di Alberto Benzoni

I predicatori, da che mondo è mondo, si dividono in due grandi categorie. Ci sono quelli di genere profetico: che sulle orme di Cristo o di Marx  percorrono le vie del mondo, rivolgendosi al popolo e chiedendo a quelli che incontrano di lasciare dietro di sé i beni, i pensieri e le abitudini del passato per seguire nuove vie. E ci sono quelli di genere realistico che si rivolgono ai potenti perché utilizzino le ampie risorse di cui dispongono al servizio di un progetto comune.

Inutile sottolineare che, nel corso del tempo- nella sfera religiosa così come in quella politica- il modello realista/mondano tende a prevalere sempre più nettamente su quello profetico. Più facile e, come dire, più redditizio abbracciare l’ordine esistente adattandolo alle proprie esigenze; rischioso, in tutti i sensi, rimetterlo in discussione per ricercare isole che non si sa se esistano o meno.

Inutile dire che il nostro frate appartiene, in tutti i sensi, alla seconda categoria. Il suo slogan è “sicurezza senza avventure”. Ad affollare le sue riunioni politici ansiosi di mantenere o di recuperare il proprio antico ruolo. Il suo prodotto è l'”usato sicuro”: l‘Ulivo nazionale degli anni novanta del secolo scorso (per quello mondiale si prega di ripassare). Il suo uditorio potenziale è la sinistra di governo; anche perché nel suo orizzonte non se ne danno altre.

Personalmente, siamo dell’opinione che alla sinistra italiana ed europea servano i profeti e non i praticanti dell’usato sicuro. Ma nel nostro caso non c’è nemmeno questo; perché il prodotto in vendita è scaduto e quindi inutile se non nocivo

O, per dirla tutta, perché quello che è in vendita o, più esattamente, in offerta non è neanche un prodotto, ma un campo, un’area fabbricabile.
Quella di una volta, quella di Prodi 1 e 2, almeno era destinata ad ospitare la sinistra di governo e andava, nella versione iniziale, da Dini a Bertinotti e, nel remake, da Mastella a  Turigliatto. Salvo franare, nell’un caso e nell’altro. al primo ostacolo, per essere poi reiteratamente rinnegata da Veltroni e poi da Renzi. E per esalare l’ultimo respiro con la ( semi ? ) catastrofe di Italia bene comune.
L’area di oggi è invece, sin dall’inizio, molto più limitata. Nell’ampiezza e nella qualità dei suoi partecipanti. Ma soprattutto nelle prospettive. La rottura consumata a freddo con Si contiene infatti in sé la più totale chiusura nei confronti di una qualsiasi ipotesi di sinistra di opposizione. Mentre la stessa presenza di Renzi, vincente o anche perdente,  sulla scena
politica italiana, è di per sé sufficiente a bloccare qualsiasi disegno ulivista. Un disegno. per tagliare definitivamente la testa al toro, che è comunque escluso dalla forza dei numeri. Oggi e sommando impropriamente tutte le forze che si collocano nell’area che va da Renzi a Si non si va oltre ad un terzo delle intenzioni di voto; che cosa potrebbe sperare di ottenere, allora, la combinazione tra singoli pezzi di questo schieramento ?
A questo punto, però, il nostro amabile profeta potrebbe ribattere ad ogni nostra contestazione ricorrendo alla inattaccabile tesi di Catalano; “meglio essere uniti che divisi “.
Tesi che peraltro non si applica nel nostro caso. Perché nel nostro caso la divisione/ricomposizione delle sinistre di governo e del movimento socialista è nell’ordine naturale delle cose. Mentre i tentativi di rimettere comunque insieme i vari cocci come se nulla fosse successo sono, essi sì, esercizi di politicismo che non hanno nulla a che fare con il mondo reale.


Nel mondo reale il discrimine è chiaro. E la spaccatura è in corso, in varie forme, in quasi tutti i paesi d’Europa. Da una parte coloro che intendono mantenere ferma la linea perseguita lungo questi ultimi vent’anni, anche al costo di recidere completamente i legami con il socialismo e con il suo popolo. Dall’altra coloro che, a partire da una critica radicale del liberismo e dell’europeismo subalterno, intendono recuperare questi legami, al prezzo di una più o meno lunga traversata nel deserto in un mondo pieno di ingiustizie e di pericoli.
O di qua o di là. O rinnegare definitivamente la propria ragione sociale o ricostruirla faticosamente sin dalle fondamenta. Scegliere sarà inevitabile. Ma la scelta è dolorosa e fa spavento; soprattutto a quelli che, a sinistra, vorrebbero conciliare l’impegno intermittente per la causa con la partecipazione quotidiana al potere.
Questo il popolo di Pisapia. Quelli che fuggono da Si per il puro terrore di dover “perdere il posto”. O che sono usciti dal Pd per rientrarvi. O che pensano che il confronto con Renzi sia comunque comunque componibile. O che vedono il voto del 4 dicembre come un episodio da dimenticare al più presto.
La loro parola d’ordine collettiva è “tutto si può e si deve sistemare”. La loro password è “Ulivo”. Il loro sogno individuale è “sistemazione”.
Umanamente una roba comprensibile. Nella politica reale, una cosa che non sta né in cielo né in terra.

 

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