Riscoprire da socialisti la lezione di Gramsci

di Gaetano Colantuono

Tre noterelle gramsciane

Per la ripresa di un dialogo

 

Riscoprire da socialisti la lezione di Gramsci

A Gaetano Arfé, indimenticato e indispensabile

 

  1. Rileggendo Raul Mordenti, Gramsci e la rivoluzione necessaria.

Libri su Antonio Gramsci ce ne sono tanti – si potrebbe dire. E una nuova, terza, fase della fortuna del suo pensiero è stata registrata da Giorgio Baratta: fase che ha una dimensione mondiale, camminando anche a fianco dei movimenti di contestazione verso la globalizzazione neoliberista, in tanti paesi e in differenti culture. Un Gramsci meticciato e diasporico (per utilizzare due categorie molto in voga nel lessico postcoloniale), i cui Quaderni divengono una preziosa “cassetta di attrezzi” (magari non sempre criticamente vagliata) del pensiero critico e per l’interpretazione di vicende storiche impensate dal comunista sardo. Ciò basti a confutare l’immagine, di matrice accademico-erudita, di un Gramsci come monumento letterario, tipo Madame Bovary o il Canzoniere petrarchesco, e perciò museificato e mummificato. Neutralizzato.

Parallelamente si sono diffusi proprio in Italia non pochi luoghi comuni sul suo pensiero, interpretazioni capziose e fuorvianti, estranee a corretti principi metodologici, insieme a continue illazioni sulla sua vita ed in particolare (c’era da attenderselo) sulla fase della sua carcerazione: così è divenuta merce corrente sentire o leggere che Gramsci fu sì imprigionato dal regime fascista, ma che gli venne riservato un trattamento di favore, che comunque non morì in carcere e che ad ucciderlo – o meglio a volerlo morto – furono proprio i compagni del suo partito. Sinteticamente un Indro Montanelli (figura incredibilmente rivalutata come testimone storico) poteva scrivere: «Togliatti non mosse un dito e anzi ostacolò il trasferimento a Mosca di Gramsci». Altri si sono “limitati” a esporre giudizi tranchant sull’opera gramsciana: un documento censurato da Togliatti e dal suo partito, ovvero un testo sopravvalutato nel quadro di quel (presunto) controllo della cultura attuato dalla Sinistra in Italia per quaranta anni (giova rammentare: di opposizione parlamentare). Nuove, ardite proposte sono venute su (o sono tornate) negli anni ’90: un Gramsci “socialista” degli ultimi tempi (secondo un’amena affermazione di Craxi: quindi con tutto ciò che tale qualifica in quel momento poteva significare); un Gramsci liberale e liberista; immancabile una sorta di “Codice da Turi”, ovviamente inteso come Gramsci versus Togliatti e l’URSS.

Solo da questa rapida rassegna è possibile constatare una costante – un’ossessione (anti)togliattiana – e due possibili operazioni su Gramsci uomo politico e teorico.

Si tratta di un’alternativa secca per vulgate ansiose di legittimazione: annettere o liquidare Gramsci. Tertium non datur. Occorre rinunciare preliminarmente ad entrambe le opzioni e riprendere le fila di un dialogo, per noi impegnati nell’arduo compito di ricostruire in Italia una presenza per il socialismo di sinistra, senza trascurare i punti di attrito fra gli assunti gramsciani (con particolare rilievo della sua produzione carceraria) e le elaborazioni dei dirigenti e studiosi socialisti [a mo’ di esempio il ripensamento critico delle categorie gramsciane per la storia meridionale moderna in Gaetano Cingari, uno studioso indubbiamente da recuperare, su cfr. Gaetano Cingari. L’uomo, lo storico, Manduria 1996].

Gaetano Cingari, meridionalista, socialista, studioso di Gramsci

Gaetano Cingari

È tuttavia confortante che il quadro degli studi gramsciani italiani non sia segnato dalla nota dominante della ruffianeria, assenza di scrupoli deontologici e filologici, sostanziale funzionalità rispetto al vigente status quo. E forse si può sostenere che, anche in questo caso, “non tutto il mal vien per nuocere”, poiché tali ricorrenti, persistenti luoghi comuni fallaci, teorie inverificabili e campagne di stampa hanno comportato una rinnovata lettura critica del corpus gramsciano, nei suoi vari passaggi diacronici, nelle sue parole tematiche (vedi Le parole di Gramsci. Per un lessico dei Quaderni del carcere, Roma 2004), nei condizionamenti terribili della sua situazione di prigioniero e delle ricadute sulle condizioni psico-fisiche, nella verifica storica dei suoi assunti. È stata così messa alla prova una nuova generazione di studiosi/e, che ha dovuto riverificare e rileggere i testi nel fuoco di un’altra, non trascurabile, battaglia delle idee. Quella di resistenza al discorso egemonico (è il caso di dirlo) neoliberista e di costruzione di efficaci alternative.

