Putin demonizzato dall'Economist come nuovo Hitler

di Alberto Benzoni

Putin demonizzato dall'Economist come nuovo Hitler

L’EUROPA POSSIBILE E LA RUSSIA NEMICA

Anni fa, poco dopo la morte di Stalin, Altiero Spinelli rifletteva, nel suo diario, sulle inevitabili conseguenze dell’evento. “ Se sino ad oggi”- diceva, “l’Europa si è mossa con grande determinazione, verso l’integrazione politico-militare è stato per il concreto timore di essere aggredita dall’Unione Sovietica. Morto Stalin lo spettro della guerra dovrà fatalmente allontanarsi dell’orizzonte; trascinando con sé anche la prospettiva di un’Europa federale.

Un anno dopo questa prospettiva sarebbe stata definitivamente seppellita con la bocciatura della Comunità europea di difesa da parte del parlamento francese. Un risultato in cui furono assolutamente determinanti ( oltre a quelli di buona parte dei socialisti) i voti di comunisti e gollisti, rappresentanti di forze assai più consistenti, “eversive e antisistema” dei terribili “populisti” di oggi. Pure, di quel voto si prese tranquillamente atto, per orientare il processo di integrazione secondo tempi estremamente più lunghi e in direzioni essenzialmente economiche.

Perché ricordare un evento così lontano?

Primo per far presente che la capacità di prevedere e il desiderio di sperimentare dovrebbero far parte del curriculum di qualsiasi politico degno di questo nome (mentre oggi va di moda la capacità di narrare il passato).

Secondo per ricordare agli ideologi di vario orientamento che l’Europa ordoliberista e politicamente afona di oggi non è frutto di un destino predisposto sin dalla sua nascita ma l’effetto delle circostanze e di intuizioni e/o errori verificatisi nel corso del tempo. Perché di Europe possibili ce ne sono state: non certo quella di Ventotene, soffocata prima ancora di nascere dalla Guerra Fredda ma certamente quelle di De Gasperi, Adenauer e Schuman e ancora di Brandt, Genscher e Palme,e poi quella delle patrie, quella di Craxi e Delors, Monnet e Mitterrand/Kohl con le fatali integrazioni successive. Molte di queste (parliamo in particolare dell’Europa di Helsinki) distrutte da forze ostili (nello specifico americane e sovietiche), altre da errori di impostazione se non di pura e semplice cecità politica.

Terzo, e ultimo, per constatare che gli eventi storici tendono a ripetersi, la prima volta con la sostanza della tragedia la seconda con la consistenza della farsa.

La russofobia dell'Occidente contro Putin

DA STALIN A PUTIN, DAL COMUNISMO AL POPULISMO

Allora, a partire dalla dottrina Truman (marzo 1947) sino alla nascita del Patto Atlantico e della Nato, Stati Uniti ed Europa occidentale reagirono alla minaccia, che appariva reale, dell’aggressione militare esterna e della sovversione interna. Oggi il Parlamento chiama non si bene chi a far fronte alla non specificata “minaccia populista” in ipotetica collusione con le interferenze e l’espansionismo della Russia di Putin.

Allora, l’Armata rossa era a “due tappe del giro di Francia”( come disse De Gaulle) da Parigi. Oggi la Nato è a due tappe da Mosca.

Allora, lo stalinismo riproponeva in tutta l’Europa centro-orientale, anche se su scala assai più ridotta, lo schema dei grandi processi del 1936-39. Oggi, almeno così sembra, il mondo intero vibra di indignazione, per i 14 giorni inflitti al blogger Navalnyi.

Allora, l’Unione Sovietica aveva annesso con la forza alla sua sfera di influenza interi paesi e contro la volontà dei loro abitanti e senza subire, ovviamente, sanzioni di alcun tipo. Oggi la Russia è in regime di libertà vigilata per aver violato la legalità internazionale con l’annessione della Crimea (russa da sempre), dopo un ventennio in cui l’Occidente ha cambiato la carta geografica d’Europa, in omaggio al principio dell’autodeterminazione dei popoli; incoraggiando attivamente l’estensione di questo processo nei territori dell’ex Unione Sovietica.

Allora, la presenza attiva del comunismo nei paesi occidentale era, come dire, una parte del paesaggio. Oggi si strilla come aquile se Mosca si interessa attivamente alle vicende politiche di altri paesi (ma, sino a prova contraria, senza farlo illecitamente), quando, dal 1989 in poi, le nostre anime buone hanno spadroneggiato in ogni forma possibile nell’ex Urss, incoraggiandone, in ogni forma possibile ( e, naturalmente, con le migliori intenzioni) il disfacimento, economico, istituzionale e territoriale.

