Risorgimento Socialista sinistra no euro

Pubblichiamo, come contributo alla discussione, l’indirizzo di saluto che Risorgimento Socialista ha inviato lo scorso settembre 2016 al convegno internazionale di Chianciano organizzato dal Coordinamento Nazionale della Sinistra contro l’Euro

Il messaggio di saluto del movimento politico Risorgimento Socialista ai partecipanti al convegno di Chianciano Forum Internazionale No Euro

Risorgimento Socialista sinistra no euro

E’ sentito e doveroso, da parte di Risorgimento Socialista, rivolgere un saluto di incoraggiamento ai promotori ed a tutti i partecipanti al grande convegno internazionale che si terrà a Chianciano Terme dal 16 al 18 settembre prossimi.

Ancorchè con un certo colpevole ritardo con la storia, finalmente per le sinistre del nostro continente è divenuto centrale affrontare il problema politico su come sia stato possibile per le democrazie occidentali, in nome dell’Unione Europea e dell’euro (ossia delle strutture che, nell’attuale fase storica, sorreggono i processi di trasformazione del sistema capitalistico secondo i paradigmi dell’ideologia neo-liberista), compiere così tanti passi indietro sia dal punto di vista del corretto funzionamento democratico che da quello delle conquiste sociali realizzatesi nel corso del secondo dopoguerra.

Anche all’interno del nostro movimento politico, Risorgimento Socialista, che nell’attuale panorama nazionale intende rappresentare la tradizionale cultura politica della componente di sinistra del socialismo italiano, si sta svolgendo negli ultimi tempi un intenso dibattito attorno a tali grandi questioni, provando a vincere quella atavica resistenza che per troppo tempo ha condizionato le organizzazioni di sinistra, impedendo loro di affrontare di petto i nodi politici che sono alla base delle attuali misure di austerità imposte dagli organi della U.E. a tutti i popoli europei.

Pur essendo puerile identificare nell’euro l’unico nemico politico da abbattere per provare a contrastare il dominio assoluto dell’economia finanziaria e globale, è tuttavia indubbio che al giorno d’oggi, essendo decisiva la necessità di porre al centro della discussione le contraddizioni politiche e sociali che hanno accompagnato il processo storico di costruzione dell’Unione Europea, è nient’affatto fuorviante avviare una critica profonda ai meccanismi del principale strumento di condizionamento della U.E. nei confronti degli Stati sovrani, per l’appunto la moneta unica.

Non dovrebbe essere difficile scorgere due direzioni fondamentali nell’edificazione della U.E. che rappresentano il collante ideologico per la libera circolazione dei capitali, il vero obiettivo perseguito dalle strutture sovranazionali sin dalla loro nascita.

La prima di queste direzioni è data dallo svuotamento delle democrazie costituzionali così come si svilupparono dal secondo dopoguerra in poi.

La seconda di esse è identificabile in un processo inarrestabile di erosione dei diritti sociali delle persone che in tanti credevamo consolidati ad aeternum e soprattutto con la precarizzazione della gran parte dei rapporti di lavoro e con lo smantellamento dello stato sociale novecentesco (scuola pubblica, previdenza sociale, sanità).

Il primo di questi due temi, ossia lo svuotamento delle sovranità nazionali, è tra i più delicati da affrontare a sinistra, poiché riporta subito alla questione nazionale e può troppo facilmente indurre a improprie strumentalizzazioni ed equivoci sul presunto pericolo di un ritorno ai “biechi nazionalismi”.

In realtà, nel dibattito da affrontare a sinistra, occorre affermare con forza che ciò che si è voluto abbattere con l’edificazione delle strutture sovranazionali della U.E. è proprio il costituzionalismo moderno che ha condizionato in senso sociale le politiche degli Stati nazionali dal secondo dopoguerra fino agli inizi degli anni 90.

E’ proprio nel dopoguerra che le classi dirigenti dei paesi europei, avendo ben presenti le origini storiche dell’avvento del fascismo internazionale, che risiedevano proprio nell’eccesso di liberismo economico che era stato il tratto caratteristico dei primi decenni del “secolo breve”, decisero di edificare i nuovi Stati democratici europei ponendo al centro del sistema le moderne carte costituzionali come la nostra Magna Carta del 1948, nella quale spicca l’articolo 3, scritto e ispirato dal socialista Lelio Basso e che fissa il dovere dello Stato di facilitare il transito dei cittadini da un principio di eguaglianza meramente formale ad un’eguaglianza intesa in senso materiale e sostanziale.

Le carte costituzionali scritte nel secondo dopoguerra, a differenza del sistema liberale – che attraverso il normativismo astratto li nascondeva – e dei sistemi totalitari – che attraverso il corporativismo li opprimevano – ponevano come elemento fondante della legittimazione politica “il conflitto” e la dialettica politica, attribuendo in tutto ciò una specifica funzione di mediazione ai partiti ideologici e di massa.

