I Socialisti contro la guerra, anche quella democratica e umanitaria

di Alberto Benzoni

I Socialisti contro la guerra, anche quella democratica e umanitaria

Oggi, c’è una grande confusione nel cielo della sinistra, non solo vecchia ma anche nuova. Ma la situazione non è eccellente. Almeno dal punto divista dell’analisi politica o, come si diceva una volta, “della fase“.

Certo, siamo tutti d’accordo sulla natura dell’ordoliberismo. E sui suoi misfatti nel contesto dell’euro. Ma, a quel punto, già ci dividiamo sul come uscire dalla sua morsa.

Perchè nel nostro discorso manca il filo rosso della politica e della politica delle alleanze. E, ancora, siamo o dovremmo essere per la difesa della sovranità degli stati ma arretriamo di fronte alla parola “sovranisti“. E non solo perchè temiamo che venga confiscata da altri. Da quelli che chiamiamo populisti per evitare di cercare di capire più esattamente la loro natura e le loro attuali e/o potenziali differenze. Ma anche perchè ci siamo scordati che la rivendicazione del ruolo, ineliminabile, degli stati può, anzi deve, essere interpretata in chiave internazionalista.

Ora, questa difficoltà di capire la politica ( che significa, in definitiva, rinuncia a farla) diventa addirittura drammatica di fronte ad un fenomeno i cui sviluppi passati e la cui crisi recente appaiono assai più drammatici. E per lo stesso futuro dell’Europa e del mondo.
Sto parlando dell‘interventismo democratico. E cioè della “dottrina”secondo la quale è diritto/dovere dei buoni di operare con tutti i) mezzi per la costruzione di un ordine internazionale migliore ( e cioè a loro immagine e somiglianza) eliminando, con mezzi pacifici ma, se nel caso, con mezzi militari coloro che si frappongono a questo nobile disegno.
Una dottrina attenzione che fa parte della nostra psiche perchè fa parte della nostra storia. Perchè nasce con la rivoluzione francese. Guerra ideologica, guerra di popoli. Prima all’insegna del “tutti fratelli”. Poi, però, “sii mio fratello o ti ammazzo“.

Poi, la bandiera dell’interventismo democratico sarà sventolata dalla sinistra democratica e radicale; quella
che invaderà l’assemblea nazionale francese nel 1848 in nome dei polacchi insorti contro la barbarie zarista e chiedendo l’intervento della Francia a loro sostegno; e, ancora, questa volta nel nostro paese, quella che offrirà all’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale nel conflitto contro la copertura ideologica dell’irredentismo e della lotta contro un impero multinazionale visto come “prigione dei popoli“.

L'Avanti e i socialisti italiani contro la guerra

A difendere la causa della pace furono, allora, in pochi.

I grandi eroi della più grande stagione della socialdemocrazia internazionale: da Jaurès a Keir Hardie, da Karl Liebknecht a Turati e Matteotti ( seguirà, ben presto, udite udite, l’arcirevisionista Bernstein). Dirigenti, tutti, segnati nel profondo dall’istinto di classe. Il che gli consentiva di capire e di vedere ciò he significava la guerra. Da una parte la denuncia, da parte delle classi dirigenti ( economiche ma soprattutto politiche e militari) del patto di coesistenza pacifica che aveva consentito nei decenni precedenti l’ascesa del proletariato). In prospettiva, la rottura della solidarietà internazionalista; l’irrimediabile imbarbarimento dei conflitti con l’automatico ricorso alla violenza da parte delle classi dominanti; l’esacerbarsi di problemi che solo la pratica della pace avrebbe permesso di affrontare. E, in prospettiva, una guerra che ne avrebbe richiamata un’altra.

Jean Jaures, leader socialista francese contro la guerra

Visione corretta, anzi profetica: Ma vittima della “damnatio memoriae” dei suoi interpreti e sostenitori: perchè il socialismo pacifista non era riuscito ( e come avrebbe potuto ? ) ad impedire lo scoppio della prima guerra mondiale. E perchè il grande movimento pacifista degli anni venti e trenta si era misurato, forse per la prima e ultima volta nella storia, con due antagonisti, la Germania nazista e l’Italia fascista– non solo nemici mortali della democrazia liberale ma anche decisi a fare della guerrra di aggressione il coronamento del proprio disegno politico.

