il No al referendum: un voto generazionale e di classe

Il Socialismo tornerà, e a costruirlo saranno i giovani, che ne hanno sempre più bisogno.

E’ questo il senso dell’appello lanciato da un gruppo di giovani militanti di tanti partiti e movimenti della Sinistra italiana. E’ la convinzione e la speranza anche di Risorgimento Socialista: da un NO di classe e di generazione, può ripartire la costruzione di un movimento dei lavoratori e delle lavoratrici, di ieri di oggi e di domani.

L’appello è stato pubblicato sul sito de I PettirossiQui il documento di sintesi

  • Il nostro dissenso è un nuovo inizio

I fantasmi che si aggirano oggi per l’Europa

non sono le sollevazioni del futuro,

ma le rivoluzioni sconfitte del passato

(E. Traverso, “Malinconia di sinistra”)

 

Il No ha vinto con una stima del 70-80% nella fascia d’età 18-34.

I giovani hanno detto No ad una brutta riforma costituzionale che non li avrebbe tutelati dagli errori dei governi presenti e futuri di ogni colore, non ultimo quello che ha tentato la riforma di un terzo della costituzione a colpi di maggioranza; governo che poggiava in larghissima parte sui parlamentari eletti con il centrosinistra di Italia Bene Comune.

Non si sono lasciati corrompere dalle mancette che piovevano sul figlio del ricco come sul figlio del povero, dall’illusione che avrebbero trovato lavoro grazie al jobs act e ai suoi sgravi fiscali per gli imprenditori, né dai numeri che raccontano di occupazione in crescita ma che nella realtà si declina in lavoretti pagati a voucher.

Secondo il Cinquantesimo Rapporto sulla situazione del Paese del Censis la stragrande maggioranza della ricchezza del paese è detenuta dagli anziani e parallelamente i giovani non hanno accesso a fonti di reddito dignitose e/o stabili.

Il rapporto descrive un Paese che non investe più né nel settore pubblico né nel privato, un Paese che vive di lavoro dequalificato in aumento e di precarietà, sfruttando i risparmi delle generazioni precedenti e privandoci di una vera autonomia e della possibilità di costruirsi un profilo adulto. È l’eterna adolescenza imposta dal precariato e da un ascensore sociale bloccato ad alimentare la frustrazione e il bisogno di rivalsa.

Il voto dei giovani al referendum è stato un vero e proprio voto di classe: stiamo peggio dei nostri genitori ma siamo più alfabetizzati di ogni generazione precedente. Siamo meno propensi all’impegno politico ma più esposti alle conseguenze delle diseguaglianze determinate da trent’anni di politiche neoliberiste portate avanti, benché a gradi diversi, in modo bipartisan da centrodestra e centrosinistra.

Un voto di classe che si salda con il voto per il No dei comuni a maggiore incidenza di disoccupati, delle aree deindustrializzate e di quelle più in sofferenza come il Mezzogiorno. È il voto di coloro che perdono nella globalizzazione mentre il governo Renzi, che aveva legato deliberatamente il proprio destino alla brutta riforma costituzionale, ne difendeva i vincenti.

 

  • Più rappresentanza, più rappresentatività: vogliamo il proporzionale

Solo gli stolti non cambiano mai idea

(saggezza popolare)

 

Abbiamo restituito al mittente la proposta di un modello di democrazia esecutiva e decisionista che scaricava sull’architettura costituzionale ed istituzionale del Paese un problema di incapacità della classe dirigente e di delegittimazione degli attori di questa stagione.

L’astensione cresce nelle consultazioni politiche e amministrative ma i cittadini hanno risposto in massa al quesito referendario.

Questo dato racconta un paese che non si lascia ingannare dall’inadeguatezza dell’offerta politica oggi in campo. Tanto il PD a guida renziana, partito delle élites, quanto lo sbracato grillismo, partito personale del padrone, quanto il razzismo della destra di Salvini e Meloni non soddisfano le istanze di un Paese in sofferenza.

Una grande maggioranza di persone comuni chiede semplicemente una buona e trasparente amministrazione quotidiana unita a un’azione di governo che sappia pensare ed attuare riforme radicali, quelle sì, ma in materia di investimento economico, lotta alle diseguaglianze e sicurezza sociale e sul lavoro.

Chiediamo una legge elettorale proporzionale che migliori la dialettica politica, costringa i partiti a confrontarsi sul merito delle singole questioni e li costringa a differenziare la propria posizione senza contare su rendite di posizione o premi di maggioranza che alterano il risultato elettorale.

