Le proposte dei socialisti per una nuova politica agricola nell'era della globalizzazione

di Antonino Gulisano

Le proposte dei socialisti per una nuova politica agricola nell'era della globalizzazione

Per una riforma del sistema fondiario in agricoltura

Il quadro generale dello scenario nazionale e mondiale ci pone due interrogativi:

a) l’Italia, dopo la sbornia del facile arricchimento della New economy e l’entrata nell’area della moneta unica, ha perso ha perso la rotta di marcia a causa delle disfunzioni delll’€uro, e dece capire verso quale sviluppo orientarsi;

b) la globalizzazione dei mercati e dell’economia hanno riproposto un interrogativo: a chi spetta il governo di queste problematiche mondiali? Quale ricaduta ha questo nuovo ordine mondiale sul nostro destino di cittadini e di produttori?

c) la questione agraria quale ruolo ha in una società del mercato globale ed industriale e/o post – industriale?

Viene voglia di dire, domande da un milione di €uro, ma tutto ciò interessa la nostra vita quotidiana e ha bisogno di una risposta chiara: è necessario elaborare un progetto consequenziale ed operativo per essere protagonisti e partecipi di questi eventi.

Credo quindi opportuno che la questione della globalizzazione venga affrontato in modo corretto.
Sono tentato di rispondere con uno slogan: pensare globale ed agire locale. Ciò significa che il processo dello sviluppo mondiale va regolato e guidato per la salvaguardia delle popolazioni sia come soggetti economici sia come cittadini consumatori e non essere inglobati nel pensiero unico.
In questo l’impresa agricola italiana e siciliana in particolare ha un gran margine di sviluppo come soggetto che produce qualità e per nicchie d’alto valore di mercato. Quindi è necessario ribaltare lo slogan con: pensare locale ed agire globale.

L’IMPRESA AGRICOLA E LA GLOBALIZZAZIONE

Il terzo millennio pone, a noi occidentali, una grande riflessione: dopo aver superato le trasformazioni collettive e di massa, ogni soggetto sta rientrando in una logica di beni e di servizi e qualità della vita di segno individuale. Il nuovo millennio pone come soggetto principale non più le masse ma gli individui, come uomini, i quali hanno un sentire universale, ma delle esigenze e bisogni individuali da soddisfare.
La sfida di questi prossimi anni è legata alla soluzione di codesto problema. Per tornare al tema del nostro intervento, credo che la questione centrale è l’impresa agricola, che non è un soggetto economico indistinto o teorico, ma l’insieme di cui si compone l’impresa economica: l’uomo, la terra, il capitale, e le interrelazioni con la conduzione, la produzione ed il mercato.

Nell’ultimo secolo il sistema dell’economia agricola in Italia e in Sicilia si è profondamente modificato: gli addetti in agricoltura ad inizio secolo rappresentavano l’60%, con lo sviluppo del sistema industriale in Italia questa presenza in agricoltura si è sempre più ridotta. A fronte di un calo di addetti in agricoltura e di SAU investita è aumentata la PLV fino a raggiungere non solo il livello dell’auto sufficienza, ma anche produzioni di qualità per l’esportazione.

La questione che comunque rimane aperta è la bassa competitività delle nostre produzioni agricole: le cause sono tante, ma possiamo indicare come più significative gli elevati costi di produzione, una bassa e poco organizzata concentrazione dell’offerta, la scarsa innovazione nei processi e nei prodotti, la parcellizzazione della proprietà fondiaria.

LA PROPRIETA’ AGRICOLA IN ITALIA

In questa sede desidero affrontare solo l’aspetto della frammentazione della proprietà fondiaria. Per le altre cause di cui abbiamo detto, esiste una vasta letteratura di analisi e ipotesi di soluzione.
L’Italia intorno agli anni ottanta dell’ottocento aveva una agricoltura arretrata e concentrata in mano a grandi latifondi, spesso assenteisti e parassitari; in Sicilia, negli stessi anni, la regione aveva un gran dinamismo economico rappresentato dal mercato agricolo con gli agrumi, il vino e l’olivo.
Se diamo uno sguardo alla Storia, ci accorgiamo che già sin dai primi anni dell’Unità d’Italia il paesaggio agrario ha mutato, con un ritmo sempre più incalzante, il suo aspetto. Gran parte del territorio costiero ha subito una riconversione varietale enorme. Gli anni che vanno dal 1896 alla prima guerra mondiale, infatti, sono gli anni durante i quali avvengono i maggiori fenomeni di trasformazione e di modificazione delle campagne dell’isola. In questo periodo, i progressi tecnici e le trasformazioni fondiarie ebbero un ritmo altissimo e tassi medi d’ incremento, simili a quelli registrati nelle aree più sviluppate del nord dell’Italia.
E’ importante sottolineare questo periodo. La storia del mezzogiorno, infatti, non è una storia immobile, fatta di continuo degrado, ma è anche una storia di mutamenti.

