Quasi sempre i “remake”- che siano cinematografici o politici- sono una pallida copia dell’originale. Ma non in questo caso. Perché “mani pulite”nella sua versione brasiliana è una vicenda che riproduce all’ennesima potenza quella dei primi anni novanta; al punto di evidenziarne con chiarezza accecante le radici profonde e i veri protagonisti.

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Per capire di che cosa si tratta, cominciamo con le fotografie apparse sui giornali stranieri. L’immagine di due folle. Quelle che plaudono all’impeachment di Dilma Rousseff; e quelle che protestano gridando al golpe.

Due folle fisicamente diverse, anzi opposte. Da una parte una bella borghesia bianca. Facce di gente realizzata e rilassata; che stona però con gli slogan violenti anzi feroci contenuti nei cartelli. Sono il “fuori”e il “vattene”che si riservano ai corrotti e agli oppressori, non ad un presidente regolarmente eletto e al quale non è stato formalmente contestato alcun reato se non quello, ancora tutto da dimostrare, di avere truccato i bilanci pubblici per mascherarne i disavanzi. Ma sono anche la “comunista”, la “terrorista” ( un’accusa che, al tempo dei generali, portò la Rousseff ad essere arrestata e debitamente torturata, per inciso il capo dei suoi torturatori è oggi oggetto di un tentativo di riabilitazione) e, per non farci mancare nulla, la “senza Dio”. Tutto frutto di “desiderio di pulizia”? Difficile crederlo, tanto più che quasi tutti i parlamentari che hanno votato per l’impeachment, per tacere dei dirigenti del movimento, sono o indagati o rinviati a giudizio per reati precisi e acclarati, in buona parte contro la pubblica amministrazione. Mentre è del tutto evidente che a muovere la gente bene di San Paolo, di Rio o di Brasilia è, puramente e semplicemente, un desiderio di rivincita.

Di rivincita contro chi e che cosa ? Per intuire di che si tratta, guardate la fotografia apparsa , a voluto contrasto, su “ le Monde”. Un ometto magro ( fame atavica, non dieta recente), di colore e dall’espressione tra il ribelle e lo spaurito. L’immagine, appena caricata del popolo della Rousseff e, soprattutto di Lula ( anche lui, ovviamente, sottoposto al linciaggio pseudo giustizialista ma per avere negato di essere proprietario di un appartamento in un condominio); diecine di milioni di persone sottratte alla miseria attraverso una politica della spesa pubblica a suo tempo osannata da tutti ma che oggi viene rimessa in discussione in omaggio ad una, improvvisamente riscoperta, probità finanziaria.

E, allora, un nuovo scontro di classe con il tentativo, per ora coronato da successo, di rivincita dei ceti medi contro il proletariato, stile Spagna 1936 o Italia 1921-22? Sì e no. Sotto la superficie, questo sentimento c’è ( e basti leggere le “voci dal sen fuggite”in alcune interviste fatte sul tamburo); ma quello che ricopre e sintetizza il tutto è l’odio contro la stato redistributore e scialacquatore – e, in quanto tale fonte di corruzione- impersonato, nel corso di oltre dieci anni dal Pt di Lula e dai boiardi di stato delle grandi aziende pubbliche, come la Petrobras.

Un sentimento, attenzione, tenuto sotto traccia per lunghi anni: quelli in cui il “criminale Lula”è visto come uno statista equilibrato e lungimirante osannato da tutti non solo nel suo paese ma anche in europa e negli stessi Stati uniti. Ma sono gli anni in cui il mondo sviluppato cresce e ha fame di materie prime; e in cui la domanda internazionale alimenta un circolo virtuoso gestito, in Brasile come in Argentina, in Venezuela come in Bolivia dalle varie formazioni della sinistra populista in una logica di “giustizialismo sociale” e di espansione della sfera pubblica.

Successivamente, però, con il ritorno delle vacche magre, tutto cambia. E la dialettica politica e sociale assume i tratti di un gioco a somma zero, malamente mascherato in termini di questione morale anche perché guidato da magistrati al di sotto di ogni sospetto e da politici con le mani piene di marmellata.

A questo punto, però , tutto rischia di degenerare al di là di ogni possibilità di controllo. E non a caso, proprio dagli ambienti del capitalismo internazionale, si manifesta simpatia per la “causa degli insorti”ma gli si invita, nel contempo, a non calcare troppo la mano. Giusto, anzi doveroso, riportare il brasile sulla retta via; meglio non lasciare troppe vittime lungo il percorso.

Su questo, sulle vittime e tutto il resto, noi socialisti italiani avremmo qualche consiglio da dare. Perché abbiamo vissuto lo stesso tipo di esperienze; e siamo ora in grado, guardandoci nel grande specchio brasiliano di comprenderne compiutamente la natura.

Comprendiamo oggi che la lotta alla corruzione e contro il potere politico che l’alimenterebbe è, al di là dei suoi apparenti protagonisti, una lotta di destra e con potenzialità oggettivamente eversive. Perché colpisce e delegittima la politica, le sue istituzioni e i suoi progetti. Allora, il golpe che oggi denunciano la Rousseff e Lula, colpì il partito socialista; ma come vittima designata di un progetto concepito e realizzato da una serei di forze interne ed internazionali; e con l’appoggio entusiastico della “ggente”. La prima tappa di una metastasi estesasi negli anni fino a coinvolgere tutto e tutti.

Auguriamo dunque, sentitamente, a Lula alla Rousseff, al loro popolo e allo stesso brasile di non rivivere la nostra esperienza.

ALBERTO BENZONI

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