In questi giorni ha fatto irruzione nel dibattito pubblico la consueta polemica che da vent’anni viene utilizzata dal Potere per sviare l’attenzione su temi centrali della vita sociale dei cittadini.

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Il nunzio congeniale per la tradizionale operazione mistificatoria è stato Piercamillo Davigo, nuovo presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, il quale ha posto la questione della corruzione come il problema dei problemi che investe la sfera politica.

Da quando la Ragione neo-liberista, nella sua versione anarchica degli ultimi anni, quella che prevede la distruzione dello Stato come elemento essenziale per permettere alla finanza internazionale di operare indisturbata e di sostituirsi alla politica nella sfera della decisione, quella della corruzione è stata la clava utilizzata dai suoi sacerdoti  per screditare ed immiserire tutte le componenti che permettevano il corretto funzionamento della vita democratica e che garantivano quello che lo stesso Stato aveva il compito di proteggere, il legame sociale.

La questione ha storia antica, ed in Italia il primo politico che tradì la propria funzione fu Enrico Berlinguer nel momento in cui prese di mira la spesa pubblica, come fonte di corruttela generalizzata, e pose la “questione morale” come elemento centrale e programmatico dell’allora Partito Comunista Italiano. In quei tempi  l’economista Federico Caffè fu l’unico che intravide il pericolo, redarguendo Berlinguer dalle colonne dell’Espresso  ricordandogli che, senza spesa pubblica, nessuno sarebbe stato in grado di garantire una visone alternativa a quella aprioristica dettata dal mercato.

Ciò che oggi si vuole celare è la perdita completa della funzione della politica, il completamento della tirannide bio-capitalista, così ben descritta da Agamben, quando sostiene che oggi la politica non è più lotta e competizione per la conquista dello Stato, bensì è mezzo per il controllo dei volti e del linguaggio delle persone, nel momento in cui ciò che oggi realmente ci governa, estende il dominio del capitale dalla sola attività produttiva alla vita nel sua interezza.

Se quindi la Ragione neo-liberista distrugge le sfera politica riducendola a mezzo per l’estensione dell’apriorismo economico essa è perfettamente correlata con gli insegnamenti della Scuola di Francoforte sullo sviluppo del capitalismo, quando Adorno, Horkheimer e Marcuse ponevano la Ragione strumentale come elemento ordinatore della modernità e di conseguenza il pensiero dell’essere umano relegato a mezzo per l’organizzazione ordinata dai fini aprioristici della scienza, intravedendo la stretta correlazione tra pensiero positivista e la dottrina dell’economia politica.

Per cui il gioco delle parti di questi giorni è particolarmente stucchevole, nel momento in cui chi oggi ricopre cariche pubbliche è perfettamente consapevole dell’inutilità del proprio ruolo e relega i propri mandati all’esecuzione tecnica di “consigli” che provengono dalle sfere in cui la formazione delle decisioni ha una propria logica, coerente con il sistema di dominio contemporaneo, che è quella della legittimazione economica.

Per questo motivo il vero attacco operato dalla magistratura, con la complicità della classe dirigente post-ideologica che si è prostrata al dominio delle sfere finanziarie e mondialiste, è il rapporto tra territorio e sovranità popolare, connessione inscindibile delle democrazie sociali nate nel dopoguerra, quando il ricordo della genesi del fascismo internazionale, non permise alle classi dirigenti di allora, di allargare il dominio economico alla sfera dello Stato, il quale, attraverso la protezione delle Costituzioni, si solidificò come garante del rapporto tra capitale e lavoro e come protettore di valori non esclusivamente mercantilistici.

Ma per permettere la distruzione di quella connessione e lo svuotamento della sovranità popolare è stato necessario depotenziare lo Stato attraverso l’imposizione di direttive sovranazionali che indirizzassero le decisioni in assenza di dialettica democratica, e caricarle del peso dell’urgenza e della necessità e, così facendo, instaurando quella che oggi è la più grande struttura totalitaria della Storia, la grigia e tecnocratica Unione Europea, la quale si è plasmata per eliminare alternative ideologiche e di visione, attraverso il controllo dell’economia sovrana degli Stati ed imporre riforme che, aprioristicamente appunto, sono presentate come indiscutibili.