Giolitti aveva intuito che la questione meridionale era centrale per lo sviluppo socio – economico dell’Italia. Inoltre, lo stesso Giolitti sosteneva che lo sviluppo del meridione passava per lo sviluppo dell’agricoltura. La Sicilia giolittiana (il Ventennio 1895/1915) fu caratterizzata da un dinamismo economico ed un progresso tecnico durante il quale la produzione agricola del Sud ha registrato un aumento di circa il 30 – 40% rispetto agli anni immediatamente successivi dalla unità d’Italia.

Ho voluto ricordare questo passaggio storico per dimostrare che capire tali mutamenti, significa comprendere le problematiche attuali, la trasformazione socio – economico del mondo contemporaneo: lo scenario successivo che desidero analizzare storicamente è quello del dopo seconda guerra mondiale.

Tra gli anni 40 e 50 la “questione agraria” è stata incentrata sulla lotta per la terra. Va ricordato la rigida divisione – allora in voga – del mondo agricolo in tre componenti: contadini poveri, alleati, contadini medi, da neutralizzare, contadini ricchi, da avversare. Questo schema manicheo ha impedito – per lungo tempo- di considerare con la dovuta attenzione le trasformazioni strutturali che si andavano realizzando nelle campagne italiane, anche per effetto del processo di industrializzazione del Paese.

Ma di ciò non si è mai tenuto conto a sufficienza. Esisteva, infatti, una limitazione culturale ed ideologica, interna al movimento per la riforma agraria, che impedì di elaborare un programma di sviluppo generale nel quale l’agricoltura e i coltivatori diretti avessero uno spazio adeguato al loro peso ed alla loro funzione per stringere, conseguentemente, con tali forze le alleanze necessarie e decisive ai fini del successo di una politica di sviluppo equilibrato. La riforma agraria di quegli anni dette inizio alla frammentazione della proprietà fondiaria, che produsse due effetti.

Là dove si svilupparono l’irrigazione e l’ammodernamento tecnologico si poté introdurre una agricoltura intensiva che produsse grandi benefici sia al coltivatore diretto, sia nell’economia nazionale, che si andava industrializzando ed urbanizzando e quindi necessitava di raggiungere l’autosufficienza delle produzioni agro – alimentari. Là dove non vi fu possibilità di sviluppare una agricoltura intensiva o di grandi dimensioni aziendali, rimase una agricoltura povera e costrinse gli stessi contadini assegnatari a rivendere la terra.

Nel momento in cui lo scenario complessivo del mercato e della stessa agricoltura si sono modificati, la competizione non è limitata al mercato interno, ma avviene in un mercato globale con competitori, che hanno costi bassissimi e una organizzazione dell’offerta concentrata, è necessario adottare strumenti d’intervento e soluzioni che consentono la sopravvivenza e lo sviluppo della nostra agricoltura.

La prima rivoluzione che l’impresa agricola deve fare è culturale, prendendo atto che si sono modificati gli scenari e le regole del mercato stesso.
La modificazione della struttura del mercato che da continentale diviene globale e gli scenari e i soggetti che in esso interagiscono fa emergere due carenze:

la prima, la nostra struttura aziendale non risponde più alla economicità della gestione perché molto parcellizzata,

– la seconda, le organizzazioni commerciali, così come strutturate, non rispondono alle nuove esigenze di concorrenzialità, che il mercato mondiale c’impone;

Credo che il problema e la resistenza al cambiamento sta:

a) nella reale capacità e volontà di ristrutturazione sia del sistema aziendale che commerciale;
b) nella gestione della PAC (Politica Agricola Comunitaria) e delle risorse finanziarie derivanti.

Il Censimento dell’Agricoltura (22 ottobre 2010) ha fotografato il sistema delle caratteristiche delle Aziende Agricole.

Dai dati nazionali: 1.620.884 di aziende agricole, zootecniche e forestali, con superficie totale pari a 12.856.047 ettari, di superficie agricola utilizzata (SAU); aziende agricole in affitto 4.911.010 di SAU.

