Intervento al Forum-convegno “La via cinese e il contesto internazionale”, organizzato a Roma il 15 ottobre 2016 dalla rivista Marx21di Giuseppe Angiuli, responsabile Esteri Risorgimento Socialista,

Per tutti coloro che hanno a cuore l’obiettivo della costruzione di un nuovo mondo multipolare, basato su relazioni internazionali più stabili ed equilibrate, il ruolo geopolitico della Repubblica Popolare Cinese appare oggigiorno quanto mai decisivo ed insostituibile.

La Cina di oggi, infatti, dopo essere diventata un gigante economico di primaria grandezza, costituisce accanto alla Russia il decisivo fattore di contrasto e di alternativa al declinante unipolarismo occidentale fondato sul predominio del sistema politico-militare a guida USA-NATO.
A Roma, sabato 15 ottobre 2016, si è svolto un importante convegno dal titolo “La via cinese e il contesto internazionale”, organizzato dalla rivista Marx21 e dal suo direttore Andrea Catone, a cui hanno preso parte intellettuali, accademici e dirigenti politici della Repubblica Popolare Cinese, i quali hanno potuto esplicare i caratteri fondamentali del sistema politico-economico che ancora oggi essi definiscono orgogliosamente di tipo socialista, battezzandolo come “il socialismo dalle caratteristiche cinesi”.

Risorgimento Socialista al convegno sul socialismo cinese

Qui in occidente, anche per colpa di un sistema mediatico clamorosamente superficiale, l’opinione pubblica dispone di informazioni semplicistiche quando non apertamente menzognere sul sistema politico-economico del gigante asiatico, una grande nazione con una popolazione di più di 1 miliardo e 200 milioni di persone, la cui economia continua a crescere a ritmi impensabili per qualsiasi altro contesto al mondo. Una rappresentazione fuorviante, ancorchè largamente diffusa oggi in Europa, del sistema socio-economico cinese, vorrebbe assimilarlo ad un modello di turbo-capitalismo con proiezione imperialistica globale.
Tale visione è gravemente errata e risulta funzionale a chi, negando alla Cina (così come alla Russia) un ruolo di contrappeso allo strapotere degli U.S.A., intende favorire anche per il futuro il mantenimento dell’attuale status quo nel sistema delle relazioni internazionali.
La verità è che sono davvero in pochi a conoscere i passaggi fondamentali della storia recente della Cina, che hanno condotto il Paese del Drago, in meno di 100 anni, da essere un contesto rurale dominato da fame, miseria e grande arretratezza economica a diventare la prima potenza industriale e manifatturiera del pianeta, con notevoli risultati raggiunti anche nella redistribuzione interna delle ricchezze e nel consolidamento di una
discreta mobilità sociale verso l’alto.

Come ricordato nel corso del convegno dal filosofo marxista Domenico Losurdo, l’attuale Repubblica Popolare Cinese è nata nel 1949 a seguito della più grande rivoluzione anticoloniale della storia dell’umanità (1)
.
Liberatasi dall’occupazione prima britannica (con la fase delle guerre dell’oppio nell’ottocento) e poi nipponica, la moderna Cina Popolare è stata forgiata attraverso una lunga e sanguinosa guerra civile che vedeva contrapposti i nazionalisti (appoggiati dagli USA) e i comunisti guidati dal “grande timoniere” Mao Tse Tung. Quest’ultimo, dopo avere condotto il suo popolo verso la liberazione dal giogo imperialista, restava saldamente al comando della nazione fino alla metà degli anni ’70 del secolo scorso.

L’ultima esperienza significativa del lungo ciclo di governo maoista, la celebre “rivoluzione culturale” della fine degli anni ‘60, imperniata su uno sforzo drammatico di collettivizzazione generalizzata dell’economia, avrebbe ampiamente deluso e frustrato le aspettative di crescita economica del gigante asiatico, lasciando il Paese in una drammatica condizione di arretratezza sociale e di povertà.
Soltanto alla fine degli anni ’70 il gruppo dirigente del Partito Comunista Cinese, distinguendosi nettamente da quello del partito-fratello dell’URSS, accettava dunque di fare autocritica e prendeva atto della impossibilità per una economia interamente collettivizzata di assicurare un adeguato sviluppo dei mezzi di produzione e di soddisfare gli immani bisogni alimentari della popolazione. A quel punto, la nuova leadership del P.C.C., incarnata nella figura di Deng Xiao Ping, avviava un ciclo inarrestabile di riforme basate su una apertura controllata al mercato ed agli investimenti di capitali occidentali.
E’ rimasta celebre una frase dello stesso leader Deng secondo cui, “prima di redistribuire la ricchezza, abbiamo bisogno di crearla”. A questa frase si accompagnava la consapevolezza del gruppo dirigente cinese sul fatto che, in un Paese così immenso e sovrappopolato, la contraddizione principale non fosse più quella tra capitale e lavoro bensì quella tra i grandi bisogni sociali della popolazione ed un apparato produttivo ancora arretratissimo ed inadeguato.

Quando il gruppo dirigente di Pechino siglò i celebri accordi di disgelo con Washington, consentendo la nascita, a partire dai primi anni ‘80, di un rapporto di interdipendenza profonda tra il sistema economico occidentale e quello cinese, furono in tanti a gridare al fallimento del modello socialista della Cina, a loro dire irreversibilmente incamminatasi verso la omologazione al capitalismo fordista oltre che verso la più classica resa all’imperialismo occidentale.

