Trump e l'egemonia americana al tramonto

di Alberto Benzoni

Trump e l'egemonia americana al tramonto
Bene chiarirlo subito: di cosa stiamo parlando ?

Stiamo parlando della sovrastruttura, non della struttura. E per due ragioni.

Primo perchè il tema della struttura è assai complesso e non suscettibile di conclusioni univoche. Nel caso specifico, il processo di globalizzazione ha avuto una serie di conseguenze, talora di segno diverso se non contrastante, talora funzionale agli interessi e ai disegni degli Stati uniti, talora no.

Le elenchiamo qui, per memoria. e perchè costituiscono lo scenario di fondo su cui, più o meno consapevolmente, si sono mossi i nostri apparenti protagonisti; leggi le èlites statunitensi.

Cosa abbiamo, dunque, registrato negli ultimi venti anni ?

La sconfitta della globalizzazione cosmopolita e neoliberista: l'ascesa dei Brics

Il Dividendo della Globalizzazione

Primo, una generale redistribuzione del reddito globale e del potere politico a vantaggio dei paesi emergenti: Cina, India, Russia, America latina.

Secondo, una accentuazione delle disuguaglianze all’interno delle singole realtà nazionali, accompagnato, peraltro, nei paesi emergenti, da una radicale diminuzione della povertà mentre nell’occidente industrializzato domina la tendenza alla stasi e all’impoverimento. Parte integrante di questo duplice processo il fenomeno delle migrazioni. In sintesi, un processo segnato ideologicamente dalla convinzione che l’Occidente fosse chiamato a gestire i frutti della vittoria del 1989 ha portato ad esiti sostanzialmente opposti: almeno nel senso che i prezzi politici della globalizzazione sono stati, giustamente, pagati dalle classi dirigenti occidentali che l’avevano promossa e quelli economico sociali, meno giustamente, dalle classi più deboli che l’avevano subita.

Ad accentuare la portata del fenomeno e sempre a nostro danno,  altri elementi: le dimissioni dello stato rispetto al privato, la finanziarizzazione irresponsabile dell’economia, l’emergere, all’interno dei singoli stati ( e, in particolare, negli Stati uniit) di potenti e incontrollate  lobbies in grado di fare politica internazionale in proprio. E spesso in contrasto con quella dell’ammministrazione.

Difficile valutare l’impatto netto di questi processi sul “potere americano“, l’hard power militare ed economico, e il soft power, culturale e politico; probabilmente negativo ma meno di quanto si possa immaginare a prima vista.

Più che probabile, invece- almeno questa è la nostra ipotesi di lavoro- che essi siano stati accompagnati a) da un aumento del “disordine internazionale” con accrescersi dei conflitti e dei pericoli di conflitti e b) da una perdita della “capacità egemonica“da parte degli Usa. Ed è pressochè certo che la responsabilità maggiore per questo nuovo stato di cose sia da attribuire agli Stati uniti stessi.

La fine dell'attrattiva americana: egemonia e soft power

Egemonia e soft power americano

Per capirci qualcosa dobbiamo, a questo punto, cercare di rispondere a due quesiti preliminari. Il primo ha a che fare con il significato della parola egemonia. Il secondo con  le modalità attraverso le quali le èlites al potere negli Stati Uniti hanno interpretato questo ruolo nel corso degli ultimi decenni.

In un ordine internazionale nè totalitario nè tirannico, l’egemonia sta nella capacità di indurre una parte consistente dei suoi componenti a comportarsi in modo corrispondente agli interessi ed ai valori di un determinato paese guida; e, requisito essenziale, in un contesto di condivisione  e non di imposizione. In tale contesto, l’egemonia non è un ruolo acquisito una volta per tutte per una sorta di diritto divino ma piuttosto una condizione  costantemente rimessa in discussione dall’usura del tempo e dal mutamento delle circostanze e che, perciò, per essere conservata, ha bisogno di un costante sforzo di aggiornamento.

Ciò detto, c’è da chiedersi se le classi dirigenti Usa siano state e siano in grado di affrontare questa sfida. A loro apparente favore: il fatto che, almeno da settant’anni a questa parte, l’America abbia rappresentato il modello egemonico più intenso per qualità e più rilevante per estensione di tutta la storia umana. E anche il fatto, tutt’altro che trascurabile, che l’idea-forza del “destino manifesto” e della “missione” sia una componente essenziale della psiche collettiva del paese.

