il filosofo francese Michea per un nuovo socialismo, fuori dalla "sinistra" liberale

di Ferdinando Pastore

il filosofo francese Michea per un nuovo socialismo, fuori dalla "sinistra" liberale

Jean Claude Michea

La lezione di michea

Jean-Claude Michea, filosofo francese, ha negli ultimi anni messo in evidenza l’anti-storicità dell’alleanza tra sinistra liberale e movimento socialista e operaio che in Francia ebbe la sua genesi durante l’Affaire Dreyfuss, nel momento in cui nella seconda metà del 1800 esisteva ancora una destra legata all’Ancien Régime e portatrice di interessi reazionari legati al vecchio potere monarchico e clericale.

Difatti, prima dell’Affaire Dreyfuss, il movimento socialista si poneva in aperta contrapposizione sia alla destra nostalgica che alla sinistra liberale e borghese, nel momento in cui la seconda rappresentava gli interessi politici del capitalismo liberale e contribuiva all’espansione del sistema di produzione che portò alla formazione del nuovo proletariato urbano, vittima di una doppia espropriazione, quella della terra e quella dei mezzi di produzione.

michea e il caso italiano

Ma se in Francia si presentò la necessità di questa alleanza, in Italia la prospettiva politica descritta da Michea non aveva ragione di esistere, dato che la monarchia piemontese fu essa stessa motore edificante del sistema liberale che si mise in contrapposizione con l’unico apparato politico portatore di interessi legati al vecchio sistema di dominio: la Chiesa cattolica.

Per di più, se in un primo momento il Pontificato di Pio IX si pose in conflitto con lo Stato liberale, il quale, con la conquista di Roma e la legge sulle guarentigie colpì il potere temporale del papato, in una seconda fase, con il pontificato di Leone XIII e l’enciclica Rerum Novarum del 1891, il clero si posizionò da una lato in una situazione di sostanziale acquiescenza nei confronti dello Stato italiano, rinunciando a propositi di sovvertimento del nuovo ordine, nonostante la prosecuzione del non expedit, dall’altro teorizzò per la prima volta una dottrina sociale della Chiesa, organizzando un impegno politico e sindacale dei cattolici incentrato nella denuncia del sistema di diseguaglianze economiche portate dal sistema capitalistico, anche con il fine di frenare, sotto il mantello della stessa Chiesa, l’espansione del movimento socialista.

La stessa sinistra storica, che a parole, si presentava contro il sistema delle guarentigie, considerate troppo morbide, e contro l’assunto cavouriano “libera Chiesa in libero Stato”, una volta giunta al potere nulla fece per mutare l’assetto venutosi a creare fino al 1876 e si palesò la sostanziale uniformità tra destra e sinistra liberale che ebbe la sua manifestazione più esplicita nella pratica del “trasformismo politico”.

Anche nel periodo giolittiano, che è da considerarsi comunque improntato a un liberalismo sui generis, i tentativi di cooptazione operati dallo stesso Giolitti nei confronti della sinistra riformista del PSI e di Turati in particolare, non vertevano, nelle considerazioni dell’esponente socialista, in un’accettazione acritica del modello economico liberale, bensì riguardavano l’utilizzo degli strumenti della democrazia rappresentativa per arrivare al traguardo del suffragio universale, poi attuato in chiave cattolica e anti-socialista con il Patto Gentiloni. Periodo che in seguito fu oggetto di autocritica da parte dello stesso Turati.

modernizzazione e repressione

Se quindi in Italia le premesse descritte da Michea per un avvicinamento tra sinistra storica e movimento operaio non sono mai esistite nell’era dello Stato liberale, esse ebbero ancor meno senso durante l’avvento del Fascismo.