Rispetto al Censimento del 2000, che vedeva 2.396.274 di aziende agricole, Superficie Agricola Utilizzata (SAU) 13.181.859 Terreni in Affitto 3.058.191 (SAU), il numero delle aziende risulta diminuito di 775.390 unità (-32,35%), a fronte di una riduzione della superficie agricola utilizzata per 325.811 ettari (SAU -2,47%), i Terreni in affitto tra il 2000 e il 2010 abbiamo un incremento di 1.852.819 con una (SAU di +15,00%).

La consistenza Aziendale con coltivazione di SAU rappresenta il 99,67%; mentre le Aziende con allevamenti zootecnici rappresentano il 13,4%; la consistenza aziendale di ogni singola azienda per SAU è di 7,96%.

Analizzando, ulteriormente, il tipo di aziende e relative SAU per forma giuridica:

Aziende individuali 96,1 % di cui SAU 76,1%
Società di persone 3,0% di cui SAU 14%
Società di capitali e Coop.ve 0,7% di cui SAU 3,7%
Amministrazione di Enti pubblici 0,2% di cui SAU 5,9%
Altra forma giuridica 0,1% di cui SAU 0,4%

Le contrazioni delle superfici aziendali, molto più sensibili della riduzione del numero di aziende, si sono riflesse sulle superfici medie delle aziende localizzate in Sicilia con decrementi rispetto ai valori osservati nel precedente censimento, pari a 0,63 ettari nella Superficie totale (da 4,75 a 4,12 ettari) ed a 0,45 ettari nella SAU (da 3,97 a 3,52 ettari).

Contemporaneamente, a seguito della maggiore contrazione della superficie totale della SAU, l’incidenza di quest’ultima sulla superficie totale è leggermente aumentata, passando dall’ 83,5 all’ 85,2%.
In termini di superficie agricola effettivamente utilizzata (SAU) la distribuzione delle Aziende relative alle superfici per classi dimensionali mostra come nel settore agricolo siciliano risulti ulteriormente aumentata, anche se lievemente, la già prevalente presenza di micro-aziende o di aziende nelle quali la SAU ricopre una parte esigua della superficie totale aziendale.

La consistenza economica delle aziende agricole complessivamente il valore della produzione agricola nazionale ammonta a circa 50 miliardi di euro, prodotti principalmente al Nord da Lombardia (7,4 miliardi), Emilia-Romagna (6,4 miliardi) e Veneto (5,5 miliardi), mentre tra le Isole spicca la Sicilia (4,3 miliardi).

La dimensione economica aziendale è alquanto esigua e ammonta a 30.514 euro prodotte per azienda nella annata agraria di riferimento, mentre la remunerazione del capitale lavoro (valore della produzione rapportato alle ULA) è pari a 51.579 euro per ULA. In particolare, al Nord si distingue la Lombardia per avere entrambi i valori particolarmente elevati e pari a circa 136 mila euro per azienda e oltre 115 mila euro per ULA; sempre in Lombardia, le Province di Lodi e Cremona registrano i valori più elevati tra tutte le province italiane, valori che superano i 200.000 euro per azienda. Segue a notevole distanza l’Emilia-Romagna con circa 87 mila euro per azienda e oltre 91 mila per ULA, mentre è al Sud che troviamo i valori più bassi con 13 mila euro per azienda e 30 per ULA in Puglia e 14 mila e 29 mila rispettivamente in Calabria.

Nelle Isole, la Sicilia sembra remunerare in maniera equa il lavoro, infatti raggiunge un valore prossimo alla media nazionale (48 mila euro per ULA), mentre risulta notevolmente più basso della media nazionale il valore prodotto per azienda, pari a circa 20 mila euro.
Queste premesse necessarie ci rappresentano uno scenario della composizione fondiaria dell’impresa agricola del tutto nuova e modificata rispetto a quello cui noi eravamo abituati e/o organizzati.
Personalmente, sono convinto, che per competere in questo nuovo mercato globale è necessario riformare il sistema fondiario della proprietà agraria.
In tutti questi anni sono stati tentati soluzioni diverse: dalla Cassa per la formazione della proprietà contadina, (oggi ISMEA) all’affitto dei terreni con la legge n.203/1982 dei “Patti agrari”, alla legge sullo inserimento dei giovani in agricoltura. L’altro pilastro è l’associazionismo in agricoltura previste dalle varie norme legislative Legge 622/67 e del Reg. CEE 1035/72, successivamente denominate Organizzazione dei Produttori ai sensi del Reg. CE n.2200/96, e successive modificazioni con il Reg.to (CE) N. 1580/2007 della Commissione del 21 dicembre 2007.

