Dopo Trump la Cina va a Davos

di Alberto Benzoni

Si sta chiudendo un’epoca.

Quella dominata dal cosmopolitismo. O, se preferite, dal pensiero unico. Insomma di una visione del mondo, nata nel mondo anglosassone e via via estesa, a partire dall’Europa a molte èlites del mondo sviluppato.
Il suo ciclo di fulgore e di declino è durato esattamente ventisette anni: dalla caduta del muro di Berlino, 9 novembre 1989, sino alla elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, 9 novembre 2016.
Un perodo breve. Come erano stati brevi i periodi di fulgore degli internazionalismi delle élites dominanti: l’Europa dei due/tre decenni precedenti la Rivoluzione francese.e quelli della “Belle époque” antecedenti la prima guerra mondiale. Come sono brevi i periodi in cui i ceti dominanti (uso l’espressione nel senso più neutro possibile) possono permettersi il ricorso alla falsa coscienza, e cioè la gradevole e miracolosa coincidenza tra ideali e interessi.

Naturalmente, tra il cosmopolitismo di oggi e quello dei secoli scorsi rimane una sostanziale differenza. Nel Settecento, ad interagire a distanza erano ristretti gruppi di nobili e di intellettuali, in cui il riferimento alla civiltà francese non coincideva con l’adesione ad una particolare politica di potenza. Alla fine dell’Ottocento, il liberal-liberismo vedeva nell’Inghilterra un suo naturale punto di riferimento; ma quella stessa Inghilterra, almeno in Europa, era un semplice garante di un apice basato sugli equilibri tra le diverse potenze. Il cosmopolitismo dei nostri tempi fa tutt’uno, invece, con l’aspirazione di Washington a costruire un mondo a sua immagine e somiglianza, di cui sia ad un tempo legislatore, giudice e poliziotto.
Questo per dire che la falsa coscienza, con la sua naturale inclinazione a ignorare e, se nel caso, a colpire con ogni mezzo tutto ciò che la contraddice e la contrasta rappresenta, oggi, un problema, un pericolo di prima grandezza.
I compagni parlano, a questo riguardo, di “ordoliberismo“; nel lodevole intento di evocare, a contrasto, il cavaliere bianco o il settimo cavalleggeri del socialismo. Ma le cose, purtroppo per noi, sono un tantino più complesse.
Primo perchè l’immaginario collettivo del cosmopolita non propone il liberismo in alternativa al protezionismo. Ma lo dà per scontato. Perchè dà per scontato e non negoziabile il mercatismo, la fine della Storia con la definitiva affermazione dell’ economia sulla politica, della razionalità che porta all’unica soluzione corretta sul conflitto tra diverse opzioni possibili e, infine, delle ragioni dei promotori dell’ordine mondiale sulle pretese antiquate di chi lo contesta, in tutto o in parte.

E allora, a partire da questi presupposti che, sfumate le illusioni del 1989, l’ordomercatismo si trova di fronte a due nemici o meglio a due ostacoli da abbattere. Da una parte, la resistenza degli stati che, pensa un pò, non accettano di uniformare la loro politica estera e, soprattutto, interna ai suoi dettami. In nome del  principio di sovranità. Dall’altra, i popoli, in particolare quelli del mondo avanzato, i quali, pensa un pò, non accettano di pagare i prezzi delle sue ricette economiche e lo manifestano, quando possono, utilizzando l’unico strumento rimasto a loro disposizione. il suffragio universale. In nome della democrazia.
In questo inizio di secolo la contraddizione dominante è dunque quella tra ordomercatismo, principio di sovranità e democrazia. E, all’interno dei singoli stati, tra popolo ed élites o, detto in modo diverso, tra “basso e alto”.

Come si vede, manca improvvisamente all’appuntamento, almeno a livello delle soggettività collettive, il contrasto socialismo/capitalismo, lavoratori/padroni. Perchè i secondi hanno raggiunto l’obbiettivo cui puntavano da sempre: liberarsi dalla presenza dei primi. E perchè le élites dei socialisti di governo sono state anch’essa abbacinate dal cosmopolitismo.
Le grandi imprese “irresponsabili” (come le definiva Luciano Gallino), se vivono con alterne fortune la loro lotta per  liberarsi dai “lacci e lacciuoli” delle leggi e dei regolamenti, vedono possibile e praticabile il sogno di emanciparsi, in senso strutturale ma anche fisico dal loro vecchio antagonista.

Il capitale cosmopolita, in altre parole, non è solo l’allentamento dei legami tra profitto e produzione e tra produzione e occupazione;  ma è anche, forse per la prima volta nella storia, il fatto che il “popolo”, quello in carne e ossa, esca dal campo visivo delle sue classi dirigenti. E non solo perchè queste operano in spazi nuovi  non contendibili dalle loro tradizionali controparti (tuttora chiuse in orizzonti nazionali o locali); ma anche perchè l'”alto”, anche a questi livelli, è sempre meno a contatto “fisico” con il “basso“: diversi quartieri, diversi mezzi di trasporto, diverse scuole, diversi ospedali, perdita dei vincoli comuni, che si tratti del pagamento delle tasse o del servizio militare e così via. In questo senso, l’uso del termine “populismo” ricorda un poco il “comunismo” incubo dei possidenti dell’Ottocento. E’ la sintesi spregiativa di angosce e pregiudizi nei confronti di un’umanità che non si vuole comprendere perchè non la si conosce.

