Dopo anni per concordare con l’Europa una soluzione ai NPL (not performing loans) ovvero i crediti inesigibili accumulati dalle banche, il governo si arrabatta ora per trovare un veicolo che attui l’accordo fatto con Bruxelles.

Npl

L’aiuto di stato non si limita solo nel caso in cui lo stato paga (con i soldi dei contribuenti) i debiti delle banche, ma si configura anche nel caso in cui l’autorità pubblica impegni , ovvero ordini, ovvero eserciti imperio sui privati per salvare le banche, incrinando i principi del libero mercato.

Ma quando si parla di banche, siamo anni luce dal libero mercato, e quindi ogni soluzione individuata è sempre border line rispetto al ragionierismo delle prescrizioni europee.

Ecco allora il fondo Atlante (invenzione di Padoan, ma ufficialmente libera associazione di privati) che con banca Intesa, Unicredit, l’immancabile Cassa Depositi e Prestiti e una miriade di altre banche (tra le quali MPS), fondazioni, enti previdenziali, oltre a sottoscrivere il capitale di Banco di Vicenza e probabilmente di Banca Veneto, affronta l’acquisto dei famigerati NPL.

Gli NPL sono 350 miliardi, 200 di questi sono ridotti proprio male, tanto che le banche li hanno già svalutati a 80 miliardi ovvero il 40% del loro valore nominale. Il problema è che oggi come oggi, a valori di mercato, stante anche il precedente delle 4 banche salvate, quei crediti valgono il solo 20%. Ciò significa che se i bilanci delle banche fossero fatti con la correttezza dei criteri previsti dal codice civile, dovrebbero essere svalutati di almeno 40 miliardi (e tralasciamo le responsabilità di amministratori e sindaci a questo proposito). Ma una perdita simile è di tali dimensioni per cui essa è difficilmente sopportabile dal sistema bancario, tale che il sistema Italia non può sopportare. Ecco che allora il Fondo Atlante, fondo privato, deve conciliare due obiettivi inconciliabili: raddoppiare il valore di mercato di quegli assets per non far vacillare il sistema creditizio italiano, e, d’altra parte, sopravvivere economicamente nei conti economici da redigere ogni fine esercizio.

Indubbio sarà ed è l’aiuto del governo per far coincidere i due obiettivi: in primis uno stralcio alla legge fallimentare che permetta di recuperare almeno due anni in anticipo rispetto al trend attuale, e poi la deducibilità fiscale immediata ed intera di ogni eventuale perdita per dimezzarne l’impatto.

Insomma il lavoro del MEF sul fronte banche è enorme, ben congegnato, apprezzabile, anche se è indubbiamente ipocrita in quanto è un sostanziale aiuto di Stato.

Ma il punto vero è ancora un altro; tutto questo attivismo in zona cesarini, è la dimostrazione lampante che in questa fase storica il capitalismo finanziario detta le regole e i governi, a questo punto ridotti a meri esecutori di ordini altrui, non fanno altro che attuare, non più come espressione della volontà popolare, ma come vassalli dei poteri finanziari.

So già la riposta a quanto scritto; tutti bravi a criticare, ma in concreto che cosa avresti fatto che cosa controproponi.

La prima cosa mi chiedo perché Monti quando poteva farlo non ha attinto ai fondi europei, agli aiuti di stato autorizzati esibendo una sicumera che ha pure infastidito i burocrati europei. Secondariamente mi chiederei se la vigilanza di Banca d’Italia sia adeguata ai sempre crescenti casi di difficoltà del mondo delle banche, mi chiederei ed indagherei sulle procedure di concessione di prestiti e mutui, con il sospetto che la corruzione sia tra i principali consulenti di certi consigli di amministrazione. In terzo luogo cercherei di fare in modo che ad ogni favore concesso, corrispondesse una contropartita in termini di quote azionarie atte a far partecipare l’interesse pubblico nei consigli delle banche. Respingere il moral hasard e uscire dalla morsa del capitalismo finanziario a sostegno di un nuovo modo di operare del capitalismo produttivo, più partecipato e più ispirato a finalità sociali.

RENATO COSTANZO GATTI

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