E’ indubbia la crisi che il sistema democratico sta attraversando, e gli sbocchi di questa crisi sono preoccupanti.

La crisi che stiamo attraversando nasce, a mio avviso, da quattro componenti:
• Il crollo del muro di Berlino
• La fine del capitalismo produttivo
• Lo sviluppo tecnologico
• La fine dei partiti

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1. Il crollo del muro di Berlino

Il crollo del muro di Berlino, senza nostalgia per quanto c’era prima, ha costituito la fine di una delle due componenti della dialettica. E’ crollata l’antitesi ed è rimasta la tesi, che è divenuta “pensiero unico” che, buono o cattivo che sia, non è soggetto a critica dialettica e si trasforma in conformismo dilagante. Questa assenza di dialettica ha investito tutto l’universo sociale, scomparsa la “contestazione” degli anni 60, svaniti i girotondi viola, ritirata strategica della propositività dei sindacati, afasia degli intellettuali, rottamazione degli obsoleti. Il tutto per il trionfo dei mediocri.

2. La fine del capitalismo produttivo

Nel 2007 la crisi dei subprimes, culminata con il fallimento Lehamn Brothers ha rivelato al mondo intero il passaggio dal capitalismo produttivo al capitalismo finanziario. Anche qui rivelo una certa nostalgia per il capitalismo produttivo rappresentato dagli animal spirits di keynesiana memoria e alla “distruzione costruttiva” di Schumpeter. Tempi di trionfo del lavoro, della capacità produttiva dei fattori della produzione. Certo tempi di feroce sfruttamento, ma anche di lotte di classe e di risultati paradigmatici quali lo stato sociale (welfare state) culminato nel modello scandinavo.

Il passaggio è stato, usando i simboli marxiani da creazione di ricchezza a mezzo lavoro, a creazione di valore senza l’intermediazione del lavoro.
Da D – M –D’ a D – D’.

Ho usato volontariamente i termini ricchezza e valore, perché il capitalismo produttivo usando il lavoro creava ricchezza, il capitalismo finanziario crea un valore cui non corrisponde nessuna ricchezza creata. E’ una creazione virtuale, che, come nel 2007, alla fine con lo scoppio della bolla speculativa torna al valore-lavoro.
Questa filosofia, nonostante il crollo del 2007, ha un ruolo tuttora egemonico. Il capitalismo finanziario etero-dirige la classe politica. Gli eletti sono marionette del potere e quando andiamo a votare votiamo delle marionette ma chi comanda non è eletto.

3. Lo sviluppo tecnologico

Lo sviluppo tecnologico non è, in sé, un opposto alla democrazia, ma lo sviluppo tecnologico determinante un nuovo modo di produzione mette in moto delle rivoluzioni all’interno dei rapporti fra fattori della democrazia che incidono fortemente sugli assetti democratici. Fin tanto che questi sono dominati e governati, la democrazia può sopravvivere ed anche svilupparsi, se invece lo sviluppo tecnologico diventa sempre più dominio di pochi le conseguenti determinazioni democratiche vengono messe a dura prova. Il passaggio dall’agricoltura all’industrialismo ha determinato un assestamento dei rapporti tra le classi che ha trovato un suo equilibrio (instabile) con soggetti democratici quali i sindacati. Il passaggio dal fordismo al post-fordismo, all’altissima incidenza della tecnologia fino ad arrivare ad uno scenario rappresentato dalla completa robotizzazione in cui scompare il lavoro salariato comporta ulteriori attacchi alla prospettiva democratica che ad oggi non ha trovato ancora l’elemento equilibrante.

Questo scenario, quello della completa robotizzazione, ci prospetta due alternative:
• i mezzi di produzione sono di proprietà di pochi oligarchi; scompare il lavoro salariato, finisce il capitalismo, ed il possessore dei mezzi di produzione, dei robots, decide come distribuire i prodotti a chi distribuirli, come devono essere consumati, come, a che condizioni. In pratica la prospettiva è lo schiavismo.
• I mezzi di produzione sono socializzati ed allora ad un nuovo modello di sviluppo si affianca un nuovo modello di distribuzione che, con la socializzazione, diventa la palestra della nuova democrazia.

4. La fine dei partiti

Il popolo sovrano nel scegliere i suoi rappresentanti trovava nei partiti quella creazione di cultura (qualunque fossero i valori) che rendeva “consapevole” l’espressione del voto. I partiti erano le scuole delegate a formare il filosofo che c’è in ciascuno di noi. Erano scuole di libertà che davano un senso ed un contenuto alla democrazia. Il trionfo della filosofia Reagan-Tatcher-Berlusconi ha stravinto nella cultura dei giorni nostri. Il leaderismo ne è la necessaria conseguenza. Che quando si vota per un referendum non si risponda mai al quesito in sé, ma si decada in una lotta pro o contro il capo, è un’altra conseguenza di questa cultura.

SINISTRA PER ROMA

Il voto alle prossime amministrative è soprattutto il tentativo di ricreare, votando per “SINISTRA PER ROMA”, una coscienza sociale comunitaria (opposta all’individualismo), una coscienza critica (opposta al dilagante conformismo), di ricreare i partiti (opposti ai comitati elettorali), di ridare potere ai cittadini (e non emarginarli a scegliere marionette), di rifondare la democrazia ( opposta alla oligarchia attuale). Populisti è un termine dispregiativo, ma è una reazione (sbagliata) all’esistente. Ricreare la democrazia, non solo in Italia ma soprattutto in Europa. E in ciò condivido il pensiero di Yanis Varoufakis e del movimento DIEM25.

RENATO COSTANZO GATTI

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