Per altro verso l’ordomercatismo non ha nulla da temere dai socialisti di governo. Perchè questi hanno da tempo, deposto le armi della critica: che si tratti delle politiche liberiste o di un europeismo senza se e senza ma, delle pratiche dell’interventismo democratico o della sottovalutazione pregiudiziale del ruolo degli stati nazionali. Sino a diventare i campioni più autentici di quel cosmopolitismo occidentalista di cui stiamo oggi verificando la crisi.

Per entrare in questo universo non occorrevano conversioni drammatiche o (a seconda dei punti di vista) vergognosi tradimenti né, al limite, erano necessari analisi approfondite della realtà esistente: bastava chiudere gli occhi e lasciarsi cullare dall’illusione di essere diventati, come socialisti democratici europei, il luogo deputato del nuovo che avanzava: l’ordine e con esso, il principio di responsabilità al posto del disordine e del conflitto, l’Europa al posto degli egoismi nazionali, gli interessi generali al posto dei particolarismi, l’Occidente come faro per l’affermazione dei principi della democrazia liberale al posto dei fanatismi religiosi, delle chiusure ideologiche e edegli arroccamenti nazionalisti e identitari. Che, poi, l’affermazione del nuovo avvenisse all’insegna di un nuovo e indiscusso stato guida, gli Stati Uniti, di Clinton e di Obama, non poteva che rassicurare ulteriormente sulla bontà del progetto e sulla sua capacità di affermazione.Un disegno generoso e avanzato. Oggi, come domani, senza possibili rivali come modello di base per la costruzione di un qualsivoglia ordine internazionale. Ma, nel contempo un disegno sconfitto dal principio di realtà.
Non era pensabile, infatti, che l’America potesse associare le altre potenze nella costruzione di un ordine internazionale costruito a misura non solo dei suoi disegni egemonici ma anche della sua visione del mondo.

Nè che la libera circolazione delle merci e delle persone potesse procedere oltre, quando le sue vittime designate erano rappresentate dalla maggioranza della popolazione nel mondo avanzato. Nè che venisse decretata d’autorità il definitivo superamento degli stati sovrani in assenza di qualsiasi spazio di sovranità loro superiore. Nè che venisse rimesso in discussione la dimensione della politica e il ruolo del conflitto in nome di non si sa quale razionalità superiore, fino a sognare segretamente, la rimessa in discussione dello stesso suffragio universale.

Qui non siamo di fronte a questioni ideologiche. Questa è roba di carne e di sangue. Questa è roba nostra: perchè lo stato sovrano e il suffragio universale sono l’essenza del mondo che l’Occidente ha costruito nel corso di secoli.
Occorrerà, dunque, fermarsi e riflettere. Senza corteggiare le ideologie nazional-populiste. Ma anche senza chiudersi a difesa, come i cosmopoliti stanno facendo, contro l’emergere dei nuovi barbari: perchè questi nuovi barbari non sono relitti marginali destinati a sparire e non vengono fuori dalle foreste africane ma dal cuore delle nostre città. E perchè il loro alfiere non è un fanatico o un tribuno da strapazzo ma il presidente degli Stati Uniti.

Fermarsi e riflettere significa rendersi conto che non ci può essere nessun ritorno all’indietro. La globalizzazione andrà avanti anche se in modo diverso: come è testimoniato, per inciso, dalla presenza del presidente cinese come ospite d’onore a Davos. E, ancora, nel conflitto oggi aperto tra ordomercatismo e sovranità non si possono dare dei “vincitori”: sul sovranismo nazionalista non si costruisce alcun tipo di ordine internazionale; ma, nel contempo,la sovranità dello stato democratico continuerà a rappresentare un elemento essenziale di qualsiasi tipo di ordine internazionale.

Stanno maturando, allora, i tempi di un nuovo grande compromesso: oggi con e tra le nazioni, secondo le vecchie regole del realismo kissingeriano. Ed è compito dei socialisti fare quel tanto (o quel poco…) che è in loro potere, soprattutto a livello europeo, per favorirne il processo.
Ne va del nostro futuro: perchè è solo all’interno di un ragionevole “concerto internazionale” (unica alternativa al proliferare di guerre condotte con gli strumenti della politica…) che si potrà riproporre e al più alto livello il confronto tra capitale e lavoro.

Ma ne va anche del nostro presente: perchè se è impensabile unire la nostra voce al coro dei populisti identitari (una ipotesi che, però, non pare sia all’ordine del giorno) la nostra permanenza nel fronte del cosmopolitismo ordomercatista (all’insegna delle larghe intese che ci vengono richieste e in modo sempre più pressante) sarebbe, per noi, un vero e proprio suicidio politico.

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