Il testo più famoso di Schumpeter si intitola “Capitalismo Socialismo e Democrazia”. E’ uno dei testi che segnano il pensiero moderno e l’autore entra spesso nei miei scritti quando parlo dell’imprenditore schumpeteriano.

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Oggi però voglio riportare parte di un articolo che Guido Rossi ha pubblicato oggi sul Sole 24 Ore, il cui contenuto ho riassunto nel titolo di questo pezzo “Populismo Capitalismo e Democrazia”.

Scrive dunque Ernesto Rossi:

Una democrazia ridotta ad una mera rappresentatività, nella quale l’unico diritto è costituito dalla facoltà di scegliere il proprio rappresentante, non è democrazia, come ha giustamente fatto notare John Dunn (Il mito degli uguali. La lunga storia della democrazia).
(…)
Dopo la caduta del muro di Berlino la globalizzazione economica, alla quale è seguito in larga misura l’affievolirsi della sovranità dei singoli Stati, ha portato ovunque al sopravvento dei dogmi del capitalismo finanziario. La politica è parsa in balìa della finanza, che ne ha dettato le azioni, ne ha sollecitato i provvedimenti, insomma, ha comandato senza governare, senza prendersi la responsabilità dell’azione politica. I singoli Stati, ormai, sono diventati vittime quasi inermi della stessa speculazione, lontana da ogni efficiente disciplina internazionale. Sicché anche le stesse democrazie sono state eterodirette e costrette sempre più a privilegiare i diritti dei loro creditori (speculatori) rispetto ai diritti dei cittadini. In questo non si crea un problema esclusivamente economico, come si vorrebbe dipingerlo, sminuendolo, ma costituisce il vero problema politico, che ancora deve essere complessivamente messo a fuoco.
Cosa rappresenta il voto, se chi comanda non è eletto dal popolo? E’ proprio su questa situazione paradossale che si è instaurata la nuova stagione del populismo politico.
Dove la speculazione e la finanza controllano la politica, la stessa democrazia e i diritti dei cittadini diventano sempre più traballanti. Quasi a confermare una parte delle tesi marxiane. (…)
Sembra oggi inutile fare ancora riferimento al capitalismo industriale, o ai problemi prioritari dell’occupazione, che pur avevano avuto negli anni una solida teorizzazione, poiché essi sono stati completamente sostituiti da altre forme di capitalismi, condizionati dall’espandersi globale di una dirompente finanza speculativa, più virtuale che reale, aiutata da uno sviluppo tecnologico incontrollabile. Capitalismi caleidoscopici, dunque, che hanno messo in discussione sia gli Stati, sia le loro strutture istituzionali.
La coesistenza armonica tra capitalismo e democrazia si era realizzata solo nel periodo del “welfare state” ma si è definitivamente rotta negli anni ’80 del secolo scorso, quando l’andamento e lo sviluppo sempre più imponente della componente tecnologica ha scalfito questo rapporto, sostituendo al “mito degli uguali” l’ineguaglianza, sicché ora cercare di conciliare i due concetti sembra , come ha scritto Habermas, andare alla ricerca della quadratura del cerchio. (…)
Il problema vero in questo decennio non è quello di salvare il capitalismo, che prosegue nelle sue camaleontiche trasformazioni, ma salvare la democrazia, sottraendola il più possibile dall’influenza del denaro, della corruzione e dalle decisioni unilaterali di qualche capo popolo.

Mi ricollego allora alle mie riflessioni su ridemocratizzazione dell’Europa portata avanti dal DIEM”25 di Varoufakis, alle mie riflessioni sulla robotizzazione e quindi ad un nuovo modo di produzione che non richiede più tanto un nuovo modello di sviluppo ma un nuovo modello di ridistribuzione. Un filone di pensiero che il pensiero socialista non può non affrontare.

RENATO COSTANZO GATTI

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