Di Nico Bazzoli

Contro l'urbanistica neoliberista e la gentrificazione

In un interessante articolo pubblicato su “Gli Stati Generali“, Rossella Ferorelli commentava il Manifesto-shock dell’architetto e urbanista Patrick Schumacher per una “marked-based urban provision“, una svolta pro-mercato nella pianificazione urbanistica e nella realizzazione di case popolari.

Schumacher, in polemica con il Sindaco di Londra Sadiq Khan, propone nel suo Urban Policy Manifesto di aumentare la densità abitativa dei centri città, ricorrendo a logiche di mercato e promuovendo gli investimenti esteri nel settore immobiliare: benvenuto agli oligarchi russi o arabi, e alle loro ville faraoniche e immancabilmente vuote, purchè portino i loro capitali in città.

Sfidando l’idea di una pianificazione urbanistica decisa da burocrati, politici e gruppi sociali, Schumacher crede nell’intervento diretto degli “esperti”, e in una valutazione dei risultati delle loro politiche esclusivamente in termini di profitto: se l’immagine della città migliora, e il valore delle case aumenta, allora si è fatta una buona operazione.

Ogni tentativo di fissare uno standard politico per le abitazioni è per lui destinato inevitabilmente a impoverire lo stile di vita degli inquilini, privandoli delle scelte e condannandoli a vivere in zone pianificate male, costruite peggio e con servizi inadeguati. La conseguenza logica di questo ragionamento è smettere di incentivare il ritorno nei centri città con sussidi o costruendo case popolari: le case in centro dovrebbero naturalmente andare, grazie al mercato, a “chi ne ha bisogno per essere produttivo e generare valore, ed è quindi economically more potent”. 

La gentrificazione diventa una forza progressista, che rende le città più attraenti ed efficienti, e va quindi spinta fino alla sua più estrema conseguenza: la privatizzazione di tutte le strade, le piazze, gli spazi pubblici e i parchi, e se possibile interi distretti urbani.

Abbiamo chiesto un commento a Nico Bazzoli, studioso di urbanistica all’Università di Urbino, specializzato nei processi di gentrificazione.

Ci sarebbe forse da domandarsi quanto delle “visione” di Schumacher non sia già realizzata nella società anglosassone, in cui l’investimento nello stato sociale dagli anni ’80 ad oggi ha conosciuto una rimodulazione veramente significativa. Social Housing nel mondo britannico oggi significa dare sussidi pubblici a developers privati che costruiscono garantendo una quota di abitazioni ad un prezzo all’incirca del 20% al di sotto di quello di mercato. In pratica agevolare una fascia di classe media non proprio benestante, mentre non esistono quasi più misure a sostegno di una fascia sociale bassa che sta sprofondando sempre di più.

La sua ricetta è quella che recepisce i bisogni della parte egemone di una società ultraliberale in cui il mercato padroneggia, ma ovviamente non riesce a rispondere ai bisogni di tutte le fasce sociali, specialmente di quelle più deboli.

Vivere o anche solo osservare direttamente una città britannica oggi significa immergersi in un contesto in cui la disuguaglianza e la polarizzazione sociale hanno una chiara demarcazione spaziale. Isolati di super-ricchi si affiancano a sacche di povertà estrema che tendono sempre più ad essere “rigenerate” o gentrificate. In questa situazione chi è povero viene emarginato socialmente e geograficamente, indirizzato sempre più ai margini della città (e della società).

C’è un bel libro di Saskia Sassen che parla di questo, senza citare direttamente l’architettura: Expulsions, la logica dell’espulsione. Qualcosa che oggi sembra facilmente riscontrabile nella produzione dello spazio urbano e nell’idea di innovazione sociale (?) che si colloca alla sua base. Panchine anti barbone, case per fasce medio-alte, progettazione urbanistica per contrastare la devianza sono tutte facce della stessa medaglia; quella dell’esclusione fisica e sociale di elementi non più ritenuti produttivi.

Schumacher è forse la punta di un iceberg ben più profondo, le cui basi sono spesso celate all’interno di un discorso ben più velato che si cela dietro il mantra dello “sviluppo urbano”, intendendo con questo termine una valorizzazione economica dello stesso, piuttosto che una sua rivalutazione sociale.

Per dirla alla Jemie Peck: Neoliberal Urbanism.

Alla faccia del mondo non ideologico.

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