Allora c’era Stalin. Oggi abbiamo Putin. Dipinto dall’organo di riferimento del “pensiero unico internazionale“, l’Economist, con gli occhi di bragia del demonio (nello stesso numero in cui il corrispondente da Mosca del settimanale affermava candidamente che “i russi non sono mai stati così liberi”). In realtà, un signore che non viene dopo Cavour o Brandt, ma dopo Eltsin, un altro signore, questo cocco dell’Occidente, con al suo attivo, tra le altre cose, la liquidazione sommaria di Gorbaciov, il bombardamento del Parlamento e la svendita del paese agli oligarchi.

Un signore che viene dal mondo dei servizi segreti ( e quindi conosce come nessuno la realtà delle cose);che si è formato sotto il riformista Sobciak a San Pietroburgo; che è stato chiamato ad assistere, da primo ministro lo stesso Eltsin; e la cui strategia, come ci racconta in modo esauriente Sergio Romano, ha sempre ha avuto un segno di tipo difensivo; e che gode, particolare non irrilevante almeno per noi, di un consenso elevato e costante da parte dei suoi concittadini.

Un’apologia? Niente affatto. Semplicemente l’invito a guardare le cose come stanno. E tenendo conto del punto di vista degli altri. E allora ci accontenteremmo che si acquisisse il fatto che Putin non è né Hitler né Stalin e nemmeno Erdogan, che l’orso russo non sta lì per aggredirci e che in giro non ci sono né Kgb né repressioni e nemmeno popoli che insorgono per difendere la libertà. Tutto il resto è negoziabile. Ed è negoziabile per il semplice motivo che la pericolosità o lo stesso ruolo internazionale di questo o quello stato non ha nulla a che fare con il suo regime interno; e che, per converso, sono i paesi democratici e non quelli autoritari o illiberali all’origine di quasi tutte le guerre del nostro tempo, anch’esse democratiche ma pur sempre guerre.

Avremo tutto il tempo per discutere della Russia e della Cina e magari anche dell’India. Quello che è urgente è parlare di noi. E, in particolare, del delirio russofobo che sembra dominare incontrastato nel discorso politico e soprattutto nella trattazione dei media.

Ed urgente perché capirne le ragioni o più esattamente le radici profonde può consentire di superarlo. Non siamo chiamati ad un dibattito accademico sulla Russia o sulla natura e gli obbiettivi del suo regime. Ma come vedremo tra poco ad un giudizio politico da cui possono discendere scelte rilevanti nella direzione ne di un nuovo ordine internazionale o della sua progressiva disintegrazione.

La russofobia che sembra dominare il nostro immaginario collettivo non è il frutto di un disegno razionale, esplicito o magari complottando. Tanto è vero che non da’ luogo ad alcuna strategia; perché questa equivarrebbe ad una guerra totale, anche se non nel segno di un conflitto militare aperto; guerra magari condotta già oggi da parte di componenti specifiche del’apparato di potere americano, inglese ( o magari anche russo) ma che nessuna cancelleria potrebbe preparare o anche contemplare.

Siamo piuttosto in presenza di un clamoroso caso di prevalenza della sovrastruttura sulla struttura, della falsa coscienza sulla realtà fattuale. E’il trionfo del clintonismo-blairismo anglosassone, divenuto sensibilità unica delle èlites occidentalizzanti del mondo; è la convinzione che il 1989 abbia segnato la vittoria definitiva del modello liberal-liberista come futuro e aspirazione naturale dell’umanità intera; è la conseguente totale incomprensione che dico totale incapacità di vedere tutto ciò che fuoriesce dai canoni dell’”occidentalmente corretto”, sino a considerare malvagie nemiche le cose, le persone, le nazioni che, per un motivo o per l’altro questi canoni non rispettano.

Abbiamo scritto “nemiche”; avremmo dovuto aggiungere “invisibili”. Il che è anche peggio. Ai tempi della guerra fredda l’Urss era nemica; ma una nemica che ci si premurava di conoscere e di rispettare. Oggi, sempre secondo l’Economist, Russia, Cina ( per tacere dei regimi “populisti” latino-americani) sono una specie di scherzo di natura che non merita alcuna considerazione. Per loro, valgono il cordone sanitario e, soprattutto le sanzioni, nello scopo apparente di ricondurre alla regione il regime colpevole e nella segreta speranza di rovesciarlo: ciò che si è cercato di realizzare nell’area del Pacifico nei confronti della Cina e nell’Europa Orientale nei confronti della Russia.

Oggi questo sistema sta però cadendo in pezzi; avendo ottenuto i risultati esattamente opposti rispetto a quelli prefissati: leggi la formazione, sul terreno economico-politico, di un blocco russo-cinese tendenzialmente aperto alla collaborazione con un’Europa tornata ad essere soggetto internazionale. Mentre gli Stati Uniti, in preda ad una violenta crisi di identità, non sono più ad essere protagonisti centrali se non unici dell’attuale sistema internazionale.

Cerchiamo allora, come Europa, a partire dalla politica e dalle nazioni, di guardare con occhi limpidi al mondo che ci circonda. Il resto verrà da sé.

 

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You may use these HTML tags and attributes:

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>