La decisione politica, quindi, era ritenuta frutto delle contraddizioni reali della società e lo Stato, attraverso la legittimazione costituzionale, si poneva come soggetto garante del conflitto tra capitale e lavoro. In tale contesto, la lotta di classe trovava dunque la propria fondatezza giuridica e le politiche nazionali non potevano fare a meno del riconoscimento del conflitto, visto che le Costituzioni ne tutelavano l’esistenza legando in maniera indissolubile l’azione politica alla sovranità popolare.

Con questa impostazione, le nazioni europee del dopoguerra costruirono il cosiddetto “modello sociale europeo”, tratto distintivo e davvero unico nel panorama mondiale, nel quale invece il capitalismo finanziario, attraverso la spinta delle grandi società trans-nazionali, iniziava a imporsi come sistema radicalmente contrapposto a quello delle sovranità popolari e degli Stati nazionali, così come denunciato in un celebre discorso del compianto Salvador Allende dinanzi all’assemblea generale delle nazioni Unite nel lontano 1972.

Con la rivoluzione neo-liberista degli anni ‘80 e con la caduta del blocco del socialismo reale, l’attacco agli Stati costituzionali non ha trovato più ostacoli e ciò che era stato prospettato dalle Costituzioni moderne, ossia il legame tra Stato e società con la partecipazione dei corpi intermedi, è stato progressivamente spazzato via per essere sostituito da un unico legame che legittima oggi la decisione, ossia l’appartenenza a quel modello economico che appare come l’unico apparentemente possibile, quello del capitalismo liberista.

Ciò che è stato programmato dall’ideologia neo-liberista attualmente dominante è dunque una trasformazione della vecchia forma di società in cui le contraddizioni di classe erano visibili in un unico modello uniformante nel quale l’oggetto dell’azione politica è solo l’individuo, che è stato progressivamente trasformato in soggetto passivo e consumatore, isolato e slegato dalla comunità di appartenenza, alla continua ricerca della libertà individuale sempre indirizzata da un sistema di sollecitazioni che lo spingono verso “falsi bisogni”.

Ma la contraddizione in termini di questa nuova costruzione risiede nel fatto che chi non può godere degli spazi illimitati di libertà individuale, oggi presentati come modello esistenziale e senza confini, rimane inchiodato al territorio senza che esso possa più rappresentare un luogo di azione politica, dato che gli strumenti di rappresentanza democratica sono stati completamente svuotati di potere e di significato.

L’edificazione della U.E. è stata dunque contraddistinta, da sempre, dall’affermazione di questo modello che si può definire ordo-liberista e che elimina la dialettica politica per rendere, appunto, ogni decisione tecnica, apparentemente neutra, sempre giustificata dalla necessità (le riforme sono appunto definite “necessarie”), che – guarda caso – è sempre identificabile come necessità economica imposta dai nuovi sacerdoti del mercato, i tecnici di Bruxelles.

Il carattere ineluttabile ed indiscutibile della decisione politica nel sistema delle concessioni di sovranità all’Unione Europea è suffragato dal funzionamento della moneta unica, che è il mezzo attraverso cui il capitalismo neo-liberista ha progressivamente raggiunto il secondo obiettivo, quello della compressione dei salari e della integrale subordinazione del lavoro all’interno delle logiche dell’economia di mercato.

Negli anni, le politiche di austerità, intimamente connesse alla perdita di sovranità monetaria da parte degli stati nazionali con l’adesione ad una moneta non svalutabile come l’euro, hanno provocato la perdita di potere contrattuale da parte dei lavoratori, i quali si sono trovati a dover concepire il rapporto contrattuale tra il singolo stipendiato e il datore di lavoro come rapporto meramente privatistico e non più supportato dalla protezione delle organizzazioni sindacali.

In questo modo, la mercificazione del lavoro è oggi diventata un elemento paradossalmente digerito dagli stessi lavoratori, soprattutto quelli delle giovani generazioni, che sono costretti a lavorare in condizioni di eterna precarietà e che, aderendo all’ideologia manageriale, sono indotti a pensare che qualsiasi tutela sociale sia identificabile con un ruolo parassitario e non in linea con il modello vincente, dinamico e virtuoso come presentato dalla propaganda neo-liberista, all’interno di logiche esistenziali e valoriali votate alla competitività ed all’individualismo.

In questo modo, il nuovo potere capitalista ha ottenuto un’enorme vittoria, nel momento in cui gli stessi giovani, una volta inseriti in un contesto lavorativo in cui i rapporti di forza sono così sperequati a loro svantaggio, si allineano docilmente agli stessi intendimenti di completa subordinazione delle persone nei confronti del grande capitale, una subordinazione che oggi investe non solo il rapporto produttivo ma anche l’intera esistenza, abbracciando anche il tempo libero e rendendo non solo socialmente ma anche psicologicamente impossibile da identificare la coscienza di classe, elemento imprescindibile per guidare politiche di trasformazione sia in senso rivoluzionario che in termini riformisti.