Il proporzionale costringerebbe il parlamento ad assumersi le sue responsabilità producendo governi basati sulla discussione strettamente politica e non politicista di alleanze, governi che debbano rendicontare ai rappresentanti dei cittadini la loro azione. Chiediamo una legge sui partiti che ne disciplini requisiti minimi di democrazia interna, di rendicontazione finanziaria e la reintroduzione del finanziamento pubblico rigidamente regolamentato. Queste sono misure altrettanto impellenti per restituire a tutti i cittadini la possibilità di influire e partecipare alle contese e alla discussione pubblica e di godere di un rinnovato buon funzionamento delle istituzioni.

Immaginiamo un sistema politico che torni a dialogare proficuamente con la società civile e le organizzazioni sindacali e i corpi intermedi. Che rimetta al centro della discussione pubblica le esigenze degli elettori e non quelle dei leader. Un sistema politico così competitivo e variegato come quello che si dà con il proporzionale fa sì che si formino buone classi dirigenti, politici capaci e non capetti che governano su un vuoto di legittimazione popolare.

 

  • Una generazione senza rappresentanza

Non ci può essere profonda delusione

dove non c’è un amore profondo.

(Martin Luther King)

 

Il No è stato di molti oltre la destra, oltre i grillini e oltre alle espressioni della sinistra politica in campo in questa campagna. Ci sono stati gli studenti, i costituzionalisti, un popolo che non vota alle politiche e che probabilmente in tempi passati votava a sinistra ma che dalla sinistra politica è stato tradito. Proprio come noi giovani. Ci sono stati i corpi intermedi di Anpi, Arci, Cgil. Con quest’ultima, in una fase in cui il lavoro è messo ai margini abbiamo condiviso l’impegno profuso per mettere fine alla costante negazione di diritti fondamentali, attraverso la raccolta firme dei referendum contro il Jobs Act e per una nuova carta dei diritti universali del lavoro.

Aver sposato la linea di questa Europa, i suoi assurdi parametri che mettono i numeri davanti alle vite delle persone, aver creduto che l’euro potesse generare crescita e stabilità invece che malfunzionamenti, aver scambiato la responsabilità di governo democratico con la rappresentanza degli interessi dei lavoratori, aver dismesso il patrimonio industriale italiano, aver abiurato al ruolo della grande industria pubblica, aver lasciato il mondo del sapere le scuole e le università alla mercé degli eventi senza valorizzarle adeguatamente, aver appoggiato l’austerità montiana, aver abolito il finanziamento pubblico della politica con Letta, aver accettato la logica della flessibilità e del precariato per i lavoratori in entrata, sono le colpe di cui oggi è chiamato a rispondere il centrosinistra. Tanto nella persona di Matteo Renzi, apice di una stagione di smarrimento identitario sostituito dal furore dell’ideologia del “non c’è alternativa” e del “cambiamento” fine a se stesso, tanto nella sua dirigenza diffusa apertamente disconosciuta dal suo elettorato tradizionale.

Il centrosinistra e la sinistra radicale da tempo ormai non parlano più con i ceti popolari e hanno smesso di difendere gli interessi collettivi per abbozzare solo la difesa di alcune libertà individuali; il centrosinistra si è fatto interprete delle logiche del capitale finanziario globale che ha passivamente eseguito senza mai preoccuparsi di riequilibrare i rapporti di forza nella società per reagirvi e contrattaccare, mentre la sinistra radicale si è persa nei rivoli dell’ autoreferenzialità.

Oggi che nei ceti popolari scoppia la guerra fra poveri e che i giovani non accettano più la logica del “meno peggio”, la sinistra politica si arrocca nella difesa di un elettorato medio ricco o comunque benestante, di liberi professionisti avviati nella carriera, di benpensanti di ogni tipo che vivono in centro città. Rappresenta individui illuminati, lontani dal degrado e dalla convivenza forzosa fra culture diverse, che questi tendono ad abbracciare come esplorazione esotica e non nella sua dimensione di quotidianità anche brutale.

Spezzare la dinamica della guerra fra poveri è urgente ma denunciarne l’insensatezza e limitarsi all’indignazione morale non basta.

Per questo è necessario provare a convogliare il malessere sociale su una piattaforma di lotta al capitalismo globalizzato, al cambiamento climatico e alle discriminazioni di ogni tipo, che riporti la dialettica politica a corrispondere a quella sociale e non a quella etnico-religiosa. Ma sarà impossibile farlo se non si torna a difendere innanzitutto i diritti delle persone più comuni e ordinarie, le stesse che con il loro voto di protesta si continuano a ribellare nelle urne di tutto l’Occidente all’establishment.

