di Antonino Gulisano

Il 9 gennaio 2017 è venuto meno un grande pensatore del Novecento.

Egli lascia una grande eredità di pensiero alle nuove generazioni.
In suo onore mi permetto di volere fare alcune riflessioni sul suo pensiero e i suoi scritti di sociologo a tutto tondo.

La parola “globalizzazione” è sulla bocca di tutti: è un mito, un’idea fascinosa, una sorta di chiave con la quale si vogliono aprire i misteri del presente e del futuro.
Per alcuni “globalizzazione” vuole dire tutto ciò che siamo costretti a fare per ottenere la felicità, per altri, la “globalizzazione” è la causa stessa della nostra infelicità.

Per tutti,comunque, la globalizzazione significa l’ineluttabile destino del mondo.

La globalizzazione tocca la vita quotidiana e il destino di miliardi di individui.
Z. Bauman coglie, con non comune acutezza, come il globale finisca sempre per diventare locale e individuale. Il vero problema dell’attuale stato della nostra civiltà è che abbiamo smesso di farci delle domande. Astenerci dal porre certi problemi è molto più grave di non riuscire a rispondere alle questioni già ufficialmente sul tappeto; mentre porsi domande sbagliate troppo spesso ci impedisce di guardare ai problemi davvero importanti. Il prezzo del silenzio viene pagato con la dura moneta delle umane sofferenze. Nella analisi dentro “La globalizzazione”, Bauman pone diverse questioni che hanno conseguenze sulle persone. Il rapporto tra tempo e classe e i lori effetti sull’interazione di fenomeni come l’aggregazione e la divisione sociale.

Ci accorgiamo, con più chiarezza, del ruolo che il tempo, lo spazio – e i mezzi per affrontarli – hanno giocato nel formare prima, poi nel rendere stabili e flessibili, infine nel far crollare le totalità socio – culturali e politiche. Le guerre spaziali, dalle polis dello spazio fisico allo spazio “interattivo” dei flussi Internet, Web e la nuova tecnologia informatica. Leggi globali e ordini locali.

Un altro grande tema affrontato da Bauman di grande interesse è quello dell’Identità.
Con la “globalizzazione”, l’identità è divenuta una questione scottante. Le biografie diventano puzzle dalle soluzioni difficile e mutevoli. Bauman afferma, partendo dai pezzi di un puzzle, che la biografia può essere paragonata solamente a un puzzle difettoso, in cui mancano alcuni pezzi, non esattamente quantificabili. Potremmo dire che la soluzione dei puzzle che si comprano in negozio è orientata dall’immagine finale, stampata sulla scatola, nota sin dall’inizio.

Nel caso dell’identità non è affatto così: l’intera impresa è orientata ai mezzi. Non parti dall’immagine finale, ma da una certa quantità di pezzi di cui sei già entrato in possesso o che ti sembra valga la parte di possedere. Fai esperimenti con ciò che hai. Il problema non è cosa serve per arrivare al punto che vuoi raggiungere, ma quali sono i punti che puoi raggiungere sulla base delle risorse già in possesso.

Quando la modernità ha sostituito i ceti pre-moderni, che dominavano l’identità in base alla nascita creando pochissime occasioni per porsi la domanda ”chi sono io?”, con le classi, le identità sono diventate compiti che i singoli individui dovevano realizzare attraverso la propria biografia. J. P. Sartre ha usato delle memorabili parole: Per essere borghesi non è sufficiente nascere borghesi, si deve vivere l’intera vita da borghesi.

Definire l’identità come un compito e lo scopo dell’impegno di tutta una vita era automatica a un ceto dell’era pre-moderna, un atto di liberazione: una liberazione dall’inerzia delle strade tradizionali. A seguito della decapitazione della società dei ceti, dove la responsabilità era dalla Società oggi la responsabilità della scelta è sulle spalle dell’individuo. La principale forza motrice dietro questo processo è stata la sempre più rapida “liquefazionedelle strutture e delle istituzioni sociali.

In questo momento stiamo passando dalla fase “solida” alla fase “liquida” della modernità. I fluidi sono chiamati così perché non sono in grado di mantenere a lungo la forma in un contenitore e continuano a cambiare forma sotto l’influenza di ogni minima forza.
In un mondo di modernità liquida la maggioranza degli abitanti non è vive secondo coesione, adesione alle regole, fedeltà a una logica di continuità invece di fluttuare nell’onda dell’opportunità.

Una delle conseguenze di queste trasformazioni è il riemergere del nazionalismo o la resurrezione – revival dello Stato – Nazione. L’altra è l’accordo tra nazione e Stato con sempre meno benefici da offrire in cambio di lealtà richiesta nel nome della solidarietà nazionale.
Un ulteriore tema di Bauman è quella della sfida dell’etica e non la sfida della morale.

La sconfitta della varietà mediante l’ampliamento del campo d’azione e il conseguimento di un preciso potere istituzionale, politico o culturale, può solo condurre a una sostituzione ancor più completa dell’etica alla morale, di un codice dell’io morale, dall’eteronomia all’autonomia. Ciò che la prospettiva post-moderna è riuscita a fare, sgombrando il campo dalle profezie e dell’imminente arrivo del nuovo tipo di universalità basata sul potere, è stato penetrare attraverso lo spesso velo dei miti, fino a raggiungere la condizione morale comune che procede tutti gli effetti diversificanti dell’amministrazione sociale della capacità morale, per non parlare della profonda esigenza di una “universalizzazione” similmente amministrata.

L’unità morale dell’intero genere umano può essere pensata non come prodotto finale della globalizzazione del dominio dei poteri pubblici mediante pretese etiche, ma come orizzonte utopico della decostruzione delle rivendicazioni del tipo “senza di noi il diluvio” degli stati – nazioni in cerca dello stato, delle comunità tradizionali e delle comunità in cerca di una tradizione, delle tribù e neo tribù , così come prospettiva come dei rappresentanti e profeti ufficiali o autonominatisi tali; come prospettiva remota (e, purtroppo, utopica) dell’emancipazione dell’io morale autonomo e della rivendicazione della sua responsabilità morale; come prospettiva dell’io morale posto di fronte, senza che provi la tentazione di fuggire, all’ambivalenza intrinseca e inguaribile che quella responsabilità gli attribuisce e che è già la sua sorte, mentre ancora aspetta di essere riassegnato al suo destino.

Il buio del postmoderno si è snodato lungo un viaggio iniziato con una crisi profonda nella fine delle ideologie, caratteristica della fine degli anni settanta.
Si raggiunge alla globalizzazione, iniziata come espansione economica, come conquista dei mercati mondiali e rivelatosi un potente motore del processo di delocalizzazione del potere, capace di mettere in crisi il già fragile sistema della democrazia rappresentativa. Quella della separazione tra politica e potere al tempo della globalizzazione è infatti una delle più efficaci intuizioni di Bauman. Il quale con la crisi delle ideologie che ha segnato la nascita del postmodernismo, Bauman rivela come il bisogno di stabilità e di sicurezza si traduca in un recupero della spiritualità, “slegata da ogni riferimento temporale”.

Sarà questa la prospettiva che ci segnala Bauman per superare il post moderno? Il futuro è tutto aperto, come la Storia non è finita.

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