Fra le varie opere comparse nel corso del precedente anniversario gramsciano (2007), particolare rilievo va attribuito al volume di Raul Mordenti, Gramsci e la rivoluzione necessaria (Editori Riuniti, Roma 2007, pp. 206), per il nesso fra ricerca storico-filologica sui testi gramsciani e l’impegno storico-politico dello studioso attraverso gli stessi. Una dote non comune se si pensa alle tendenze di certa dirigenza dell’Istituto Fondazione Gramsci in Italia, legata organicamente alle trasformazioni che hanno condotto dal PCI al Partito Democratico. E chissà poi. È noto che in reazione a questa situazione si registra un crescente interesse verso le iniziative dell’International Gramsci Society (IGS) con le sue sezioni nazionali.

L’opera di Mordenti, in realtà, si presenta come una raccolta di precedenti lavori, cinque in particolare, rifusi a mo’ di sintesi organica in cui l’opera gramsciana viene analizzata ora sul piano filologico ed esegetico ora in relazione al proprio Fortleben. Ben chiare su entrambi i versanti le posizioni dello studioso, con una forte polemica contro alcuni degli stereotipi sopra accennati, mentre rigoroso è il suo procedere critico, alla ricerca di una rinnovata interpretazione iuxta sua principia di Gramsci, che se intende superare la vulgata genericamente denominabile come “togliattiana”, non per questo rinuncia agli ineliminabili fondamenti (i.e. comunisti) di quella ricerca politica e vicenda umana (su cui si veda il capitolo 2 La rivoluzione necessaria). Questi elementi, assieme a molti altri, rendono il testo al contempo un documento dell’attuale fioritura di studi, un’introduzione agli stessi e un saggio in cui convergono numerosi spunti di metodo, ipotesi di lavoro ulteriore, risultanze assodate e interessanti aperture al mondo variegato degli studi culturali.

Tuttavia, in questa sua cifra lo studio mostra alcuni elementi limitanti. L’aver insistito su una dicotomia (lettura togliattiana versus quella antitogliattiana) ha come effetto la sostanziale trascuranza di altri settori in cui si è in passato esercitata la lettura gramsciana, a partire, e.g., dalla variegata sinistra socialista, soprattutto durante la fase autonomista del PSI (1956-1963): Panzieri non è menzionato, Bosio solo di sfuggita e così via. La stessa cultura socialista legata al corso nenniano non fu estranea a studi e categorie gramsciani, per cui leggendo l’ampia citazione da una lettera del 2 maggio 1932 (a p. 46) sovviene al lettore accorto la ripresa di Antonio Giolitti [cfr. il suo Riforme e rivoluzione, Torino 1957] dei medesimi temi negli anni Cinquanta, quando maturò il suo passaggio dal PCI al PSI.

Antonio Giolitti, intellettuale, ministro, comunista gramsciano e socialista riformista

Antonio Giolitti

Conviene rileggere in forma estesa quanto Gramsci scriveva in quella lettera in cui si fondano critica anticrociana (ma anche antibordighiana) e formulazione di nuove proposte aderenti ad un contesto complesso come quello nazionale: «Si può dire concretamente che il Croce, nell’attività storico-politica, fa battere l’accento unicamente su quel momento che in politica si chiama dell’“egemonia”, del consenso, della direzione culturale, per distinguerlo dal momento della forza, della costrizione, dell’intervento legislativo e statale o poliziesco […] è avvenuto proprio nello stesso periodo in cui il Croce elaborava questa sua sedicente clava, la filosofia della praxis [scil. la dottrina marxista], nei suoi più grandi teorici moderni, veniva elaborata nello stesso senso e in momento dell’“egemonia” o della direzione culturale era appunto sistematicamente rivalutato in opposizione alle concezioni meccanicistiche e fatalistiche dell’economismo. È stato anzi possibile affermare che il tratto essenziale della più moderna filosofia della praxis consiste appunto nel concetto storico-politico di “egemonia”».

