Renzi ritorna e già si crede Macron o Obama

di Alberto Benzoni
Renzi ritorna e già si crede Macron o Obama

A poco più di cinque mesi da un referendum che lo aveva bocciato politicamente e personalmente, Matteo Renzi è tornato sulla scena; e, a quanto pare, più forte di prima.

Un consenso ancora più grande tra gli iscritti e gli elettori delle primarie (e con un’opposizione allo sbando). Uno stile immutato, proprio di uno che non ha dimenticato nè imparato nulla, Una campagna elettorale già scritta in cui potrà giocare la carta del voto utile a sinistra per poi gestirne i risultati nel modo più opportuno. E un grado di adulazione da parte della stampa e dei media se possibile ancora più smaccato (Macron come il Renzi francese? Renzi come il Macron italiano? Mutando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia…).

Un evento senza precedenti. Almeno nelle democrazie occidentali. Queste conoscono grandi personaggi ( nel bene e nel male; De Gaulle e Churchill ma anche Hitler) riemersi dalle ceneri grazie alla loro personalità e a circostanze straordinarie. E conoscono anche personalità, come Brandt e Mitterrand e Chirac, tanto per citarne i più noti, che hanno lottato per decenni e subito molte sconfitte prima di raggiungere il successo..Mentre,, al di qua ma soprattutto al di là dell’Atlantico è assai più frequente il caso di ritiro dalla vita politica all’indomani di una sconfitta.

E, dunque, siamo in presenza di un evento quasi miracoloso. Abbiamo un politico che determina e gestisce in modo totalmente sconsiderato un appuntamento referendario così da essere considerato dagli stessi sostenitori del Sì responsabile primo del disastro; e che non solo non prende un pò di campo ma non fa la minima autocritica senza cambiare in nulla le sue idee e il suo stile politico e i suoi comportamenti; ma che, nonostante tutto questo, ritorna in sella nello spazio di pochissimi mesi tra il plauso di quegli stessi che ( per la verità a cose fatte) lo avevano criticato.

Siamo. Anzi saremmo. Perchè, in realtà non c’è stato alcun miracolo. E non c’è stato alcun miracolo perchè non c’è stata alcuna sconfitta. E non c’è stata alcuna sconfitta perchè in realtà, il 4 dicembre, non c’è stato alcun referendum; o meglio c’è stata una consultazione che verteva soltanto su alcune modifiche alla nostra Carta costituzionale, bocciate più che altro per imperizia nella loro presentazione e che quindi non aveva nè doveva avere alcuna valenza politica generale.

Ora, che i sostenitori del sì abbiano avuto tutto l’interesse a fornire questo tipo di narrazione, comportandosi di conseguenza è del tutto evidente. Ma che questa stessa narrazione sia stata almeno implicitamente avallata dalla totale passività dei rappresentanti politici ed istituzionali del fronte del no ( ci riferiamo qui, naturalmente, a quelli di sinistra) può essere interpretato soltanto in termini di permanente vocazione al suicidio.

Chiarito, dunque, preliminarmente che Renzi non ha perso perchè non ha vinto nessun altro; e che quindi non ci troviamo di fronte ad un miracolo ma piuttosto di fronte ad una normale vicenda politica, cerchiamo di capire come si sia concretamente manifestata questa vocazione al suicidio e se l’evento luttuoso possa ancora essere evitato.

Prima manifestazione di autolesionismo, la gestione immediata del dopo referendum: questione governo e questione data delle elezioni. Qui, se si fosse rispettata la volontà degli elettori si sarebbe dovuto formare un governo istituzionale e di scopo che varasse una nuova legge elettorale quanto più possibile diversa dall’Italikum e portasse in tempi ragionevoli ad una nuova consultazione.