Ribellione che finisce per lo più per eleggere governi reazionari e xenofobi come quello di Donal Trump o per preferire la distruzione del progetto Europa ad un tentativo di sua riforma come successo con la Brexit. Il caso austriaco della vittoria di Van Der Bellen ha dimostrato che quando non vi sono in campo solo due destre, quella neoliberista e quella xenofoba, la vittoria di un’alternativa che valga la pena andare a votare è possibile.

Noi vogliamo costruire quella alternativa: un’opzione politica che non si adagi sulla vuota retorica della salvezza democratica fine a se stessa e del cosmopolitismo naif, ma che presenti un piano di riforme economiche e sociali che restituiscano protezione e dignità alle vite delle persone comuni.

Non ci rassegniamo al meno peggio. Men che meno ci rassegniamo al ricatto dell’accettare riforme ingiuste e peggiorative delle nostre vite per fare “argine ai populismi”: spauracchio agitato da quegli stessi governanti che con manovre demagogiche e iper-populiste hanno tappezzato il paese con cartelli che sviliscono l’attività di governo, chiedendo di abolire un po’ di politici, e che hanno mentito spudoratamente sul funzionamento per convincerci a votare sì, invece di onorarle.

  • L’Italia è la questione meridionale

 

Le elezioni ce lo confermano sempre, ma la politica non riesce più a interpretare i cambiamenti, vittima della mancanza di ancoraggi sociali e ancor prima, filosofici. Rifiutare la logica del “winner takes it all” è anche questo: sconvolgersi e quindi rielaborare strategie davanti all’inaspettato.

Renzi non lo ha fatto, ha dato le sue dimissioni con un discorso patetico tutto rivolto “all’Italia del Sì” e non al Paese che realmente siamo.

Quale Paese quindi?

Il referendum ha fotografato il grande divario tendenziale tra le Regioni del Nord e del Sud, insieme a un maggiore astensionismo rispetto al Nord. Già molti di noi l’avevano prefigurato e le motivazioni sono relative al fenomeno di esclusione che la globalizzazione ha portato con sé e che ora si sta svelando, portando le persone a incattivirsi contro i governi che non riescono a fare i loro interessi.

Dentro questo fenomeno vi sono tante cose, a noi comunque, che incarniamo uno spirito democratico e socialista, interessa un dato in particolare che è quello materiale.

La questione meridionale è ormai da tempo ai margini del dibattito pubblico. Negli ultimi anni, all’interno di un contesto  economico e sociale segnato da un impoverimento generale, scelte politiche volte a privilegiare determinate aree a discapito di altre hanno compromesso uno dei principali compiti del bilancio pubblico, ovvero assolvere ad una funzione redistributiva delle risorse dai più abbienti ai meno abbienti.

L’abbandono di una prospettiva di programmazione per il rilancio dell’economia ha permesso di scivolare nel vortice di una competizione orientata soltanto alla riduzione dei salari e delle tutele. 

Al sud non ci sono opportunità, il lavoro è estremamente precario e per la maggiore a nero; si sta sviluppando un sistema vergognoso di caporalato che sfrutta gli immigrati nei campi, relegandoli in situazioni indignitose di esistenza, dove è messo in discussione lo stesso diritto al cibo o all’igiene. I servizi pubblici, già scarsi, decadono di anno in anno e le persone che vedono chiudere ospedali, tribunali e scuole, giustamente si indignano e protestano.

L’indignazione però è di chi rimane, gli altri, per la mancanza di opportunità emigrano al Nord e all’estero, lasciando che il Sud si spopoli e che piano piano si avviluppi in un circolo vizioso di scarso capitale sociale, degrado e corruzione. E la colpa, ancora una volta non è dei meridionali.

Il problema è politico, la globalizzazione ignora le periferie territoriali, ignora la storia delle comunità e delle Nazioni: ha ignorato completamente le difficoltà di una questione aperta del Risorgimento italiano, rifugiandosi nella semplicità della colpevolezza individuale o addirittura culturale. A livello politico poi il Mezzogiorno si regge per la maggiore da classi dirigenti che non riescono a imporsi a livello nazionale, perché vittime di una cultura localista e campanilista che non elabora i problemi ma li carica semplicemente di pathos

 

  • Fra tradizione e rivoluzione  

 

La nostra missione è quella di tener duro quando tutti cedono

di alzare la fiaccola dell’ideale nella notte che circonda;

di anticipare con l’intelligenza e l’azione l’immancabile futuro.

