di Ferdinando Pastore

I funerali del sedicenne suicida per droga

Ha fatto molto scalpore, negli ultimi giorni, il suicidio di un ragazzo di 15 anni durante una perquisizione della Guardia di Finanza. La perquisizione, organizzata dalla madre adottiva, preoccupata dallo scarso rendimento scolastico del giovane, ha avuto come risultato, oltre alla morte del giovane, il  ritrovamento di dieci grammi di droga, hashish per la precisione.

Nel nostro Paese il suicidio risulta essere la seconda causa di morte tra i ragazzi dai 15 ai 25 anni, subito dopo gli incidenti stradali. Si parla di 1000-1500 tentativi di suicidio all’anno, ma il dato è probabilmente sottostimato in quanto molti casi vengono “occultati” dalle famiglie. “non si conoscono i numeri precisi”, ha premesso lo psicologo Gustavo Pietropolli Charmet, uno dei principali conoscitori di adolescenti a livello mondiale, “ed i casi noti sono probabilmente risibili rispetto alla realtà in quanto molti episodi vengono tenuti nascosti a causa dell’alone di vergogna che li circonda”.

Nei numerosi dibattiti che si sono susseguiti a seguito dell’evento nei quali si sono espressi psicologi, educatori, giornalisti di costume, blogger e umanità varia, la grande assente è stata la società. Oggi, in nessun ambito, è possibile far riferimento ad essa, come se, il solo evocarla, comportasse una giustificazione, un alibi per l’uomo che non ha saputo cogliere le mirabolanti opportunità offerte dalla concorrenza spietata dei nostri tempi. Ma se pensiamo alla natura del neo-capitalismo, alla sua ideologia, così persuasiva e invasiva, non si possono non cogliere gli aspetti più cinici che investono l’essere umano e il suo essere in condizioni di continuo sfruttamento.

Le nuove pressioni sociali, imposte dalla comunicazione globale, impongono tenacia e fatica per arrivare alla costruzione dei propri sogni, delineano un’esistenza priva di solidarietà e sicurezze, portano a considerare il lavoro come un fallimento personale, quando esso non è arricchito dalla voglia di essere ottimisti e propositivi, relegano il problema della disoccupazione nella sfera psicologica e configurano l’idea di un essere umano che non può arrendersi, che deve accettare i rischi d’impresa, che si deve continuamente rinnovare per stare al passo con i tempi, insomma trasforma la vita umana in una lotta per la sopravvivenza secondo le logiche del mercato. A chi perde non resta che lo stigma del fallimento.

Il rifugio che offre il neo-capitalismo si trova in una dimensione puramente edonistica, nella quale si esalta il soggetto, il quale, però, non è più in grado di organizzarsi politicamente; lo si priva di legami sociali, identità, senso della comunità. La tanto decantata modernità considera le certezze, gli aspetti solidi dell’esistenza come vecchi retaggi novecenteschi, riduce il tempo e lo spazio che diventano elementi costitutivi del sistema di dominio della nuova aristocrazia globale, la sola che possiede i mezzi per annientare le distanze. Chi non ha gli strumenti adatti per coprire quelle distanze, può solo aspirare alla condizione aristocratica, quella che concede il prestigio, ma ne incorpora solo i contorni estetici, in una condizione di continua dipendenza dai diktat imposti dal capitale, che superano il mero rapporto produttivo.

L’emarginazione sociale è da addebitare al singolo che, nell’odierno contesto darwiniano, si scopre molle e improduttivo. Tutti i disagi vengono psicologizzati e ricondotti alla colpa. La colpa di non lavorare, di non essere efficienti, di non primeggiare, di vivere ai margini nei quartieri periferici, dove la nuova plebe è addomesticata dai segni del consumo ed è sopraffatta da quello che si ritiene un destino ineluttabile.