Si è fatto esattamente l’opposto, ai limiti della grossolana provocazione: un governo fotocopia del precedente nelle facce, nel programma, un renzismo senza Renzi e, per certi aspetti, peggiore; e tutto questo nell‘assenso entusiasta della minoranza Pd che ha fatto, anzi, della difesa del nuovo governo e del rinvio sine die della prova elettorale la sua bandiera (e qui Bersani e i suoi avrebbero dovuto ricordare che il rinvio concesso da Napolitano a Berlusconi nell’autunno del 2010 gli aveva consentito di comprare i voti necessari per sopravvivere alla mozione di sfuducia di Fini; e, peggio ancora, che il non essere andati alle elezioni nell’autunno successivo imbarcandosi, toto corde, nell’esperienza Monti, avrebbe portato al disastro elettorale del 2013).

Il governo Gentiloni fotocopia del governo Renzi

Secondo tempo, la disastrosa conduzione del confronto interno al Pd. Prima e dopo la scissione. Qui, rispettare il voto del 4 dicembre avrebbe dovuto comportare l‘opposizione a Renzi in nome del suo passato, delle sue scelte di governo e della sua visione della società. E però questo avrebbe portato a fare i conti anche con il proprio: leggi con la linea seguita dal Pd da più di un ventennio a questa parte. Meglio allora lasciar perdere, ma per contestare, ai limiti del ridicolo, a Renzi il suo futuro; e cioè la sua pretesa di arrivare al più presto ad un congresso magari per vincerlo… Aprendo la via alla più misera (almeno agli occhi della gente) delle scissioni: quella per “mancanza del dovuto rispetto“.

La scissione di Bersani e D'Alema non è socialista, e nemmeno utile

Si poteva sperare che la dinamica della scissione avesse chiarito idee e posizioni. Viceversa ci si è impantanati per settimane in un dibattito surreale sull’Ulivo la cui unica caratteristica è stata quella di non avere nulla a che spartire con lo stato di cose presente e che lo stesso Renzi ha avuto il merito di liquidare definitivamente.

Il “non avere niente a che fare con lo stato di cose presente” ha, peraltro, fatto pagare un prezzo pesante ai protagonisti del “dibbattito”; che siano ancora all’interno del Pd o che ne siano fuori nesssuno di questi raggiunge la massa critica, politica e/o per apparire miinimamente credibile e rappresentativo agli di quei milioni di elettori di sinistra che hanno votato “no“.
Allo stato, gli elettori di sinistra si troveranno di fronte da una parte il fascinoso listone di Renzi e dall’altra: a) le vecchie glorie; del fu Pci b) l’ultimo quadrato di Villafranca della fu Sel (variante possibile un nuovo Arcobaleno) più c) una possibile riproposizione della lista Ingroia.

Il congresso di Sinistra Italiana finisce con una scissione pro D'Alema: verso un nuovo Arcobaleno?

In quanto agli italiani che hanno votato “nosenza appartenere alla galassia postcomunista o che si sono impegnati a fondo nella campagna referendaria nelle centinaia di comitati presenti in tutta Italia, questi rimarranno orfani di rappresentanza: a meno naturalmente di trovare rifugio in Grillo, Salvini o magari Berlusconi. Orfani, attenzione; ma solo perchè abbandonati a sè stessi.

O, detto, più brutalmente, perchè i loro dirigenti- quelli del Coordinamento per la democrazia costituzionale ma non solo- sono mancati al loro dovere più elementare: quello di assicurare, in prima persona o magari con la “moral suasion”nei confronti della classe politica, una rappresentanza parlamentare ( una lista per la democrazia e per il lavoro) specificamente finalizzata a rispondere alle richieste e alle speranze dei vincitori del referendum; il tutto mantenendo in piedi strutture che si sono occupate di tutto meno che di questo problema. Ancora una volta, come se il referendum non ci fosse mai stato.

C’è tempo per rimediare ? Certo che sì. Ma il tempo stringe e molto; tanto da rischiare di soffocarci tutti.
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