I socialisti e il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena

di Renato Costanzo Gatti

I socialisti e il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena

PARLIAMO DEL MONTE PASCHI DI SIENA ?

Se c’è un problema irrisolto nella situazione del nostro Paese è quello delle banche, oltre naturalmente al problema dello scarso sviluppo, della bassa produttività, della bassa domanda aggregata.

Non voglio, con questo mio intervento, entrare in tecnicalità finanziarie, ma vorrei limitarmi ad una questione di fondo:

come intervenire sulle banche in difficoltà.

Per fare ciò utilizzerò alcune parole-chiave che mi aiuteranno a esporre il percorso del mio pensiero.

COSTITUZIONE Articolo 47

“La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.

Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”.

Di questo articolo la prassi comune sottolinea il principio della tutela del risparmio, mentre sulla parte “partecipativa” di questa Costituzione “socialista”, ovvero sul  diretto e indiretto investimento azionario, il silenzio è il conformismo imperante. Bisogna dire però che il ministro Calenda con i suoi Piani Individuali di Risparmio (PIR) sta cercando di inventare qualcosa di nuovo.

SOLUZIONE DI MERCATO

L’aumento di capitale che MPS ha programmato è indispensabile per la sopravvivenza della banca  che si è rivolta al mercato per raccogliere i fondi. Certo che se la Consob permetterà la conversione delle obbligazioni subordinate anche per gli obbligazionisti retail, dopo che l’ha autorizzata per gli obbligazionisti istituzionali, si può parlare di mercato trattandosi di 40.000 obbligazionisti. Anche se, e non possiamo sottacere il fatto, per questi obbligazionisti si tratta di una scelta quasi obbligata, dovendo essi scegliere tra il convertire le obbligazioni in azioni o perdere tutto.

Avrei meno sicurezza di parlare di mercato quando i portatori di fondi si chiamano Soros o Dubai. Mi pare che in questo caso più che di fronte a situazioni di mercato ci troviamo in presenza di giochi di potere tra oligopolisti con finalità che forse poco hanno a che fare con gli interessi della banca.

AIUTI DI STATO

La nostra partecipazione ai trattati europei oggi prevede la proibizione di aiuti di stato a soggetti economici tali da distorcere la concorrenza e che conferiscano un vantaggio all’ente beneficiato. Se cioè lo Stato intervenisse direttamente o indirettamente ovvero, obbligasse od organizzasse, in prima persona, con comportamento determinante, soggetti privati con operazioni fuori mercato, ebbene in tal caso si avrebbe aiuto di Stato. Ma se lo Stato sottoscrivesse un aumento di capitale al nominale, senza forzature né sovvenzioni, non si configura, a mio parere, alcun aiuto di Stato.

Occorre anche considerare che tali operazioni sono compatibili con i trattati europei (BRDD) e non è detto, come è successo per esempio negli Stati Uniti, che lo Stato, se non ritiene l’investimento come strategico, potrebbe in un domani vendere le sue azioni con un capital gain.

Occorre anche dire che lo Stato paga ogni anno qualche miliardo di euro per oneri generati dai derivati acquistati per pararsi dai rischi sui cambi e sugli interessi, talora anche a fini speculativi. Molto più etico e commendevole sarebbe invece investire qualche miliardo per  la sottoscrizione di capitale alle condizioni sopra esposte.

BAIL-IN

Il bail-in ha come scopo quello di combattere quello che si chiama moral hasard. Detto in parole semplici, l’azzardo morale è il comportamento di quei banchieri che azzardano operazioni rischiosissime, con la consapevolezza che se l’affare va bene guadagna la banca, se l’affare va male paga lo Stato. Il bail-in ha quindi una sua logica in quanto colpisce gli azionisti, gli obbligazionisti subordinai e, al di sopra del limite che è considerato tutela del risparmio, i conti correnti sopra i 100.000€.

NEL CASO MONTE PASCHI DI SIENA

Alla luce delle considerazioni di cui ai punti precedenti, direi di essere favorevole alla conversione delle obbligazioni retail e per l’inoptato un intervento dello Stato, non necessariamente permanente, ma che potrebbe anche esserlo, in modo da avere un azionariato (ex-obbligazionisti istituzionali, ex-obbligazionisti retail e Stato) che non rischi di fare della banca uno strumento di speculazione internazionale.

LA SPECULAZIONE

Abbiamo visto come opera.

Il Financial Time prima del referendum annunziava il possibile fallimento di otto banche qualora avesse vinto il NO.

La Reuters a mercato aperto diffondeva la notizia, che avrebbe dovuto essere segreta, anche se poi si è dimostrata vera, del rifiuto della BCE di concedere al Monte Paschi un altro mese come termine di sottoscrizione del nuovo capitale.

Notizie di questo genere sono palesemente finalizzate ad una mossa ribassista e comunque configurano il reato di aggiottaggio ovvero di manipolazione del mercato. Molto strano che nessuna autorità italiana, Consob in primis, abbia pensato di considerare questa ipotesi di reato; solo la BCE ha iniziato indagini ufficiali, ma sulla fuga di notizie.

Evidentemente la subordinazione  mentale e morale del conformismo di questa fase capitalistica dominata dal pensiero unico finanziario, prevale sul buon senso e sulla dignità delle persone.

CONCLUSIONI

La situazione delle banche rinforza l’idea del ruolo che deve avere la finanza: deve essere al servizio dell’economia reale e non essere un parco di divertimento per il capitalismo finanziario. Certo che quando c’è una crisi, ormai all’ottavo anno, ci sono perdite a carico del sistema bancario. Ma queste perdite, questi Not Performing Loans (NPL), hanno raggiunto dimensioni enormi, tali da far considerare una azione seria e severa sul moral hazard dei banchieri e tali da farci porre la domanda sull’efficacia della vigilanza della Banca d’Italia.

 

 

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