Per cui anche il referendum sulle modifiche costituzionali operate dal governo Renzi, prossimo cavallo di battaglia di quella che impunemente si autodefinisce sinistra, appare del tutto privo di senso politico, nel momento in cui la Costituzione italiana è stata svuotata di contenuto nei suoi principi fondanti ed appare a qualsiasi cittadino, oggi in perenne lotta per la sopravvivenza quotidiana, inapplicata e lettera morta.

In questo senso appare surreale il fatto che, i vari promotori del No referendario, nel momento in cui gli stessi Presidenti della Repubblica, succedutisi negli ultimi vent’anni, quelli che avrebbero dovuto custodire lo spirito ed il senso più profondo della Costituzione, hanno in realtà partecipato attivamente e con coscienza alla sua defenestrazione (con l’apoteosi del 2011 quando Giorgio Napolitano operò un vero e proprio colpo di stato tra gli applausi generali), recependo passivamente tutte le “raccomandazioni” neo-liberiste dettate dalle strutture sovranazionali, non alzarono un dito, mentre oggi, quando al contrario le modifiche costituzionali toccano parti della stessa Carta dai contenuti meno ideologici e più organizzativi, si preparano indignati a sfilare in piazza, ma solo perché le stesse modifiche opereranno dei tagli alla rappresentanza e quindi alla spartizione di rendite di posizione.

Chi non prende coscienza di questo nel mondo della sinistra, mente sapendo di mentire, e non sarà mai in grado di porre all’attenzione pubblica il vero snodo che riguarda il rapporto tra territorio e sovranità popolare e non potrà mai comprendere che la vera battaglia politica si configurerà, negli prossimo futuro, per la riappropriazione da parte dello Stato di quelle prerogative che permetterebbero il corretto funzionamento della sfera democratica e che indirizzassero le scelte a protezione dello stato sociale, così come Sanders ha tentato di fare negli USA durante lo svolgimento delle primarie. In Italia questa lotta potrà avere senso solo se una nuova classe dirigente si spendesse per il ripristino della Costituzione Italiana del 48, non riveduta e non corretta, con la conseguente ed immediata uscita dall’Unione Europea.

Coscienti del fatto che trattasi di operazione ancor più complessa nel momento in cui, la propaganda, il marketing politico, le agenzie di comunicazione, la pubblicità ed il sistema mediatico hanno, in questi anni, anche attraverso l’uso della tecnologia, convinto la maggioranza dei cittadini, anche delle classi subalterne, che lo Stato è foriero di imposizioni illegittime e che ostacola la piena realizzazione di sé che passa attraverso una libertà presentata come mera aspirazione individuale, slegata da ogni tipo di comunità, libertà di accedere ai falsi bisogni del consumo di massa, che oggi sono congeniali alla visione del mondo del dominio neo-capitalista, che appunto rende la libertà aspirazione uniforme per tutti in aperta contraddizione con il suo presupposto logico al fine di presentare la società come aggregazione di singoli individui ed invertendo il significato marxiano della società senza classi : tutti siamo liberi sì, ma solo di desiderare le medesime cose.

Chi oggi non ha chiari questi presupposti tradisce anche la lezione di Gramsci che oggi si vorrebbe relegare a mero pensatore determinista nel momento in cui lo si presenta come organizzatore della struttura di Partito, dimenticando che lo stesso Gramsci riteneva essenziale la comprensione di quella che chiamava “necessità storica” che presupponeva la consapevolezza dei fini dell’agire attraverso una corretta interpretazione della Storia (che è storia dello spirito dell’essere umano), unico mezzo per contrastare quello spontaneismo che acriticamente era portato ad accettare l’ineluttabilità degli avvenimenti e per trasformare la massa in classe cosciente.

FERDINANDO PASTORE

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