Cosa ha in “cantiere” il governo Renzi per rilanciare l’economia, lo sviluppo del paese, la lotta alla disoccupazione in particolare quella giovanile?

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Questo governo così produttivo nel mettere toppe al sistema bancario massacrato dalla crisi del 2007, sta impostando la sua strategia per la prossima legge di stabilità ( e sviluppo non si dice più per decenza). L’esaltante incremento del PIL nel 2015 invita a proseguire per la stessa strada, quindi veniamo a conoscenza che si stanno studiando tra gli altri i seguenti provvedimenti:

• Riduzione dell’aliquota Irpef dal 27 al 26% e di quella del 38 al 37%
• Alternativamente ridurre le alquote Irpef da cinque a tre;
• Proroga di un anno della decontribuzione
• L’eliminazione del bollo di circolazione;
• Flat tax per per le società di persone;
• Riapertura dei termini per la voluntary disclosure;
• Aumento degli 80 euro a 100 ed estensione a pensionati o anche agli autonomi;
• Taglio di 4 o 6 punti dei contributi previdenziali;
• Prevalenza dei contratti aziendali su quelli nazionali negoziati dai sindacati.

L’impostazione che ispira questi provvedimenti è sempre la stessa: l’elemosina una filosofia tanto inconsistente quanto inefficace, frutto di una concezione dell’economia primordiale. Dando regali e bonus, e volendo accantonare il sospetto di acquisto di benevolenza, di consenso ovvero di scambio di voti, si pensa di facilitare le forze naturali del mercato a rinvigorirsi e a prendere il voto. Una fiducia ideologica tale negli “animal spirits”, da essere comparabile con la superstizione e con l’ignoranza che costituisce la sostanza del “pensiero unico liberista”.

Anni addietro si facevano politiche industriali, si governava avendo come obiettivo “la politica dei redditi”, c’erano persino programmazioni pluriennali basate sullo studio della struttura economica, sui flussi demografici, sui presumibili sviluppi della tecnologia, c’era persino il CIPE (comitato interministeriale per la programmazione economica); c’era una presenza pubblica nel futuro del paese. Oggi la politica economica governativa ha come ispirazione la devitalizzazione della dialettica sociale tra imprenditori e sindacati, la produzione di strumenti che rappezzino i guasti del capitalismo finanziario quali diligenti esecutori delle disposizioni che il capitalismo stesso ordina loro.

Ne deriva una deludente idea di democrazia che si limita a scegliere (?) ogni 5 anni gli esecutori di volontà estranee alla sovranità del popolo, ma prodotto del mondo finanziario.

Eppure uno sguardo alla struttura economica del nostro paese potrebbe, se se ne avesse la volontà e la capacità, suggerire interventi strategici sul nostro assetto produttivo, trasformando un governo eterodiretto in un soggetto politico propositivo.
Vediamo la seguente tabella (Fonte Franco Mosconi, Unipr e collegio europeo), che mette a confronto la struttura produttiva italiana e tedesca.

Tipo di imprese Italia Germania

Micro (0-9 dipendenti) 3.610.000 1.745.398
Piccole (10-49 dipendenti) 184.345 286.970
Medie (50-249 dipendenti) 19.370 54.300

Totale PMI 3.815.805 2.086.668

Grandi (> 250 dipendenti) 3.253 9.647

TOTALE IMPRESE 3.817.058 2.096.315

Dipendenti 15.000.000 25.000.000
Tasso di crescita 0.8% 1.5%
Tasso disoccupazione 11% 5%
Tasso disoccupazione giovanile 39% 7%
Debito pubblico 133% 72%
Produttività Eurostat nel decennio – 5 punti + 5 punti
Investimenti in R&S 1.2% 3 %

Il confronto strutturale è agghiacciante, quasi disperante e soprattutto ci fa capire quanto sia imbelle la politica economica del governo, quanto sia inadatta ad affrontare una situazione che continua a peggiorare, sfiorando l’arroganza della supponenza.

Attenzione però, nello squallore produttivo italiano ci sono eccezioni importanti e che ci danno speranza che con la una presenza di un governo governante si possa migliorare la nostra struttura produttiva e puntare ad un nuovo protagonismo del nostro mondo produttivo.

Penso a Solaria, un’impresa di Casalecchio sul Reno che su piattaforma Azure di Microsoft si è guadagnata uno dei primi posti al mondo nella gestione dell’IOT (Internet of things). Impresa talmente interessante da essere stata acquistata dalla stessa Microsoft. Ma penso anche a quelle imprese in Emilia Romagna che hanno ordini fino al prossimo autunno, lavorando anche nei giorni festivi e su più turni, nella produzione di robotica aziendale. Penso anche al settore moda e fashion che non conosce rivali.

Torna quindi la mia proposta di una alleanza strategica fra i soggetti del mondo del lavoro: gli imprenditori schumpeteriani e i lavoratori protagonisti. Alleanza soprattutto per combattere il capitalismo finanziario che dirotta sullo sterile settore finanziario investimenti che potrebbero essere invece produttivi di ricchezza; ma alleanza anche per corresponsabilizzare tutti i soggetti produttivi con forme di cogestione e collaborazione (e perché no cooperativizzazione). Il grande compito che ci aspetta e la gestione razionale degli effetti sempre più incisivi della tecnologia e della robotizzazione. Questo fenomeno va affrontato da subito puntando su una radicale valorizzazione del capitale umano atto ad essere soggetto proponente nei tempi della lean production, dell’industria 4.0 dell’arrivo dei robots. Ma va affrontato anche tenendo presente, oltre al modello di sviluppo, più socializzato e a più alto contenuto di valore aggiunto, il modello distributivo che non può più (o sarà sempre meno) basato sul tempo di lavoro ma sul volume della produzione.

Ritornano le opportunità della riduzione degli orari di lavoro, ma occorre cominciare sin da ora ad un modello redistributivo basato su due principi cardine che garantiscono: a) democrazia versus nuovo schiavismo, b) compatibilità tra produzione e potenzialità di consumo. Ecco che allora anche il reddito di cittadinanza cessa di essere un provvedimento assistenzialistico o una istituzionalizzazione del pauperismo, ma diventa un nuovo criterio redistributivo in un mondo in cui il lavoro sta subendo trasformazioni rivoluzionarie.

RENATO COSTANZO GATTI

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