L’ordine liberale, difatti, si dissolse senza alcuna resistenza all’avvento del fascismo italiano, che anticipò quello internazionale in considerazione di una serie di fattori, il primo dei quali era rappresentato dalla paura, da parte delle élite borghesi e industriali, di una espansione del movimento operaio in conseguenza della Rivoluzione d’ottobre, data la struttura sociale ancora agricola dell’Italia, analoga a quella della Russia pre-rivoluzionaria. Maturò, proprio in Italia, la seconda fase del sistema di espansione del capitalismo, caratterizzata dal modello repressivo che doveva facilitare quella che Michel Clouscard chiamava “industrializzazione forzata” in un sistema pacificato dal corporativismo autoritario.

I liberali non ebbero un ruolo decisivo e di massa durante la Resistenza (a parte qualche esempio illuminato nel campo intellettuale) e, di conseguenza, la costruzione costituzionale dell’Italia post-bellica si eresse secondo canoni incentrati sul costituzionalismo moderno, che rigettò una concezione astratta ed universalistica dei diritti individuali, per incentrare l’ordinamento su un sistema nel quale lo Stato veniva concepito come elemento di direzione e di pianificazione dell’attività economica e sociale, con particolare riferimento alle libertà positive che dovevano assicurare ai cittadini quella protezione dai rischi connessi con lo sviluppo capitalistico.

Anche la Democrazia Cristiana non poteva essere considerata compagine d’ispirazione liberale, anzi, al suo interno, convivevano elementi culturali e politici in netta contraddizione tra loro, poiché la DC rappresentava un collante che teneva insieme dottrine ispirate alla tradizione del cattolicesimo sociale (tradizione iniziata proprio da Leone XIII) ed elementi più conservatori e reazionari, legati all’assetto statale e burocratico del ventennio, ma mai contigui politicamente al modello dello Stato minimo e del sistema economico neoclassico.

La costruzione dell’Europa post-bellica è stata contrassegnata dall’evoluzione del modello sociale europeo, reale terza via rispetto al modello del blocco comunista e a quello del libero sviluppo del mercato e alla libera concorrenza dei singoli individui che è stata prerogativa del sistema statunitense, seppur attenuato in quegli anni dalle politiche keynesiane del New Deal.

Questo modello sociale fu assicurato proprio dalle Costituzioni moderne e dalla forza dei partiti d’ispirazione socialista che, all’interno degli stati-nazione, costrinsero i partiti conservatori a contenere le spinte liberali e a progettare quelle che sono state definite le “società salariali”; percorso che ebbe la sua specificità in Italia, data la presenza del più grande partito comunista dell’occidente e del Psi che, anche nell’esperienza di governo del centro-sinistra, non ha mai rinunciato a misure di stampo statalista e di pianificazione economica.

Michel Clouscard, il filosofo francese contro il 1968 capitalista

Michel Clouscard

LIBERTARISMO E NEOLIBERISMO

Appare, quindi, del tutto incomprensibile, oggi, l‘evoluzione neo-liberale dei partiti di sinistra che affondano le radici culturali e storiche nel movimento operaio, se non si mette in relazione questa mutazione genetica con gli anni della contestazione dei giovani borghesi del 1968. Quella generazione ha, difatti, contribuito a spostare l’ambito della lotta politica che trasmigrò dalla liberazione della classe sfruttata alla liberazione del singolo individuo, il quale, a seguito dell’allargamento delle possibilità di consumo, doveva abbattere tutti i vincoli morali ed etici che si contrapponevano all’espansione estetica del soggetto.

Fa la comparsa quel libertarismo permissivo che rappresenterà la molla psicologica per l’assorbimento della sinistra nel campo dell’ideologia neo-liberista, la quale si proponeva di abbattere tutti i vincoli morali ed etici che si frapponevano alla libera circolazione dei capitali e che erano delineati proprio dalle Costituzioni degli Stati-nazione.

Se i giovani sessantottini puntavano alla distruzione della figura del padre, ponendo le basi per l’avvento della relativizzazione dei principi e della morale, i neo-liberisti e l’economia finanziaria riconoscevano una sostanziale comunanza d’intenti con il modello permissivo dei costumi, al fine di abbattere lo Stato. La fantasia al potere rappresentava lo slogan più congeniale per entrambi i propositi, il nesso esistente tra espansione illimitata del godimento individuale e finanza creativa appare, oggi, cristallino.

