Mancava, tra i 28 stati dell’Unione europea ( con l’eccezione di Spagna e Portogallo; ma, come vedremo tra poco, si tratta di un’eccezione che conferma la regola), soltanto la Germania. Ma adesso siamo veramente al completo. Perchè, dopo le elezioni del 13 marzo, anche in Germania la destra populista raggiunge una percentuale a due cifre; mentre la sinistra, di governo e radicale, non ha più la maggioranza. Un evento, quest’ultimo, propriamente epocale; nel senso che, dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, non si era mai verificato.

French far-right National Front party leader Marine Le Pen, second right, poses for photographers with Dutch far-right Freedom Party leader Geert Wilders, right, Austria's Secretary General of the Freedom Party Harald Vilimsky, second left, and Federal Secretary of Italy's Lega Nord Matteo Salvini after a meeting with EU far-right parties at the European Parliament in Brussels, Wednesday May 28, 2014.  Marine Le Pen, the French shock winner in the European elections, has come to the home of the European Union, the organization she blames for undermining France's economy, hamstringing its sovereignty and flooding it with immigrants. (AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)

(AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)

Facile, a questo punto, il fare due più due. I populisti di destra che crescono, soprattutto nell’elettorato popolare. La sinistra di governo e quella più radicale che perdono una grandissima parte del loro elettorato tradizionale. E, come effetto scatenante, l’immigrazione; o, più esattamente, l’immigrazione incontrollata.

La distinzione è fondamentale. Non è, insomma, la percentuale di extracomunitari presenti in un determinato paese a determinare la reazione populista. E, a rigor di termine, non lo è nemmeno la maggiore o minore presenza di islamici al loro interno. Perchè, se così fosse, le destre xenofobe dovrebbero fiorire in Spagna e Portogallo ( o nel nostro mezzogiorno) ed essere pressochè assenti, invece, nei paesi dell’Est; mentre si verifica esattamente il contrario.

E, allora, questa è almeno la nostra ipotesi di lavoro, ad essere determinante nel generale smottamento politico-psicologico in atto nel nostro continente non è il passato dell’immigrazione ma il suo futuro. Insomma, il suo carattere incontrollato.
Guerra tra poveri ? Razzismo, xenofobia? Sarebbe consigliabile usare termini meno sprezzanti e carichi di indebiti giudizi valoriali. Meglio parlare, a spanne, di un confronto ( dagli esiti potenzialmente drammatici) tra penultimi e ultimi. intendendo però per tali da una parte i ceti popolari partecipi- sia pure in una condizione sfavorita- di un sistema di cui sono parte integrante e, dall’altra, tutti coloro- immigrati, stranieri, diversi- che di questo sistema non fanno parte. Perchè non possono; o, peggio ancora, perchè non vogliono.

Non possono? Non vogliono? Qui non ci sono riscontri cui affidarsi; nè discorsi razionali cui fare riferimento. Nulla è certo; tutto è possibile. E il senso di frustrazione e, insieme, di abbandono dei penultimi di fronte al franare dell’universo in cui sono vissuti rischiadi incanalarsi in imprevedibili e pericolose direzioni.

Molto dipenderà da quello che le classi dirigenti faranno e/o sapranno dire. Sino ad ora esse hanno taciuto. O, se hanno parlato, lo hanno fatto ( con la sola eccezione della Merkel e del nostro Renzi) nel senso della chiusura dettata, insieme, da pregiudiziali ostilità e da un sentimento di impotenza. A contrastarla, ma in nome del valore religioso e morale, la sola Chiesa cattolica di papa Francesco: una barriera importante ma del tutto insufficiente.

A sinistra, il silenzio, interrotto di tanto in tanto da voci discordanti. Pure avremmo molte cose da dire: perchè tutta l’esperienza secolare del socialismo democratico è intessuta dalla tensione permanente tra penultimi e ultimi, tra interni ed esterni al sistema: proletariato e sottoproletariato, occupati e disoccupati, ceti avanzati e ceti marginali, diritti generali acquisiti e diritti particolari negati,e, appunto, proletariato interno e proletariato esterno; e perchè abbiamo sempre ritenuto che queste contraddizioni potessero e dovessero essere risolte solo nel contesto della crescita complessiva delle nostre società. In un processo di inclusione che, partendo dagli inclusi si sarebbe fatalmente esteso anche agli altri.

Pere tenere fede a questo indirizzo, potevamo e dovevamo prendere le mosse dalla crisi aperta nel 2007 per rilanciare il ruolo dell’Europa come punto di riferimento politico di un processo di rilancio dell’investimento pubblico e di riduzione delle disuguaglianze, in un contesto di internazionalismo pacificatore. Mentre ci siamo mossi in una direzione esattamente opposta: concorrenza al ribasso tra gli stati in termini di diminuzione dei costi del lavoro e dei servizi sociali; austerità paralizzante; e, a coronare il tutto, la lunga e disastrosa serie delle guerre democratiche, riprese a livello nazionale all’insegna dello scontro di civiltà.
Scontata, allora, la perdita di consensi. La nostra gente ci sta abbandonando, perchè si sente abbandonata. E, con l’andar del tempo, recuperare sarà sempre più difficile.

ALBERTO BENZONI

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