Cosmopolitismo e socialismo: Lo Straniero di Agim Sulay

di Alberto Benzoni

Cosmopolitismo e socialismo: Lo Straniero di Agim Sulay

Agim Sulay, “Lo Straniero”

 

La parola “cosmopolitismo” evoca, quasi automaticamente, figure e avventure individuali. La Achmatova e i fulmini di Zdanov. L’esule sradicato sradicato e nostalgico come Roth o Zweig. L’intellettuale ebreo come la Arendt o l’anarchico di “Addio Lugano bella“: o ancor più, le tante persone esuli nel loro stesso paese, per costrizione o emarginazione.

La caduta del Muro di Berlino momento di avvio della globalizzazione

Quello di cui intendiamo discutere qui è, invece, tutt’altra cosa. E’, diciamo, un sentire comune proprio delle èlites liberal socialiste e democratiche, al di qua e al di là dell’Atlantico. Ed è, più propriamente, una scommessa sul futuro, non solo proprio ma dell’umanità intera che domina la scena per circa un quarto di secolo a partire da un evento fondante- la caduta del muro di Berlino– sino a franare urtandosi con il principio di realtà; e, curiosamente, nello stesso giorno dell’anno, quello dell’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti.; 9 novembre 1989, 9 novembre 2016.
Di cosa si tratta ? Abbiamo parlato di un “comune sentire“. Di un qualcosa che precede l’adesione ad uno specifico progetto politico-ideologico. E, al limite, anche l’identificazione con un determinato tipo di società. L’una e l’altra verranno dopo e lungo percorsi perversi e non previsti. Qui siamo in un universo valoriale, proprio della “borghesia liberal”occidentale“, in cui si mescolano cibi genuini e matrimoni gay, culto del nuovo e centralità del privato, umanitarismo “tous azimuts” e orrore per il conflitto e la violenza, moltiplicazione dei diritti individuali e indifferenza a quelli collettivi; il tutto cementato e ricondotto a unità dal  valore assolutamente preminente della libertà rispetto alla giustizia. E, per completare il quadro, da una visione del mondo in cui questo sistema di valori era destinato ad affermarsi irresistibilmente.

l'elezione di Trump distrugge la visione del mondo cosmopolita

All’inizio della nostra breve descrizione, i cibi genuini. Il “mondo buono“della pubblicità del Mulino bianco. Un piccolo edificio in mezzo ad una verde campagna; e Antonio Banderas, artigiano felice di biscotti sempre più buoni con la sua collaboratrice e la gallina come giudici di seconda istanza.
Un inganno consapevole a coprire le malefatte delle multinazionali ecc.ecc. ? No; piuttosto un auto inganno, una falsa coscienza, l’Arcadia. Una visione del mondo basta sulla totale negazione del principio di realtà.
Nell’Arcadia delle èlites non c’è spazio per il “vecchio” per stati nazionali”, conflitti, volgari interessi materiali, disdicevoli passioni, fanatismi religiosi, scontri sociali: un mondo destinato ad essere superato e che perciò ci si rifiuta non solo di capire ma anche di vedere. Così come insegna un “politicamente corretto”diventato, nel corso del tempo, una seconda natura.
Non appartiene a questa breve riflessione l’analisi e/o  la riproposizione delle vicende di questo quarto di secolo. Basterà ricordare che i suoi esiti sono stati esattamente opposti a quelli preconizzati dai “cosmopoliti“: lungi dal rafforzare l’egemonia dell’occidente e del suo stato-guida, si registra, e in tutti i campi, uno spostamento dei rapporti di forza a vantaggio dei paesi emergenti e dei tradizionali antagonisti di Washington; lungi dal promuovere lo sviluppo planetario delle democrazie liberali, vediamo il consolidamento dei modelli con questi più o meno fortemente contrastanti; lungi dal promuovere il superamento, in un armonioso ordine europeo e mondiale, degli stati nazionali, assistiamo al loro rifiorire come unico punto di riferimento nel generale disordine internazionale; lungi, infine, dal coronare il modello europeo di democrazia liberale e stato sociale, vediamo, oggi, ambedue sotto attacco e a serio rischio di sopravvivenza.

La sconfitta della globalizzazione cosmopolita e neoliberista: l'ascesa dei Brics

Un altro colpo alle ricorrenti illusioni sulle “magnifiche sorti e progressive“, il cosmopolitismo  è stato sconfitto, non da una visione dell’ordine internazionale più avanzata della sua ma da fattori oggettivi. Il ventunesimo secolo non è il ventesimo meno i totalitarismi e i “particolarismi” ma piuttosto il ritorno al diciannovesimo senza il concerto delle nazioni e senza le sue ideologie e le sue illusioni.
Ed è allora in questo quadro che i socialisti devono rispondere ad un quesito ed affrontare  un problema del tutto nuovo. Detto in parole povere: “perchè abbiamo adottato, senza se e senza ma, il nuovo Verbo sino a farcene i più entusiasti sostenitori “?
E, ancora, “come ripartire e con quale messaggio in un mondo gravido di pericoli e in cui stentiamo a trovare un punto di riferimento e, ciò che più conta, ad esserlo” ?

Perchè siamo diventati cosmopoliti?