Di fatto, però, questa risorsa è stata gestita in modo sempre più irrazionale. E basti paragonare, a questo riguardo, l’approccio seguito in occasione della prima guerra del Golfo con quello adottato in occasione della seconda.
Nel primo caso ci si muove, con l‘esplicito e formale avallo dell’Onu e dello stesso mondo arabo, a punire una violazione palese dell’ordine internazionale. Ponendo termine ai combattimenti con la sconfitta e il ritiro. di riflesso l’adesione alla coalizione di tutti i paesi arabi accompagnata dall “non belligeranza“di Israele porterà allo zenit il ruolo di mediatore di ultima istanza di Washington, con la fine della guerra civile in Libano e con il sostegno agli di Oslo. Esempio, in sintesi, di egemonia come capacità di coinvolgimento e di aggregazione intorno ad un disegno condiviso.

La Prima Guerra del Golfo, punto alto del soft power USA

Ahmadi Oil Fields, Kuwait, 1991

Poco più di dieci anni dopo l’avventura di Bush figlio sarà una guerra preventiva in nome di premesse sballate ( la minaccia delle armi di distruzione di massa) e di obbiettivi illusori ( esportare la democrazia con le armi), priva di un adeguato sostegno internazionale e locale; e soprattutto una iniziativa del tutto unilaterale, sino al punto di non voler coinvolgere nemmeno i suoi potenziali sostenitori: la Nato ma soprattutto la Russia di Putin e l’Iran di Khatami.
Un disastro iscritto nelle sue stesse premesse. E che acquisirà ben presto una dimensione planetaria. La prima guerra del Golfo aveva aperto un decennio che sembrava caratterizzata dall’avanzata inarrestabile dei valori e degli ordinamenti dell’Occidente; la seconda sarà l’elememto scatenante della loro crisi anch’essa apparentemente inarrestabile.
Errori di conduzione ? Previsioni sbagliate ? Certamente sì. Ma anche qualcosa di molto più complesso e profondo: una concezione dell’egemonia che da progetto reale  e realistico diventa rappresentazione ideologica e astratta; accompagnata, come è, da una visione altrettanto ideologica e astratta del sistema internazionale successivo alla caduta del muro di Berlino.

Bush e Blair: la seconda guerra del golfo e la crisi del soft power USA
Si consideri, a questo riguardo la distanza siderale tra il clima politico-intellettuale che caratterizza il dibattito interno agli Usa alla vigilia della prima guerra del Golfo ( approvata dal Congresso, per inciso, con una risicata maggioranza) e quello che, poco più di dieci anni dopo, porterà i repubblicani ma anche gli stessi democratici ( con pochissime eccezioni) ad imbarcarsi senza riserve nelle  nuova avventura irachena.

Diverse le circostanze ? Può darsi. Ma soprattutto diversa la loro interpretazione. O, più esattamente diversa la visione della realtà  internazionale, delle forze che operano al suo interno e, soprattutto del rapporto, necessariamente dialettico, che intercorre tra il potere americano e il suo uso e cioè tra Egemonia e Missione.

Nel 1990, la variabile indipendente è ancora la prima. In un confronto molto civile tra l’anima pacifista del partito democratico e la cultura kissingeriana del partito repubblicano. La prima sta ancora saldando i suoi conti con la componente interventista responsabile della tragica avventura vietnamita e interpreta l’egemonia nella chiave soft del rinnovamento esemplare degli Stati uniti.La seconda è acquisita solidamente alla causa del realismo e della moderazione: massima attenzione ai rapporti con gli avversari;  egemonia da conservare e accrescere ma solo consolidando e sviluppando la propria rete di alleanze.
Nel 1990 gli effetti della malattia rara e terribile chiamata “intossicazione da caduta del muro”stanno facendo i loro primi passi nell’organismo. Nel 2003 lo avrà totalmente invaso.

Con l’appoggio pressochè unanime all’intervento (una scelta da qui i democratici, tra cui l’ineffabile Hillary si dissocieranno negli anni successivi; ma fino a un certo punto e perchè le cose erano andate male…) si uniranno intorno ad una visione del mondo in cui scompaiono insieme sia il problema dell’egemonia sia lo stesso principio di realtà in cui si era collocato. Rimane la missione, senza limiti nei suoi obbiettivi e negli strumenti atti a realizzarla: ma anche un mondo che insuccesso dopo insuccesso diventa un luogo popolato da una moltitudine di Nemici: per il loro regime interno, per il loro sistema economico, per la loro ideologia , comunque, per il loro rifiuto di acconciarsi al ruolo loro assegnato all’interno della Missione.

