Smart factory e socialismo, una nuova rivoluzione tecnologica

Smart factory e socialismo, una nuova rivoluzione tecnologica

 

LA RIVOLUZIONE 4.0

Renato Gatti

Non voglio parlare di quella rivoluzione (romantica) di provenienza rivoluzione francese che tanto influenza la mitologia di un marxismo volgare, che sarebbe il processo catartico per il paradiso terrestre.

Voglio parlare di quella rivoluzione magmatica, dalla lunga durata, anche se con improvvise accelerazioni, che deriva dalle contraddizioni tra “modo di produzione” e “forze produttive”. Oggi, coscienti o incoscienti, stiamo attraversando una fase rivoluzionaria nel “modo di produzione” che sta già entrando in attrito con l’attuale assetto delle “forze produttive”.
Sto parlando del “modo di produzione” introdotto dall’industria 4.0, modo di produzione che sta avendo e sempre più avrà in futuro, enormi riflessi su tutto l’assetto sociale che oggi conosciamo.
Compito degli intellettuali e dei politici (intesi come partiti) è quello di analizzare il fenomeno, prevederne le tendenze, ed infine impostare azioni consone finalizzate ad un fine condiviso. Debbo tuttavia notare, fatti salvi i pochi segni di attenzione (penso all’indagine conoscitiva della commissione parlamentare diretta da Epifani, da Jacona e il suo reportage dello scorso settembre, ad altri articoli della stampa ed in particolare del Sole 24 Ore, alle timide proposte di Calenda nella finanziaria 2017), l’indifferenza, l’insensibilità generale sul tema, mentre la grande industria sta investendo milioni di dollari nello sviluppo e applicazione dei fattori abilitanti prelusivi alla piena attuazione di questa rivoluzione.

Il piano del Ministro Calenda sull'industria 4.0
La crisi del 2007 ha dato una spinta notevole a questo processo rivoluzionario, molti paesi industriali e non, si sono incamminati su questa strada mentre occorre rilevare che, fatte salve le purtroppo poche eccezioni, in Italia si è cercata, non la strada della tecnologia, ma quella della riduzione del costo del lavoro.
Il tema è quello dello sviluppo tecnologico e dell’avvento di macchine sempre più raffinate, programmate, capaci di svolgere compiti anche complessi fino ad arrivare all’intelligenza artificiale. Questo tema introdotto da Ricardo nella terza edizione dei suoi Principi è ripreso da Marx nelle sue riflessioni sul macchinismo e sugli effetti di questo processo nella dinamica del capitalismo.
L’industria 4.0 costituisce il fronte su cui si confronteranno le industrie ed i servizi di tutto il mondo mettendo in atto la schumpeteriana “distruzione creatrice”, ovvero la distruzione di chi non sarà in grado di aggiornarsi alla rivoluzione tecnologica con la nascita di nuovi soggetti. Vengono quindi come conseguenti le politiche di valorizzazione del capitale umano, chiamato ad essere sempre più informatico e tecnologico portando alla “distruzione” del lavoro non qualificato.
Il ministro Calenda ha già preparato le misure per sostenere il piano Industria 4.0; il primo pacchetto di misure ruoterà intorno a cinque aree: investimenti in innovazione; fattori abilitanti; standard di interoperabilità, sicurezza e internet of things; rapporti di lavoro salari e produttività; finanza d’impresa.

Sullo scambio salario-produttività le trasformazioni indotte da industria 4.0 avranno un impatto dirompente. L’interazione tra robotica e forza lavoro è destinata a diventare più stretta e più efficiente e la prova del nove sarà l’equilibrio possibile tra le mansioni e i posti di lavoro che si perderanno e quelli che saranno creati o almeno riqualificati e potenzialmente premiati in termini salariali.

Una visione estrema di questo processo, ma che anticipa di molto ciò che sta avvenendo in questo periodo storico, la ritroviamo in Michael Turan-Baranowsky da cui traiamo il seguente pezzo (periodo primi anni del 1900):
Se tutti i lavoratori, ad eccezione di uno, sparissero e fossero sostituiti dalle macchine, questo solo lavoratore metterà in moto tutta quanta l’enorme massa di macchinario e, con l’aiuto di questo, produrrà nuove macchine e i beni di consumo dei capitalisti. La classe lavoratrice scomparirà, il che non disturberà affatto in definitiva il processo di auto-espansione del capitale.”

Paolo Sylos Labini, analisi su disoccupazione e tecnologia
Lo stesso tema è affrontato da Sylos Labini a pagina 218 del suo libro “Nuove tecnologie e disoccupazione”:
Ma che succede al valore e alla distribuzione del reddito in una economia completamente robotizzata? La risposta non può essere che questa: si deve ammettere che uno stato centrale munito come tutti gli stati di poteri coercitivi provveda alla redistribuzione del reddito seguendo come criterio guida non l’umanità la solidarietà o la carità, ma,più semplicemente l’esigenza di assegnare una destinazione razionale ai beni prodotti. Un criterio razionale potrebbe essere: a ciascuno secondo i suoi bisogni”.
Anche James Meade si è molto preoccupato per i problemi del modello redistributivo conseguenti ad una robotizzazione del modo di produzione.

La redistribuzione economica secondo James Meade

Si intravvedono due scenari: a) i robots sono di proprietà privata ed allora si va verso un neo-schiavismo dove il detentore dei mezzi di produzione deciderà l’assetto di una società di servi come quelli di Metropolis; b) i robots ed i mezzi di produzione sono socializzati ed allora si conoscerà un nuovo rinascimento.
Ancora una volta o socialismo o barbarie.
A me pare che su questo fronte siamo in pericoloso ritardo, noi, i lavoratori, la sinistra, i sindacati gli intellettuali i politici ma anche l’industria italiana (con le debite ma scarse eccezioni). A me pare che su questi temi dobbiamo ragionare pensando non solo ad un nuovo modello di produzione ma anche ad un nuovo modello di distribuzione (per esempio con un reddito per tutti come un reddito di cittadinanza).

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