Inoltre, la moneta unica e le politiche ispirate alla stabilità dei prezzi hanno esautorato definitivamente il compito principale dello Stato nazionale post-bellico, che appunto era enunciato nei principi costituzionali, quello della piena occupazione e del lavoro come elemento principale per caratterizzare la dignità dell’essere umano. Lo Stato, privato della possibilità di spendere in deficit, non può più assicurare le protezioni che un tempo elargiva dai rischi del sistema capitalistico.

Con l’adesione ai trattati internazionali che formano l’essenza della U.E., in Italia la prima parte della Costituzione è stata costretta a rimanere per lo più lettera morta, in quanto i suoi principi sono del tutto incompatibili con i principi fondanti della U.E.

Questa situazione, che dal 1992 in poi si configurava come situazione di fatto, con l’approvazione del nuovo art. 81 della Costituzione (pareggio di bilancio) è diventata struttura costitutiva del nuovo Stato, oggi completamente immiserito nelle sue funzioni, che pertanto restano solo quelle delle del passacarte dei veri detentori del potere decisionale, identificabili con le grandi multinazionali che hanno bisogno dell’allentamento dei confini e dello svuotamento della sovranità popolare, per poter far circolare i grandi capitali in maniera indisturbata.

In questo quadro, la funzione politica e la funzione dei partiti come strumenti di rappresentanza di classe e delle masse hanno perso di significato in corrispondenza della perdita di efficacia della funzione pubblica. La crisi dei partiti e la crisi della partecipazione politica risiede tutta nella crisi della funzione politica che in un sistema ad unica dimensione non serve e non ha altro scopo che assicurare e proteggere al massimo i diritti universalistici degli individui, che diventano pretesto per omogeneizzare ancora di più l’opinione pubblica e nascondere il contesto sociale nel quale dovrebbe emergere il conflitto.

Per questo, la politica attua ormai riforme solo nel campo dei diritti civili laddove nel campo dei diritti sociali e delle strutture democratiche si accoda placidamente a tutte le contro-riforme proposte dalla nuova aristocrazia finanziaria.

Anche a sinistra, una certa ala movimentista e di ispirazione vagamente anarco-antagonista non ha voluto cogliere i termini del problema e si rende compartecipe, seppur mantenendo una critica superficiale all’economia globalizzata, della dissolvenza della sfera pubblica e della sovranità popolare, definendosi non più “lavorista” ma proponendo soluzioni perfettamente compatibili con gli intendimenti del grande capitale, come il reddito di cittadinanza ovvero l’apertura incontrollata all’emigrazione di massa.

Occorrerebbe dunque prendere coscienza, anche a sinistra, del fatto che la questione sociale e delle classi disagiate oggi è identificabile con la questione della sovranità nazionale, dato che le nazioni ed i territori nazionali restano, ancora oggi, gli unici ambiti nei quali sono ancora presenti gli ultimi anticorpi per provare ad opporsi allo status quo e dove ancora possono emergere le contraddizioni di classe.

Viceversa, sempre a sinistra, dovrebbe ormai apparire illusoria a tutti, specie dopo la drammatica vicenda greca dell’estate del 2015 ed anche alla luce del recentissimo BREXIT, l’idea di voler continuare a prefigurare un’ipotetica ed irrealistica trasformazione della U.E. secondo impalcature ideologiche ed orientamenti culturali differenti da quelli di stampo ordo-liberista che hanno legittimato fin dalle origini la sua stessa esistenza.

Alla luce di quanto detto, RISORGIMENTO SOCIALISTA intende aprirsi e dialogare con tutti i soggetti collettivi, sindacati, movimenti sociali, associazioni culturali e giovanili che siano uniti da una intransigente opposizione al neo-liberismo dominante in questi ultimi decenni e che rivendichino con forza il superamento dei rigidissimi vincoli finanziari posti dai trattati dell’Unione Europea attualmente vigenti, che hanno sacrificato sull’altare del grande capitale finanziario i bisogni e gli interessi di milioni di lavoratori italiani ed europei e che negli ultimi anni hanno prodotto tanta miseria, recessione, emigrazione giovanile e disoccupazione.

Con questo spirito, RISORGIMENTO SOCIALISTA sarà presente con una sua delegazione al Forum Internazionale NO EURO, che si svolgerà a Chianciano Terme dal 16 al 18 settembre 2016 e con tale medesimo spirito rivolge l’augurio di un buon lavoro ai partecipanti al convegno, assieme all’auspicio che questi momenti d’incontro possano costituire l’occasione per porre le basi della nascita di un ampio fronte unitario delle forze popolari, socialiste ed anti-liberiste per la liberazione dei popoli europei.

Roma, 11 settembre 2016.

Per RISORGIMENTO SOCIALISTA

Ferdinando PASTORE

Giuseppe ANGIULI

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