(Carlo Rosselli)

 

In un quadro politico nel quale la classe dirigente che guida il paese lo ha spaccato sulla Carta Costituzionale, ha abiurato al primato della politica sull’economia e alla ricerca di risposte concrete per cedere allo slogan permanente, la nostra generazione è chiamata a diventare adulta politicamente prima del tempo.

È chiamata cioè a fare quel lungo lavoro di radicamento sociale della sinistra che a nessuno interessa più fare perché tutti presi dai calcoli degli scenari futuri e tutti disposti a morire di elettoralismo.

Noi abbiamo la risorsa più preziosa: il tempo.

Il tempo di fare un profondo lavoro nella società di aggregazione e organizzazione, di raccolta di istanze e di messa a sistema di mondi differenti ma accomunati dalla stessa voglia di cambiamento e ribellione all’ingiustizia. Abbiamo il tempo per tornare a praticare solidarietà, coerenza, dedizione alla comunità da ricostruire.

Noi abbiamo la voglia di approfondire i grandi dibattiti della tradizione: Sanders, Corbyn, Podemos, Syriza pur ponendosi come soggetti nuovi si sono rifatti a pensieri lunghi e miliari della lotta operaia e dei lavoratori, hanno inserito la loro operazione di rottura nella continuità della battaglia per la giustizia e l’emancipazione.

La sinistra politica ha dato cattiva prova di sé, tanto nelle sue declinazioni riformiste quanto radicali, dentro e fuori dal Partito Socialista Europeo. Non sono invece morti i valori fondanti dell’azione a sinistra e sono anzi più necessari che mai in un mondo di diseguaglianze smodate, di individualismo sfrenato e capitalismo declinato nella sua versione finanziaria, nelle multinazionali e nel business dei combustibili fossili che distrugge il pianeta, rapace come mai prima d’ora.

Noi abbiamo l’ambizione di rappresentare quel precariato cognitivo in diaspora politica, così diverso dal lavoro tradizionale difeso dalle organizzazioni novecentesche e pure così simile nelle caratteristiche di sfruttamento e vessazione.

Quel mondo che è necessario oggi riunire intorno a proposte radicali di ripensamento del nesso fra produzione-reddito e consumo e che è urgente riorganizzare nella lotta per i diritti, per il lavoro dignitoso che segua la regola del lavorare tutti per lavorare meno, della progettazione di un modello di sviluppo economico complessivo per il paese nel quale il lavoratore sia attivo protagonista e non solo passivo ingranaggio all’interno del ciclo e passivo consumatore al suo esterno.

Abbiamo l’intenzione di porre fine ad una stagione arrivata fuori tempo massimo di sinistra solo radical chic.

Senza mai cadere nella demonizzazione della ricchezza noi ne chiediamo la redistribuzione. Senza mai cedere al grillismo chiediamo una riforma etica della classe dirigente. Senza mai abbracciare l’intolleranza chiediamo che maggiore attenzione sia data ai ceti svantaggiati invece che alla sensibilità da politicamente corretto di quelli agiati. La nostra generazione rifiuta il razzismo, viaggia, si confronta in modo aperto con un mondo complesso, fa volontariato a stretto contatto con i migranti e gli ultimi del globo; è una generazione curiosa e volenterosa.

Ma non è una generazione di superficiali come quella “generazione erasmus” spesso dipinta. Il cosmopolitismo è oggi la cifra di quell’1% che si avvantaggia dalla globalizzazione neoliberista, che siede con le élites dei potenti e decide per tutti in modo sovranazionale mentre le decisioni prese in quei consessi ricadono su tutti coloro che non possono accedere al mondo dorato dei privilegiati.

Per questo vogliamo costruire sul realismo provando a non cedere al cinismo: per costruire una società accogliente e multiculturale è necessario dare lavoro, tutele e accesso a saperi e welfare a tutti i cittadini senza distinzione di reddito e di provenienza familiare.

Abbiamo fatto una battaglia per conservare la Costituzione Repubblicana, faremo tutte le battaglie necessarie affinché sia applicata.