È tuttavia chiaro che come ogni epoca, così ogni tradizione politico-culturale della Sinistra ha il proprio Gramsci. D’altra parte, se lo stesso politico sardo realizzò un crescente distacco dal Psi e fu anzi uno dei promotori della scissione di Livorno, non bisogna dimenticare che è davvero disagevole pensare l’elaborazione del suo pensiero al di fuori della precedente esperienza politica accumulata dal partito del proletariato italiano e senza riferimento al patrimonio di sacrifici (si pensi alla scelta neutralista per oltre tre lunghissimi anni), resistenze e costruzioni di alternative (cooperative, mutue, sindacato, organi di stampa). La critica più feroce di Gramsci al Psi acquista così un senso di prospettiva, al di là delle mere contingenze polemiche e di taluni giudizi incresciosi. Una proposta interessante potrebbe essere una ricerca collettiva e aperta (cioè anche bidirezionale) sul tema Gramsci e la cultura politica dei socialisti, contemporanei e successivi.

Una sinistra, non indegna del patrimonio gramsciano, ancorché minoritaria, deve certamente comprendere (come annota l’autore, p. 21 e passim) l’importanza delle partite, a più livelli, giocate attorno alla memoria, alle tradizioni, alla storia – quella narrata e quella agita – come anche a temi attualmente assenti dal dibattito pubblico o degradati ad argomenti da chiacchiera da “bar dello sport”: fra questi, il folclore, la storia ai margini della storia stessa (ovvero la storia dei gruppi sociali subalterni), la quistione degli intellettuali – temi ai quali il volume dedica pagine molto impegnative e suggestive. Inevitabilmente alcuni temi, pur significativi (è il caso delle riflessioni sulle religioni e sul cattolicesimo), non sono affrontati nel volume in modo diretto.

Un approccio allo studio dell’opera gramsciana che ne possa garantire vitalità e forza (piuttosto che un pregiudizio di “attualità”) deve coniugare metodo filologico e rilettura collettiva e corale, aperta e rigorosa. Mi è francamente difficile ed al contempo spiacevole immaginare una futura trasmissione dell’opera gramsciana in assenza di pratiche di liberazione e di progetti di rivoluzione (necessaria). Qualunque cosa ciò possa significare nei diversi contesti? – è questa una domanda da non eludere.

 

2. La riflessione gramsciana sull’Azione Cattolica

L’ipotesi di lavoro gramsciana (Q.20) è in analogia con quanto sostenuto da uno storico sulle vicende politiche francesi post-napoleoniche: «pare che Luigi XVIII non riuscisse a persuadersi che nella Francia dopo il 1815 la monarchia dovesse avere un partito politico specifico per sostenersi». In altre parole l’intuizione dell’Azione Cattolica come partito politico specifico della Chiesa nella società, dopo la crisi europea culminata nel 1848, quando decade il monopolio delle istanze religioso-ecclesiastiche come elemento ordinatore, l’unico consentito, delle masse. L’AC ha assunto con il mutare dei tempi diverse funzioni, tuttavia resta l’espressione di una nuova fase (Gramsci lo dice più chiaramente in Q.2 confrontando AC con i terziari francescani) nella storia del cattolicesimo, quando le sue concezioni da insieme totalitario («nel duplice senso: che era una totale concezione del mondo di una società nel suo totale») si fa parziale (ancora nel duplice senso); ovvero come «la reazione contro l’apostasia di intere masse». Insomma, questo quadro dimostra che «non è più la Chiesa che fissa il terreno i mezzi della lotta; essa invece deve accettare il terreno impostole dagli avversari o dall’indifferenza e servirsi di armi prese a prestito dall’arsenale dei suoi avversari (l’organizzazione politica di massa)». Pertanto Gramsci può concludere che la nascita dell’AC, al di là dei risultati ottenuti, è prova del fatto che «la Chiesa è sulla difensiva», avendo perduto non solo il monopolio della formazione delle coscienze (come diremmo noi oggi) ma anche la scelta del terreno e delle armi (fuor di metafora: temi, forme, strumenti) dello scontro per il controllo delle masse. Ha perduto quindi la sua capacità di indirizzo culturale, sociale, morale – quello che potremmo chiamare egemonia.

Un altro strumento di presenza-controllo sulle masse è poi costituito dal sindacalismo operaio cattolico – e qui Gramsci nota come, ai suoi tempi, non fosse avvertita l’esigenza di un corrispondente sindacato confessionale degli imprenditori.

  1. Turati e Gramsci: una polemica mal posta.

Le seguenti brevi note nascono come commento sul dibattito innescato dall’articolo di Roberto SavianoElogio dei riformisti” apparso su “la Repubblica” (28.02.2012).

È un errore identificare l’articolo del Saviano col libro di A. Orsini [Gramsci e Turati. Le due sinistre], che meriterebbe di essere letto in sé, anche se credo che sin dalla intitolazione l’autore abbia voluto insistere sulla dicotomia fra Turati e Gramsci (ragioni non meramente cronologiche impongono che si stabilisca un ordine fra i due leader diverso da quello del titolo). Il Saviano evidentemente ne fa una lettura personale, scegliendo passi e temi funzionali alla propria linea.