Con la seconda guerra mondiale, allora, l’interventismo democratico diventerà, in qualche modo, la dottrina ufficiale dell’Occidente e gli Stati Uniti il suo “interprete guida”. Mentre il pacifismo rimaneva sì in campo, ma in una versione ridotta ( non più capacità di impedire le guerre ma licenza di protestare contro le guerre in corso) e ideologicamente condizionata ( il “pacifismo a senso unico“,sempre in contrapposizione a Washington ma silenzioso quando si trattava di Mosca…).

Pure, anche nel contesto di un’Europa divisa in blocchi, uno spazio per il socialismo democratico c’era. E anche un suo preciso disegno internazionale interpretato dalla sua ultime generazione di grandi: i Palme, i Brandt, i Kreisky , ma anche gli esponnti del “socialismo mediterraneo“. Era la Ostpolitik e l’apertura al terzo mondo. Era l’accordo di Helsinki. E, in prospettiva, la costruzione di un Europa unita come luogo di mediazione e di pace.

Palme, Kreisky, Brandt: socialismo, distensione e terzo mondo

Olof Palme, Bruno Kreisky, Willy Brandt

La socialdemocrazia scommetteva sul dialogo come premessa della mutazione pacifica dell’Altro.

Ebbe, soprattutto per suo merito, un processo del tutto pacifico; ma furono gli altri, in primo luogo gli Stati uniti, ad interpretarne e gestirne il crollo. Nella generale “intossicazione da successo”la caduta del muro di Berlino divente un evento epocale, l’anticipazione di un futuro scontato e, nel contempo, di un destino manifesto che coinvolgeva l’intero pianeta. In parole povere, se il mondo libero, leggi l’occidente aveva trionfato sul comunismo, il mercato sullo statalismo, i diritti dei popoli su quelli dei governi e degli stati sovrani l’Occidente aveva il diritto/dovere di operare perchè questo processo si estendesse al mondo intero.
Era l’interventismo democratico, variante politica del pensiero unico. E, a differenza da quanto era accaduto agli inizi del secolo breve, una strategia accolta senza se e senza ma dall’Europa e, in particolare, dal socialismo europeo.
Non è il caso di ripercorrere qui le complesse vicende che hanno tradotto le grandi speranze del 1989 nel disastro totale del 2017. Ci limitiamo dunque ad abbozzare alcune sommarie riflessioni su tre questioni, a nostro avviso decisive, ma, almeno sinora, curiosamente assenti dal dibattito.
Parliamo della dottrina dell’interventismo democratico e delle sue sempre più palesi contraddizioni interne. Parliamo delle ragioni che hannno determinato la passività collettiva dell’Europa e, a maggior ragione, del socialismo europeo di fronte all’iniziativa americana. E parliamo, anche, dell’attuale disordine internazionale; del discrimine fondamentale da cui è segnato; e delle basi su cui potrà essere ricostruito.
Facile dirlo oggi: ma l’interventismo democratico, leggi la codificazione del diritto all’interferenza/contrasto,da parte di Washington nei confronti di violazioni dell’ordine internazionale aveva in sè le premesse della sua autodistruzione. E per overdose.

Overdose di arbitrarietà; in un susseguirsi di iniziative in cui la copertura Onu stava diventando un optional potenzialmente sempre più fastidioso. E in cui l’avvio delle medesime non è più subordinato al consenso esplicito e preventivo degli alleati.

Overdose dei comportamenti meritevoli di sanzione. Non solo sempre più estesi, non solo sempre più ipotetici ma anche definiti in modo sempre più arbitrario ( il terrorismo è oramai diventato una questione d’opinione…) e con criteri sempre più soggettivi.