Tuttavia siamo coscienti che la sua portata si estende entro i confini italiani. Per questo immaginiamo la nostra attività come organizzazione e mobilitazione di concittadini nell’ambito di una sollevazione più ampia e internazionale. Per questo chiediamo che si convochi il prima possibile un consesso politico europeo dove riunire e mettere a valore tutte le forze che lottano contro l’austerità, contro la globalizzazione neoliberista, contro le guerre, contro il cambiamento climatico e contro le diseguaglianze; affinché il lavoro torni ad essere mezzo di realizzazione per chi lo desidera e di liberazione dal bisogno e dal ricatto per tutti, per immaginare forme di redistribuzione della ricchezza tali che nessuno debba più versare in degradanti condizioni di povertà, perché tutti possano studiare e curarsi e viaggiare e amare chi desiderano, come desiderano, decidere del proprio corpo, professare il credo che preferiscono in una società nella quale il benessere sia diffuso. 

Siamo riformisti perché rivoluzionari e rivoluzionari perché riformisti: la storia non è finita e lo dimostra il fatto che siamo ancora pronti a lottare per i nostri diritti e quelli di tutti coloro che con noi vorranno dare battaglia per togliere a chi ha troppo e dare a chi ha troppo poco.

Crediamo nella contesa democratica e non violenta ma non crediamo alla favola della società pacificata nella quale gli interessi di pochi ricchi e potenti al vertice siano gli interessi di tutti. Rifiutiamo l’idea del conformismo con ogni potere e l’accettazione passiva di un gioco politico dal quale non ci sentiamo rappresentati. Non crediamo alla retorica dell’eccellenza e dell’Italia che ce la fa ma che lascia indietro la maggior parte delle persone che vivono per lavorare o vorrebbero farlo.

Aspiriamo a costruire una futura umanità che si faccia carico di riscrivere la storia nel solco dei valori fondanti lasciatici in eredità dai nonni, che renda giustizia ai sacrifici dei genitori e che dia qualcosa per cui valga la pena lottare alla nostra generazione, lasciando un mondo migliore di quello che abbiamo trovato a tutte quelle che seguiranno.

 

Per sottoscrivere contattaci

 

Valentina Archetti – Pettirossi Lombardia
Fabio Astrobello – Attivista LGBT, Cpn Sinistra Italiana Reggio Emilia
Matteo Belotti – Pettirossi Lombardia
Luigi Bennardo – Circolo Valarioti Sinistra Italiana, Pettirossi Calabria
Carlo Borghi – Sinistra Italiana Maranello, Pettirossi Unibo
Tommaso Brollo – Pettirossi Friuli Venezia Giulia
Lorenzo Caffè – Possibile
Simone Canino – Coordinatore CGIL giovani Cosenza
Giuseppe Cerbone – Pettirossi Campania
Felice Caruso- Rappresentante studenti in CdD UDU-DAS Pisa
Angelo Casu – Pettirossi Lazio
Daniele Corasaniti – Cons. comunale Davoli, GD Davoli
Luigi De Bartolo – Circolo Valarioti Sinistra Italiana, Pettirossi Calabria
Marino De Luca – Docente Universitario
Marco Di Geronimo – Pettirossi Basilicata
Antonio Esposito – Pettirossi Campania
Michele Fasanella – Pres. Consulta degli Studenti Potenza, Pettirossi Basilicata
Rosa Fioravante – Pettirossi Lombardia
Mario Galli – Cons. comunale Gallicano nel Lazio
Giuliano Girlando – Esecutivo Nazionale Risorgimento Socialista
Andrea Grande – ex segretario GD Liguria
Matteo Gorini – Pettirossi Toscana
Marco Loria – Rappresentante studenti Università Statale Milano
Manfredi Mangano – Esecutivo di Risorgimento Socialista
Silvia Martelli – Presidente ANPI Toano (RE)
Cristian Mauro – Circolo Marco Reitano (ex Sel)
Carlo Miceli – Circolo Valarioti Sinistra Italiana, Pettirossi Calabria
Andrea Natalini – Circolo Socialista Garbatella
Marco Novelli – Ex coordinamento Sel Foligno
Giulia Piccioni – Ex candidata Sinistra X Roma\Pettirossi Lazio
Stefano Poggi
Giandomenico Potestio – Pettirossi Lombardia
Marian Puosi – Comitato per il NO Viareggio
Giulio Quarta – Possibile
Riccardo Righelli – Pettirossi Unibo
Tommaso Sasso – Pettirossi Lazio
Francesco Scanni – Cons. Comunale Casole Bruzio
Erica Schiavoncini – Pettirossi Toscana
Giuseppe Scicchitano – Ex rappresentante studenti Unical, Pettirossi Unibo
Giuliano Sdanghi – Già attivista politico Rifondazione Comunista
Valerio Spositi – Dottorando in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali
Aurora Trotta – Pettirossi Unibo, Calabria
Marco Vicini – Consiglio Nazionale Arci

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