Tutte queste sperimentazioni normative non hanno superato il problema del dimensionamento ottimale che renda l’azienda agricola competitiva e che produca reddito per la stessa impresa.
Provo ad ipotizzare la possibilità di introdurre in Italia una nuova riforma agraria in grado di poter far competere le nostre imprese nel mercato globale.

PER UNA NUOVA RIFORMA AGRARIA

Dal mio punto di vista due possono essere i capisaldi di una nuova riforma agraria.

A) L’introduzione dell’Istituto della Società Agraria per Azione
B) L’indivisibilità della proprietà agraria con la riforma del diritto successorio.

Cosa sono le Società agrarie? Sono società di capitali per Azioni ove il capitale è rappresentato dalla proprietà fondiaria, che assume il valore di azione indivisibile di cui è portatore qualsiasi soggetto fisico o giuridico.
La società agraria diviene il soggetto giuridico titolare della gestione della azienda – formata da tante quote azionarie di quante sono le singole parti fondiarie – e del suo prodotto. Come una normale società di capitali al socio azionista verrà riconosciuto il dividendo sul valore di capitale fondiario conferito.
Il vantaggio di questo tipo di società agrarie rispetto alle cooperative di gestione, pur conservando la titolarità della proprietà ogni singolo soggetto, è quello di poter applicare tutte le norme che si applicano alle Banche e alle società di Capitale.

Ulteriori vantaggi sono: l’abbassamento dei costi di produzioni potendo applicare economie di scala e poter disporre di piani industriali o di budget; la programmazione unica della produzione ed il controllo diretto della qualità; l’organizzazione unica dell’offerta e la capacità di competizione con strutture multinazionali.

La riforma agraria che introduce lo strumento della società agraria per Azione ha bisogno di: tutela della proprietà del capitale fondiario – come avviene per la tutela del risparmio di capitale attuale; – gestione affidata a terzi – manager di qualificata professionalità, i quali hanno responsabilità diretta e personale nella gestione e nel raggiungimento degli obiettivi; vantaggi fiscali sia per i detentori di azioni di capitale fondiario, che per le assunzioni della mano d’opera utilizzata.
Poiché la costituzione di queste società agrarie deve essere su base volontaria, un ulteriore incentivo, al fine di dare reale attuazione a questa riforma, può essere quello di poter usufruire di un contributo fiscale, una tantum, per coloro che aderiscono allo accorpamento fondiario in una società agraria – come è avvenuto con la Legge Amato sulle fusioni bancarie.
Credo che altre possibili incentivazioni e garanzie possono essere trovate nel momento in cui si procede al varo della riforma in sede legislativa.
L’indivisibilità della proprietà fondiaria, che con questo tipo di riforma agraria diviene capitale fondiario, necessita della riforma del diritto successorio.
Sancire questo principio dell’indivisibilità della proprietà agraria non significa negare ad altri eredi il loro diritto alla successione del bene, ma pur riconoscendo a tutti gli eredi il diritto di proprietà gli si impedisce la divisibilità. Questo principio della indivisibilità, quindi, prevede la proprietà comune degli eredi con la rappresentanza unica ai fini della società agraria.

Questo principio è già applicato nelle azioni bancarie. Quindi anche la riforma del diritto successorio ha come obiettivo quello di incentivare l’accorpamento fondiario e rafforzare la società agraria per azione.
Tutto questo ragionamento vuole porre in essere strumenti atti a sviluppare la capacità dell’impresa agricola ed essere competitiva per produrre reddito.
Nella realtà attuale questo accorpamento fondiario sta avvenendo nei fatti con l’acquisto di terreni agricoli da parte di operatori economici (commercianti) o di soggetti che poco hanno a vedere con l’agricoltura (vedi le società finanziarie che investo nel settore agro –alimentare).

La competizione nel mercato globale si sta sempre più spostando dalla capacità produttiva alla capacità distributiva ed alla organizzazione dell’offerta.

Il sistema della GDO e della DO ci conferma questa tesi.
Concludendo, credo che sia urgente e necessario concretizzare tutti gli strumenti normativi, organizzativi ed economici per cogliere non solo le opportunità, ma i frutti dello sviluppo.
Queste proposte certamente non vogliono essere esaustive per la soluzione della questione agraria, ma certamente possono avviare quel processo di rinnovamento culturale ed anche organizzativo del comparto.
La conseguenza immediata e visibile sarà la certezza della sopravvivenza della struttura della proprietà agraria, che oggi rischia di scomparire.

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