Overdose negli strumenti di contrasto: intervento militare diretto, intervento militare delegato ad altri e destinato perciò a notevoli deviazioni in corso d’opera ( vedi Al Qaeda e Isis…), sanzioni prima in reazione contro comportamenti specifici e poi strumento di pressione a tempo indeterminato, azioni di destabilizzazione di vario tipo.

Overdose degli agenti impegnati nell’operazione. Collettivi: oltre all’Amministrazione, Nato, servizi di sicurezza e di spionaggio, autorità impegnate nel controllo delle magagne altrui. Ma anche individuali: giudici che condannano stati stranieri a pagare somme esorbitanti per danni arrecati a cittadini americani, espatriati tornati in servizio nei loro paesi d’origine, imprenditori della destabilizzazione come Soros, sempre pronto ad evocare cause, popoli, combattenti per la libertà nelle sue ricorrenti crociate contro i reprobi ( in particolare Russia e Cina).
Overdose nelle definizione degli obbiettivi e dei nemici da combattere.

Si era partiti in sordina con gli stati falliti e/o canaglia. E poi, sull’onda del momento si è passati alla Russia, alla Cina, al blocco sciita, al terrorismo sunnita; fino ad aprire, con l‘avvento di Trump una nuova lista e potenzialmente infinita lista di possibili nemici.

Infine, e soprattutto overdose ideologica. Quella che, in parole povere, ti porta ad esercitare il ruolo- che tu stesso ti sei assegnato- di legislatore, poliziotto, giudice dell’ordine mondiale non già e non soltanto in base ai tuoi interessi- con esiti spesso ingiusti ma comunque razionali- ma in base alla tua visione del mondo- il che porta all’impazzimento del sistema. E porta all’impazzimento del sistema perchè nel mondo degli interessi, insomma della tanto vituperata realpolitik, tu devi tenere conto di quelli degli altri, mentre in quello dei principi non ne tieni alcun conto, anzi li ignori pregiudizialmente.

Nel mondo degli interessi tu sostieni il golpe cileno e questo mi indigna; ma costruisci anche nuovi e costruttivi rapporti con la Cina e poi con l’Unione sovietica.

Nel mondo dei principi (i tuoi s’intende) invadi l’Iraq e ti stupisci perchè non trovi ad attenderti folle festanti; scateni la guerra del Kosovo in nome dei diritti dei popoli e consideri, invece, una gravissima violazione dell’ordine internazionale l’annessione della Crimea, preceduta da referendum; e, infine, scateni una campagna di delegittimazione contro il tuo stesso presidente sulla faccenda degli hacker perchè colpevole di intelligenza con il Nemico, dimenticando che tu hai codificato il diritto all’interferenza come strumento essenziale del tuo progetto mondiale. E questo deve preoccupare e molto.

la sinistra liberal alla guerra del Kosovo

Ora, alla campagna americana ha fatto seguito immediatamente quella europea. Non dei singoli stati e nemmeno della Mogherini, ma del Parlamento europeo, con una bella risoluzione in cui al posto di Putin c’era Putin e al posto di Trump, sempre con l’accusa di intelligenza con il nemico, i soliti “populisti”. E questo ce la dice lunga su quello che non è, ancora, l’Europa e su quello che non sono più i socialisti.

L’Europa, l’Europa politica non c’è. E non ci può essere da quando ha scelto come motore unificante non la politica ma l’economia e le sue regole. E da quando ha considerato sufficiente ai fini di una politica estera comune, la presenza di un “comune rappresentante”. Pure l’entità delle sfide e dei pericoli in arrivo- sommatoria dei guasti dell’interventismo democratico e dell’isolazionismo ostile annunciato da Trump- la spingeranno, non foss’altro che per legittima difesa, a riscoprire un proprio ruolo all’interno dell’unico ordine mondiale possibile: quello basato sugli stati e sulla costruzione, sempre più estesa di rapporti, di regole e di politiche comuni. E di istituzioni collettive dotate dell’autorità per promuoverle.