I leader del socialismo mediterraneo

Sul primo punto, la risposta è semplice: “siamo diventati cosmopoliti perchè non potevamo diventare altro“.
E non potevano fare altro perchè avevamo subito nel corso degli anni otttanta una serie di sconfitte strategiche: in Italia, la marcia dei quarantamila e la sonfitta nel referendum sulla scala mobile; in Francia il ripiegamento  di un settennato aperto all’insegna del “cambiamento della vita” nei binari della più stretta ortodossia economico-finanziaria; in Gran Bretagna la sconfitta del vecchio laburismo classista e pacifista sull’onda della guerra delle Falkland; in Germania il tramonto del grande progetto internazionale e internazionalista della socialdemocrazia tedesca e di quelle scandinave, dopo la caduta del muro di Berlino..
Era molto di più di una battuta d’arresto. Era la rimessa in discussione di tutti, dico tutti, i principi ispiratori della socialdemocrazia: la classe operaia come “classe generale”, il ruolo dello stato nazionale e della finanza pubblica come motore inesauribile dello sviluppo e dell’uguaglianza, l’internazionalismo pacifista come base di un nuovo ordine mondiale. Un quadro cui la stessa caduta del muro di Berlino non faceva che aggiungere un ultimo e fondamentale tassello: la fine dell’orizzonte ultimo, non solo del comunismo, ma anche della socialdemocrazia.

Palme, Kreisky, Brandt: socialismo, distensione e terzo mondo

Olof Palme, Bruno Kreisky, Willy Brandt

A quel punto sarebbe stato bene elaborare il lutto. Mantenendo fermi obbiettivi e ragion d’essere del socialismo europeo ma, allo stesso tempo, aggiornandone strumenti e orizzonti. Un aggiornamento, però, che non era alla nostra portata: per una serie di ragioni che non è il caso di elencare qui.
Molto meglio metabolizzarlo. Così da trasformare una grave sconfitta in una nuova e definitiva vittoria. Per questo, l’Arcadia cosmopolita era il luogo ideale. Era il mercato senza il capitalismo. La società più giusta senza il conflitto e la lotta tra le classi. L’Europa economica senza la politica. L’internazionalismo senza, e, all’occorrenza, contro gli stati nazionali. Il nuovo ordine mondiale, senza gli Stati Uniti in carne ed ossa. E via discorrendo. ( Per gli ex comunisti c’era, infine, una variante sostitutiva: l’Europa, la Nato e soprattutto gli Stati Uniti al posto dell’Urss…).
Di questa Arcadia i socialisti e i democratici ( col tempo la distinzione diventerà sempre più evanescente) si sentono i protagonisti. Sulla base di una curiosa divisione di compiti: agli altri- capitalismo finanziario, Bruxelles, Berlino, Nato, Stati Uniti- tracciare le vie del nuovo ordine europeo e mondiale- a loro amministrarne i frutti sul piano interno.

In realtà ne saranno le principali vittime. Lungo il percorso, perchè le scelte fatte o più esattamente subite, si risolveranno a danno della sovranità democratica degli stati e degli interessi dei ceti popolari. Nella nuova epoca dei torbidi aperta dall’elezione di Trump, segnata dal contrasto tra cosmopolitismo e populismo perchè si tratta di un terreno estraneo alla nostra visione del mondo e in cui non riusciamo ancora una adeguata collocazione.
Uno degli effetti collaterali del cosmopolitismo è stata la scomparsa, anzi l’eutanasia dell’internazionalismo.

L’Internazionale socialista si è ridicolmente suicidata il giorno in cui ha assistito impassibile all’assassinio politico del suo capo, il greco Papandreu, colpevole di voler sottoporre  a referendum l’ultimatum del duo Merkel/Sarkozy; un suicidio di cui non si è accorto nessuno.

Il Pse è un simulacro. In quanto ai socialisti cosmopoliti che si annidano nelle istituzioni europee, questi sono i più zelanti servitori dell’ordoliberalismo: fu Van Miert a siglare con Andreatta l’accordo che portò alla liquidazione dell’Iri;  il francese Moscovici è in prima linea nel sostenere il rispetto rigoroso dei parametri di Maastricht.
Per ripartire bisognerà dunque ricostruire dalle fondamenta. E cioè dalla nazione come comunità di uomini liberi. E dallo stato come garante delle regole e dei diritti su cui si fonda la convivenza civile e come luogo deputato dell’esercizio della democrazia.
Ripartire dalla nazione. Ma per guardare oltre. Per capire sino in fondo che ad essere sotto schiaffo nell’era dei torbidi non è solo l’Europa flaccida di Bruxelles e della moneta unica, ma un modello sociale e politico e un’area di pace e di libertà che abbiamo contribuito più di qualunque altro a costruire nel corso di decenni. E, allora, il nostro inter-nazionalismo deve essere, in primo luogo, un nazionalismo europeo.

La faccenda non è istituzionale. Ma politica. Non si tratta di costruire nuclei duri, cooperazioni rafforzate o di proporre, magari rispettando le relative procedure, ipotetiche e utopiche revisioni di trattare. Costruendo, nel caso di un più che probabile fallimento, un altrettanto utopico “fai da te”. Si tratta di costruire, con chi ci sta, progetti di Europa comuni, nei regimi interni ( politica fiscale e sociale) ma anche e soprattutto nella promozione di politiche esterne comuni: migrazioni, politica estera, meccanismi di protezione economica, promozione della pace ( in particolare nei rapporti con la Russia e con il recupero di una presenza europea in Medio oriente), difesa.
Questo significa ripartire da zero. Percorrere nuove strade e con compagni di viaggio la cui disponibilità è tutta da scoprire.. Riscoprire il valore di solidarietà e di azioni comuni da tempo scomparse dal nostro orizzonte.

L’alternativa è però la morte. Che non sarà però il sonno cosmopolita che ci ha condotto all’irrilevanza. Ma la distruzione dolorosa  del socialismo, della democrazia e della stessa Europa.

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