Nei nostri anni in cui tutto ciò che era configurabile come duraturo è stato smembrato: il lavoro, la casa, il territorio sono stati resi elementi flessibili e momentanei. Per chi subisce la precarietà esistenziale, la droga e lo sballo hanno riassunto un valore di emancipazione, di rifugio nel consumo. In Grecia, per fare un esempio, nel solo 2016 le vendite nei supermercati sono calate dell’8,9%, mentre sono in aumento il consumo di eroina e psicofarmaci.

Dal 1968 la droga acquisì quel significato, individualista e nichilista e attraverso di essa si realizzò l’addomesticamento dei giovani ai voleri del capitale. Il nuovo oggetto di mercato era la gioventù. La stessa gioventù che allora, in nome dell’esaltazione di sé, elogiava la vita d’artista e ricercava la rottura del patto sociale per soddisfare esigenze individuali e non più politiche. I giovani avevano il compito storico di abbattere tutte le strutture che imponevano valori non congeniali alla completa mercificazione dell’esistenza: lo Stato, le ideologie, la famiglia, la religione, la scuola.

Con il nuovo relativismo morale e culturale post-sessantottino, tutto ciò che si poneva in contrasto con la libertà del singolo di trovare se stesso è stato etichettato come conservatorismo e le autorità, che proteggevano il singolo in una dimensione comunitaria, sono state derubricate ad anti-progressiste. Così come lo Stato ha abdicato alla propria legittimazione per donarla all’economia, la famiglia si è ridotta a nucleo anomico.

La famiglia non concepisce più divieti e non li caratterizza con la dovuta fermezza, essi diventano vuoti e privi di contenuto. Chi dovrebbe porli, i genitori, a loro volta figli di quella stagione che uccise il significato di autorità, non ne riconoscono, oggi, l’autenticità. Non si immaginano come tali e tramandano regole che diventano di maniera, alle quali non credono: essi stessi, impegnati nel sistema competitivo, si consolano in una dimensione puramente edonistica, alla ricerca della sola ricompensa possibile, l’autogratificazione.

La disgregazione del sistema educativo che sapeva porre divieti è ben descritta da Richard Sennett, quando lega questa perdita all’immissione di una sorta di cultura aziendale all’interno del rapporto genitori/figli, cultura che oggi è attenta alla ricerca di una felicità acritica da parte del lavoratore, immerso nei lavori di gruppo, dove i manager spingono i lavoratori a collaborare in senso ottimistico per affievolire malumori sociali e deprimere sentimenti di solidarietà tra gli stessi che portavano alla capacità di organizzarsi in difesa di diritti collettivi.

Il sociologo americano riporta la conversazione avuta con un manager, il quale descrive questa situazione: “Se praticato in casa il lavoro di squadra è distruttivo e indica un’assenza di autorità e di guida salda per i figliuoli. Lui e la moglie hanno visto troppi genitori che hanno parlato per giorni di qualunque faccenda di famiglia, soffocando i figli di discorsi, per paura di dire di no; genitori che ascoltano troppo bene e che comprendono meraviglie invece di fissare delle norme; e hanno visto come risultati troppi ragazzi disorientati”

Tutti i rapporti dialettici che presupponevano uno scontro con l’autorità sono nascosti del neo-capitalismo che relega questa funzione al mercato e alla sua mistificante permissività. Lo Stato è sostituito dai mercati, il padrone è sostituito dal potere senza volto dei manager e l’autorità genitoriale è sostituita dai mezzi di comunicazione che impongono l’osservanza agli imperativi, omogeneizzanti, competitivi e ludici, dettati dal consumismo. Per chi non sopporta il sistema senza protezioni non resta che l’apposizione dello stigma che scolpisce indelebilmente il fallimento personale, che nel caso di specie è demandato alla perquisizione della Guardia di Finanza, in un contesto nel quale la colpa del fallito e la de-responsabilizzazione delle autorità sono tratti caratteristici della nostra società.

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