In quanto ai socialisti, il loro voto a favore della risoluzione del Parlamento europeo può rattristare ma non certo sorprendere. Perchè è il coronamento di un percorso che negli ultimi venticinque/trent’anni gli ha portati dalle sponde dell’internazionalismo socialista a quelle del cosmopolitismo professato dalle èlites europee: europeismo senza se e senza ma e, per il resto, il “politicamente corretto” eretto a regola di giudizio e di condotta universale.

Ora, il “politicamente corretto”ha come dicono le avvertenze nell’uso dei medicinali, l’effetto indesiderato ( nello specifico, nella quasi totalità dei casi…) di rendere, almeno momentaneamente, ciechi e sordi. In questo i nostri compagni, anche perchè ultimi arrrivati nell’universo delle èlites europee, non sono stati secondi a nessuno.

Sino a considerare lo Stato, la sua sovranità e la difesa degli interessi nazionali un’anticaglia deplorevole e coloro che la rimettevano in discussione ( fossero essi funzionari di Bruxelles o ribelli ceceni) eroi del nostro tempo.

Impossibile, a questo punto, chiedere loro di mutare spalla al proprio fucile. In un contesto in cui i difensori della sovranità sono oramai individuati come persone poco raccomandabili ( vedi Putin, Erdogan e/o la dirigenza cinese) assieme ai famigerati “populisti”di casa nostra, oltre tutto responsabili di averci trafugato l’elettorato.

Nè possiamo chiedere alle nostre sinistre di governo di contribuire in modo attivo al ristabilimento di un ordine mondiale articolato intorno alla conciliazione degli interessi anzichè sullo scontro tra opposti principi. Oggi come oggi, l’unica alternativa alla generalizzazione di una politica diventata puramente e semplicemente una guerra condotta con altri mezzi.
E però una via di fuga e un modello rimangono a nostra disposizione. Quelli rappresentati, appunto, dai Turati e dai Jaurès ma anche dai Palme e, se permettete, anche dai Craxi. Quelli che, senza negare il diritto/dovere di resistere all’aggressione, lo inquadrano nella promozione permanente del dialogo e della costruzione della pace. E della pace con i propri avversari.

I leader del socialismo mediterraneo

Ai tempi di Turati e di Jaurès nessuna parlava ancora di diritti umani. Ma per loro e, a maggior ragione, per noi, il primo e decisivo rimane quello di non essere uccisi.

  1. Luciano Belli Paci says:

    Sono solo in parte d’accordo con l’articolo di Benzoni. Che il superamento degli stati nazionali sia stato accettato in modo troppo frettoloso ed acritico è vero. In particolare la sinistra socialdemocratica si è dimostrata inconsapevole del fatto che la realizzazione dei suoi programmi era affidata pressoché in toto allo strumento stato nazionale, sicché rendendolo inservibile è sprofondata anch’essa in una crisi di cui non si vede l’uscita. Dubito però che un ritorno alla sovranità sia praticabile su piccola scala (ergo per i singoli stati europei) perché la fragilità del potere nazionale nel mondo globalizzato è un dato oggettivo. Punterei piuttosto sulla costituzione di partiti internazionali. E’ paradossale che le grandi Internazionali abbiano avuto un certo protagonismo quando la globalizzazione in pratica non esisteva e che uno strumento di quel tipo sia sostanzialmente assente proprio oggi quando la sinistra avrebbe un bisogno vitale di dotarsi di un vero soggetto politico almeno continentale.
    Quanto al tema dei conflitti, considero la dottrina della non-ingerenza non meno pericolosa e moralmente ripugnante di quella dell’interventismo democratico. Per un rosselliano è impossibile non guardare con favore all’esempio delle brigate internazionali intervenute a sostegno della repubblica spagnola, ed invece con disprezzo al pacifismo amorale di quelli che nel 1939 manifestavano a Londra e Parigi con i cartelli “morire per Danzica ?”.
    Insomma, bisogna distinguere caso per caso. Vi sono guerre pretestuose come l’intervento in Iraq del 2003, ma vi sono anche cause alle quali una sinistra internazionalista non può rimanere indifferente. Penso ad esempio all’eroica resistenza dei curdi a Kobane contro l’islamo-fascismo del califfato …
    Luciano Belli Paci

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