garanzia implicita sul debito, e evitare che, in un ripristinato Sme, si verifichino tensioni sul servizio del debito a carico dei Paesi a più alto rapporto debito pubblico/Pil, con i connessi squilibri anche nei movimenti di capitale.

La Bce dovrebbe produrre un sistema unico europeo di sorveglianza bancaria (al netto delle attuali regole sulla risoluzione delle banche in crisi, che andrebbero abolite, per consentire agli Stati membri di ricapitalizzarle o nazionalizzarle) valido per tutti gli Stati membri, e gestire un fondo europeo di tutela dei depositi, valido per tutti i partecipanti, al fine di evitare differenziali interni di reputazione sul mercato bancario, che produrrebbero movimenti di capitali indesiderati. Una Autorità europea sui mercati finanziari, dotata di appropriati strumenti sanzionatori, anche di tipo penale, dovrebbe gestire una legislazione europea di controllo dei mercati finanziari, basata su pochi principi basilari: separazione contabile e gestionale delle banche commerciali da quelle di affari, divieto di operare su mercati over the counter e deregolamentati, disciplina delle attività finanziarie intermediabili, proibendo quelle a maggior contenuto speculativo e minor rapporto con il valore del sottostante reale, adeguata informazione del piccolo investitore, limiti alle stock options erogabili a favore dei dirigenti di istituti bancari e finanziari.

Non bisogna essere degli illusi, e pensare che la fase di fuoriuscita dall’euro e di ricostruzione del neo-Sme non sarebbe foriera di conseguenze sociali pesanti, soprattutto per i ceti popolari più fragili. Non sarà una passeggiata. Ci saranno forti fughe di capitali ai Paesi economicamente meno competitivi o più indebitati. Forse, anche se Bagnai motivatamente lo reputa improbabile, fenomeni di fiammata inflazionistica legati ad iniziali super-svalutazioni. Il blocco parziale del sistema dei pagamenti europeo, dovuto alla soppressione di Target 2 per aprire la strada ad un nuovo sistema, avrebbe conseguenze di breve periodo gravi per il commercio intra-euro. Il tutto si tradurrebbe in un una fase socio-economica necessariamente caotica, nella quale c’è il rischio che si manifestino fenomeni politicamente indesiderabili o pericolosi. Tuttavia:

  1. Se l’esplosione avverrà comunque, qui non si tratta di provare a scongiurare ciò che non è scongiurabile, ma di limitare i danni;

  2. Non è che, in vigenza di euro, i diritti dei ceti popolari saranno meno danneggiati rispetto ad una fase violenta e caotica di fuoriuscita. Semplicemente, nell’agonizzante sistema dell’euro, il processo di compressione dei diritti e del tenore di vita dei ceti popolari è più lento e progressivo, ma di eguale intensità totale. Il dilemma è analogo a quello dei poveri disgraziati che si trovarono imprigionati nei grattacieli in fiamme, ed in procinto di crollare, dell’11 Settembre: rimanere dentro il grattacielo, con la certezza assoluta di morire nelle fiamme o nel crollo, oppure provare a lanciarsi fuori, nel vuoto, per tentare di agganciare la sia pur flebilissima speranza di sopravvivere?

  3. Sarebbe comunque possibile alleviare alcuni dei principali problemi che emergeranno nella fase di fuoriuscita, con un pacchetto sociale di emergenza, che comprenda il ripristino temporaneo di rigide regole amministrative di controllo delle uscite di capitali, un pacchetto di aiuti materiali alle famiglie meno abbienti, il ripristino di meccanismi di scala mobile dei salari, la nazionalizzazione immediata e senza indennizzo dell’intero sistema bancario e finanziario presente sul territorio nazionale, l’eventuale messa in circolazione di moneta provvisoria per evitare il tracollo del sistema bancario legato al blocco dei rifinanziamenti della Bce, una momentanea moratoria sul debito estero dello Stato.

Naturalmente, il limite principale di tale proposta è che, con gli equilibri di potere attuali in Europa, essa è improponibile. Tuttavia, ciò non esime chi oggi si trova all’opposizione di cercare una possibile soluzione ad una situazione che appare senza via d’uscita. Si tratta di assumersi la responsabilità di indicare una strada rispetto ad un potenziale disastro, benché essa sia, al momento, fortemente minoritaria, persino dentro la stessa sinistra. Si tratta, per certi versi, di una obbligazione morale.

1 Robert Mundell, A Theory of Optimum Currency Areas, in American Economic Review, vol. 51, nº 4, 1961

2 Ministero dell’Economia e delle Finanze, Documento di Economia e Finanza 2017, Sezione I, Programma di Stabilità dell’Italia, pag. VIII

3 Marcello Minenna, “E’ possibile una riforma radicale della governance fiscale europea?” Relazione presso l’Istituto Don Sturzo, Roma, 14 Marzo 2017

4 Cfr. Terenzio Cozzi, “La crisi ed i moltiplicatori fiscali”, in Moneta e Credito, vol.66, n.262, pagg. 131-153, 2013

5 Fonte dei dati Eurostat

6 Cfr. al riguardo delle strategie interne di preparazione all’uscita dall’euro E. Brancaccio “Uscire dall’euro? C’è modo e modo”, su Alternative per il socialismo, n. 27, luglio-agosto 2013.

7 Alcuni, come ad esempio Cour-Thimann, P. (2013), Target Balances and the crisis in the Euro Area, CESifo Forum, vol.14, propongono l’utilizzo del collaterale della Banca Centrale Nazionale che esce dall’euro.

8 La crisi valutaria del 1992, che scosse profondamente lo Sme, fu dovuta ad ampi differenziali nazionali nei tassi di cambio reali, dovuti a rilevanti differenze fra i tassi di inflazione dei diversi Stati membri. In altri termini, la speculazione scommise sull’impossibilità di difendere le parità centrali, con margini di oscillazione piuttosto ridotti, in presenza di ampie differenze nei tassi di cambio reali.

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