 

Il socialismo con caratteristiche cinesi realizzato da Deng Xiaoping

Il leader cinese Deng Xiao Ping, protagonista della fase delle riforme a partire dal 1978

 

Ancora oggi, specie nel mondo della sinistra europea, sono in tanti a bollare la Cina come Paese semplicemente “capitalista”, senza sforzarsi almeno di comprendere i princìpi di fondo sui quali è stata edificata l’impalcatura politico-economica del Paese negli ultimi 40 anni della sua storia.
Ciò che maggiormente ignorano i detrattori della Cina odierna è che l’attuale sistema economico del grande Paese asiatico, pur avendo aperto alla libertà di impresa, non ha mai aperto al liberismo ed alla libera circolazione di capitale. Come ricordato nel corso del convegno di Roma da Deng Chundong, Presidente dell’Accademia di marxismo presso l’Accademia Cinese di Scienze Sociali, la Cina degli ultimi decenni, nonostante abbia dato il disco verde agli investimenti privati, ha sempre mantenuto inalterata la subordinazione dei settori strategici dell’economia del Paese al controllo pubblico.
In particolare, nel sistema ad economia mista cinese, appare fuori discussione la predominanza dello Stato in ambiti decisivi come il sistema bancario, quello energetico e quello delle telecomunicazioni. Inoltre, nel contesto delle relazioni internazionali, va dato atto alla Cina, a torto definita da alcuni come “parimenti imperialista quanto gli U.S.A.”, di avere saputo coniugare il suo vivace protagonismo economico nel mondo (specie nel settore delle grandi opere infrastrutturali) con un rispetto sacro del principio di non ingerenza nelle questioni interne dei Paesi ove essa dirige i suoi investimenti finanziari.
Pur operando con grande disinvoltura dall’Africa sub-sahariana fino all’America Latina (da ultimo con la costruzione di un grande canale inter-oceanico in Nicaragua), la Cina non ha mai violato la sovranità politica di un solo Paese in via di sviluppo: tale prassi segna una grande differenza con la sfacciata politica di ingerenza degli U.S.A., al punto che ci vuole davvero un bel coraggio a mettere la nazione del Drago sullo stesso piano dei Paesi tradizionalmente imperialisti come U.S.A., Gran Bretagna, Francia e Giappone.
All’interno del sistema integrato dei Paesi BRICS, la nuova grande Banca Mondiale di Sviluppo con sede a Shangai e che vede nella Cina il suo principale finanziatore, segna la sua principale distinzione rispetto al sistema imperniato su F.M.I. e Banca Mondiale di Washington per il fatto di volere prediligere gli investimenti produttivi alla speculazione finanziaria.
A ciò si aggiunge lo strenuo tentativo di Pechino di imporre al sistema finanziario mondiale, ancora oggi prevalentemente basato sul dollaro-carta straccia (cioè su una moneta priva di alcun valore intrinseco ma che acquista domanda solo fintanto che viene imposta come divisa per le transazioni petrolifere), l’adozione di un nuovo paniere diversificato di monete, tra cui lo yuan cinese. In questo contesto, a seguito della recente uscita della Gran Bretagna dall’U.E., la City di Londra appare destinata ad affermarsi come la prima piazzaforte finanziaria dello stesso yuan.
Come detto, negli ultimi tempi, alla luce del rafforzamento dei suoi stretti legami con la Russia di Putin, la Cina è diventata il perno della costruzione di un nuovo ordine mondiale non più soggetto all’unipolarismo occidentale. Ben consci della crescita di strutture e competenze militari nell’attuale Cina, gli Stati Uniti d’America stanno mettendo in atto delle ripetute provocazioni nel mare cinese meridionale, con l’obiettivo malcelato di circondare il gigante asiatico dai suoi confini marittimi.
Inoltre, gli stessi nordamericani continueranno ancora a lungo a frapporre ogni ostacolo possibile ad un processo di interazione tra Cina e Paesi europei, un processo che vorrebbe affermarsi per mezzo di quella nuova via della seta che il governo di Pechino sta faticosamente provando ad aprire al fine di rafforzare i legami eurasiatici.
Il socialismo con caratteristiche cinesi: un sistema in cui è permesso fare libera impresa ma nel quale un avido speculatore come George Soros non ha per niente vita facile e non a caso viene bollato come “terrorista finanziario” dallo stesso governo di Pechino.

In fin dei conti, il socialismo con caratteristiche cinesi è un nuovo modello di politica economica potenzialmente valido per tutti i Paesi che vogliano sposare gli aspetti più virtuosi di un sistema socialista lasciandone da parte gli elementi più discutibili, come la collettivizzazione forzata dei sistemi produttivi, un’operazione che, già messa in atto nelle esperienze comuniste del novecento, ha dimostrato di non poter produrre dei buoni risultati a causa dello scarso sviluppo dei mezzi produttivi.

Un socialismo, quello cinese, basato su saldi princìpi della tradizione orientale come il senso di giustizia e la fiducia nei rapporti interpersonali ma che, prima di ogni altra cosa, è ispirato dalla costante ricerca della grande armonia, un antico valore confuciano che permea da millenni l’anima di questo popolo dalla vista lunga e da cui anche noi italiani ed europei avremmo a ben vedere tanto da apprendere.

1 Per approfondimenti storici sull’ultimo secolo e mezzo di vita della Cina, cfr. Diego Angelo Bertozzi, “Cina. Da sabbia
informe a potenza globale”, edizioni Imprimatur, 2016.

 

(Giuseppe Angiuli è stato responsabile Esteri Risorgimento Socialista fino alla fine del 2017)

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