Grande incidenza ebbe, nel contesto italiano, il Partito Radicale che, se da un lato promuoveva una società liberata, dove gli individui dovevano rincorrere felicità e piena realizzazione di sé in una continua ricerca della libertà scevra dai legami sociali, dall’altro si dotava di un programma economico di liberalizzazione completa dai vincoli dello Stato, riprendendo la teoria economica marginalista e del laissez faire. Contribuì, altresì, al discredito della classe politica della prima repubblica, statalista e dirigista, nel momento in cui si lanciò nella denuncia dell’oppressione dei partiti politici ideologici sulla società, attraverso la formulazione della cosiddetta “partitocrazia”.

Non è un caso che, dalla caduta del Muro di Berlino – quindi spentosi l’alibi ideologico e con l’avvento di teorie che enunciavano la Fine della Storia o che esaltavano la ritrovata società aperta – la sinistra europea si sia piegata alle logiche mercantilistiche e sia diventata il veicolo per eccellenza delle de-strutturazioni neo-liberiste, iniziate nel decennio precedente dalle amministrazioni Reagan e Thatcher poi proseguite attraverso la costruzione dell’Europa Unita. Essa, con il Trattato di Maastricht, ha posto al centro della sua azione lo smantellamento dei principi cardine delle Costituzioni moderne, per promuovere uno sviluppo basato esclusivamente sulla libera concorrenza e sulla protezione dei monopoli privati.

Come descritto da Michea, il significato del socialismo, del mutuo soccorso anticapitalistico, perde di senso, affogando nella sinistra borghese dei diritti civili e del politicamente corretto, sempre obbediente al vincolo esterno del neoliberismo e dell’Europa.

IL NEOLIBERISMO CONTRO LA BORGHESIA

Le grandi multinazionali hanno progressivamente allargato la propria sfera di influenza che si è sovrapposta a quella degli Stati e hanno progettato un sistema politico sostanzialmente anti-borghese, nel quale, oltre alla distruzione dei meccanismi legati alla sovranità popolare, hanno avuto la necessità di distruggere il modello sociale europeo e le tutele che accompagnavano il lavoro nello scontro con il capitale, e infine, attraverso i loro strumenti di propaganda e di marketing, hanno promosso un’esistenza dove i singoli si sono dovuti concepire come imprenditori di sé stessi, in una dimensione esistenziale di concorrenza individualista proiettata alla massima espansione di sé, condizione psicologica direttamente connessa all’ideologia del massimo profitto.

Anche in Italia, paradossalmente, il partito proveniente della tradizione comunista ha operato le principali contro-riforme liberiste, con la svendita del patrimonio pubblico, l’immissione del lavoro dentro le logiche dell’economia di mercato (pacchetto Treu) e il traghettamento verso la moneta unica – principale strumento di governo dell’economia finanziaria – che ha tolto alla politica la possibilità di operare in un sistema di spesa pubblica in deficit e che si è trovata nella condizione di dover necessariamente svalutare il lavoro al posto della moneta. Il tutto in una cornice tecnocratica e sovranazionale, che ha soppiantato i modelli della democrazia rappresentativa, al fine di proteggere la nuova élite finanziaria e manageriale che si concepisce, appunto, come nuova aristocrazia globale.

La sinistra, con la svolta anarcoide e liberista del New Labour, ha presentato questo modello di economia globale e finanziaria come elemento naturale e ineluttabile del progresso, quindi da accettare supinamente senza troppe discussioni, e ha contribuito alla dissoluzione della dialettica politica e della coscienza di classe, trasformando i cittadini in pubblico consumatore, in spettatori acritici di una rappresentazione teatrale della politica, ormai immiserita a prodotto commerciale pre-confezionato, che si è limitata a rappresentare gli interessi dei gruppi dominanti, in una finta contrapposizione tra destra e sinistra secondo le regole della società dello spettacolo.