Fine dell’Egemonia, crisi della Missione: la ritirata USA

Il fallimento del disegno di Obama per salvare l'egemonia USA

Attenzione. non siamo nel contesto di un coerente e concreto progetto imperiale: siamo piuttosto nell’universo illusorio della falsa coscienza. Se gli americani o le loro multinazionali avessero voluto impadronirsi del petrolio iracheno, non c’era bisogno di distruggere il paese, bastava organizzare un piccolo golpe militare o magari discutere con quel Saddam Hussein, feroce dittatore ma, all’occorrenza, anche uomo di mondo…
La falsa coscienza, da sempre, non è la copertura astuta di disegni altrettanto se non più astuti ( checchè ne pensino i machiavellici complottardi di casa nostra); è piuttosto uno sviamento dell’intelligenza e dello spirito critico che produce disastri. E che, nel caso americano, alimenta sino al disastro i Nemici da abbattere e le difficoltà da affrontare.

A questo punto, prima Obama e poi lo stesso Trump hanno tentato di ridimensionare la Missione.  Ma con esiti fallimentari.

Nel caso di Obama ha giocato la mancanza di coraggio politico. Corretto il disegno: ridimensionamento drastico nell’uso della forza militare, disimpegno politico e militare dalle zone calde, chiusura di vertenze annose quanto oggettivamente superate, rilancio dell’egemonia americana sul terreno del confronto economico ( con la creazione di uno spazio internazionale governato dalle regole Usa, vedi Tap e Ttip…).

Ma questo disegno non è mai stato proposto formalmente al popolo americano. Troppi gli ostacoli: un partito repubblicano ostile a prescindere e segnato dalla combinazione micidiale tra tentazioni isolazioniste e pulsioni muscolari; un partito democratico ormai prigioniero dell’interventismo; alleati– dai polacchi agli ucraini, dagli israeliani ai sauditi- ormai impegnati a giocare in proprio partite anche pericolose e senza tenere in alcun conto i richiami del loro tradizionale protettore.

Con Trump siamo poi alla tempesta perfetta. Leggi all’incapacità totale della potenza egemone o comunque centrale nel sistema internazionale di trasmettere un qualche segnale concreto e razionale al mondo che la circonda.
Colpa del nuovo presidente? In parte sì. Il Nostro è un impasto sgradevole, a immagine e somiglianza del suo partito, di brutale realismo e di brutale fanatismo. Del primo  la consapevolezza  di non potercontinuare a pagare all’infinito i prezzi della globalizzazione, il rifiuto della pretesa di insegnare al mondo come deve comportarsi così come il desiderio di stabilire relazioni normali con la Russia di Putin. Del brutale fanatismo la moltiplicazione dei Nemici, la pretesa di ristabilire un dominio basato sulla forza militare e la totale indifferenza al problema del consenso internazionale e delle alleanze.
Ciò detto i suoi normalizzatori sono anche peggio. Perchè sono i falchi che spingono verso nuove avventure militari e, qui siamo veramente oltre ogni limite, l’establishment clintoniano che sta crocifiggendo il presidente sul tema dei rapporti con la Russia considerati addirittura alla stregua del tradimento.

Trump tra realismo brutale e militarismo brutale

Nell’insieme, una situazione mai registrata prima. Il paese egemone per definizione prima incapace di elaborare il lutto per la crisi del suo ruolo. E oggi incapace di esercitarlo.

Una situazione, per inciso, particolarmente pericolosa per l’Europa. Per un’area decisiva per la costruzione di qualsiasi ordine internazionale ma che è da tempo assente dalla scena. Abbiamo costruito il nostro modello politico, ecoomico e sociale, piaccia o no, grazie anche alla protezione politico-militare americana. Il che ha diminuito l’incentivo a camminare da soli. Oggi siamo nell’epicentro di un disordine internazionale di cui gli Stati uniti rappresentano una delle cause e non la soluzione. Disordine che rischia di portare alla nostra distruzione.

A fronte di tutto questo inutili rimasticature. Formule. Scongiuri. Molta economia, troppa. Pochissima politica.
Fino a quando ?

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You may use these HTML tags and attributes:

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>