Il tema, ossia la dicotomia di cui sopra, era nient’affatto inedito, direi anzi abituale in larga parte della storiografia. Ne esistono però due varianti opposte: quella anti-riformista e quella anti-comunista. Per fortuna già la migliore storiografia – in genere di sinistra – dagli anni Sessanta in poi aveva lentamente superato questa polarizzazione. Alcuni nostri colleghi – ed alcuni incauti loro lettori-recensori – sembrano ricaderci: è un segno dei tempi, del “nuovismo” fatto politica (PD ma non solo) e dominante in cultura. Il cui pendant, per curioso che possa apparire, è la generale marginalizzazione di una larga fetta di generazione dai venti ai quaranta anni.

Il riproporre la polarità Turati-Gramsci in termini così radicali appare nient’altro che il traboccare di antiche e insopite contrapposizioni che, in tempi di neoliberismo trionfante e di crisi indefinita, appaiono anacronistiche. Ogni santo anno, in occasione dell’anniversario del congresso-scissione di Livorno, debbo assistere al rinnovarsi del derby: aveva ragione Turati profeticamente e su tutta la linea, si affannano gli uni; il partito comunista, “luce che rischiara nelle tenebre”, nasce dal fallimento storico del partito riformista, celebrano gli altri. I nomi delle due “curve” si sprecherebbero e le loro analisi a dir poco condizionate da un forte senso identitario sono equivalenti: ed è un dato eloquente che non pochi di loro abbiano dato miglior prova dei loro studi in altri temi. Peccato che queste fazioni disconoscano che entrambi i tronconi fossero divisi al loro interno e non solo per ragioni di leadership. Ricordo a me stesso che le medesime fazioni fra loro accanite sono poi generalmente unanimi nel condannare (o obliterare) Serrati, nonostante già un Natta, purtroppo postumo, ne avesse composto una riabilitazione con tanto di duro giudizio sull’atteggiamento di Gramsci verso lo stesso Serrati nella celebre lettera di fondazione dell’Unità [ora si vedano gli studi di Marco Scavino].

In realtà, la canonizzazione di Turati presenta vari elementi di perplessità, primo fra tutti l’autocritica dello stesso politico nei suoi anni di amaro esilio parigino, quando si rimproverò l’ingenua fede nel metodo gradualistico-legalitario e di non aver compreso la forza della violenza, quella fascista (quella della parte estremistica del suo partito egli l’aveva già opportunamente contestata, anche per ragioni di lotta politica interna, in quel di Livorno). Turati, anche se idealizzato, va letto anche nelle sue pagine dell’esilio. Inoltre, lo stesso percorso politico-culturale di Turati appare tutt’altro che lineare ed esprimibile soltanto col nome “riformismo”. Sulla questione vale la pena riprendere gli studi del principale storico del socialismo italiano, Gaetano Arfé, nostro indimenticato maestro (cfr. in part. la sua Storia del socialismo italiano (1892-1926), Einaudi). I classici giacciono quasi inerti nelle biblioteche, mentre testi nuovisti occupano le pagine dei giornali. Ci si può chiedere se quest’ultimi faranno storia o non piuttosto cronaca, secondo il nostro parere, su quotidiani e social network.

Lo studio storico del movimento operaio e dei suoi partiti soffre in Italia di alcune lacune. Su due vorrei brevemente soffermarmi. La prima è la sostanziale assenza o la mancata fruizione di luoghi deputati all’archiviazione e allo studio dell’imponente massa documentaria prodotta in quasi 150 anni di movimento dei lavoratori. Ciò spiega anche il successo, spesso effimero, di determinate vulgate e metodologie. La seconda è la mancanza di quei partiti e della loro multiforme attività (case editrici, centri studi e fondazioni, attività didattica e divulgativa e così via). Un imponente processo di dissipazione, non c’è che dire.

Perché non possiamo dirci riformisti” – è questo il titolo di uno degli ultimi interventi di Arfé (“Il ponte” 2005). E forse lo sforzo di una società di studiosi/e che faccia filologia e divulgazione della tradizione socialista andrà ripreso nei prossimi mesi in un apposito progetto. Studuisse oportebat.

Gaetano Arfè, uno dei più grandi storici del socialismo italiano

Gaetano Arfè

PS: le tre note sono state composte rispettivamente nel gennaio 2008, dicembre 2006 e aprile 2012. L’autore non sommessamente ricorda come tutti e tre i pensatori socialisti citati (Arfé, Giolitti, Cingari) abbiano abbandonato il PSI negli anni Ottanta in polemica con la leadership di allora.

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