Per Michea il rischio è che la sinistra diventi lo stadio supremo del capitalismo

michea e il socialismo “morale”

Ed ecco spiegata l’importanza della lezione di Michea per tutta la sinistra socialista, non solo quella italiana.

Oggi, dopo trent’anni di rivoluzione neo-liberista, dopo anni di dominio incontrastato del pensiero unico neo-liberale, occorre che i movimenti d’ispirazione socialista si pongano in una condizione di equidistanza sia dalla sinistra dai valori libertari e permissivi che, dal Blairismo in poi, hanno anche accettato la bellezza del libero mercato globale, sia dalla destra economica, la quale solo a parole difende ancora valori etici e morali.

Equidistanza che dovrebbe permettere a un movimento popolare di contrastare le tre derivate principali del sistema di dominio neo-liberista che proprio la sinistra ha promosso senza alcuna esitazione.

La prima rappresentata dall’avveramento della forma economica compiuta nell’evoluzione capitalistica ovvero la globalizzazione dei mercati. Sotto questo aspetto appare essenziale la difesa dello Stato nazionale, luogo nel quale ancora sono presenti quelle contraddizioni di classe – legate al territorio che non ha più rappresentazione -, riaffiorate nelle consultazioni elettorali occidentali, dal referendum greco in poi. Gli stati nazionali hanno ancora gli anticorpi per contrastare le derive finanziarie ed assolutistiche dei mercati globali, perché le loro Costituzioni sono ancora ancorate al nesso esistente tra decisione e sovranità popolare che ha permesso la costruzione della “buona società” fino agli anni ’80 del secolo scorso, nella quale la tutela del lavoro rappresentava l’elemento centrale dell’azione statale.

La seconda è la forma politica del liberalismo nella sua condizione ancora repressiva, rappresentata dall’apparato tecnocratico e manageriale che svuota di contenuto la decisione e la presenta ai cittadini, immaginati come atomi senza coscienza, frutto di calcolo ed imparzialità, e che si dota di strumenti coercitivi nei confronti degli Stati e dei popoli in una forma impersonale e asettica, espressione di quel potere senza volto che rifiuta la responsabilità e la dialettica politica al fine di imporre un modello a un’unica dimensione. Forma repressiva che è assorbita da una società imperniata sul senso di colpa per il debito e per il fallimento personale (contraltare della permissività nei confronti dei costumi).

La terza è la forma sociale incentrata esclusivamente sulla permissività nei confronti degli istinti e sulla massima espansione del singolo che deve ricercare sempre nuova felicità, felicità impoverita dalla pressione di dover consumare il più possibile merci e godimento istantaneo e che pone l’individuo in piena concorrenza con gli altri nella realizzazione dei propri propositi, senza che essi possano mai essere concepiti come desideri collettivi.

In questo modo il singolo si slega dalla propria appartenenza economico-sociale per poter aspirare al successo, in una competizione cinicamente concorrenziale, deve abiurare alla propria identità che sia religiosa, sociale o di classe, e raffigurarsi esclusivamente in una dimensione estetica, edonistica e di relativismo morale. In questa lotta per la sopravvivenza la società appare definitivamente americanizzata e le lotte dei singoli si indirizzano nel terreno universalistico dei diritti civili per cui il genere, la razza, l’ambiente, il cibo, diventano oggetti di rivendicazione che annientano le lotte per la giustizia sociale.

Il politically correct è lo strumento retorico con il quale viene soppresso il pensiero critico, in un regime solo apparentemente tollerante: l’emarginazione pubblica di Michea e Clouscard ne è la prova. Il Capitale, così, sfrutta, non solo il rapporto produttivo, ma ogni aspetto dell’esistenza dell’essere umano per poter mercificare anche ciò che un tempo ne rimaneva escluso e per poter omogeneizzare desideri e aspirazioni.

Per questo nella post-modernità anche i sentimenti hanno un prezzo e si legano al concetto di utilità e le relazioni umane si concepiscono come dirette, violente e senza alcun pudore.

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