Le recenti notizie che leggiamo sui giornali relativamente alle dimissioni del ceo di Telecom, dell’ingresso di Vivendi nel mondo delle tv italiane con i rapporti con la pay tv di Berlusconi, notizie che coinvolgono settori strategici come le telecomunicazioni TLC, richiedono un approfondimento ed alcune considerazioni che, nei limiti delle mie capacità, cerco di abbozzare qui di seguito.

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L’internazionalismo dei capitali

Il vero internazionalismo operante è quello dei capitali che hanno un DNA internazionalista. Questo internazionalismo si concretizza nei rapporti in tempo reale di tutte le comunicazioni di Borsa tant’è che tra Londra e New York è stato steso un cavo sottomarino riservato ai due Stock Exchange. Ma anche le transazioni comunicano tramite TLC in una rete mondiale, in tal modo si possono fare arbitraggi (compero a 4 a Hong Kong vendo a 4,6 a Milano) nel giro di qualche microsecondo. Ma su questo torneremo più tardi.

Se quindi un capitale francese Vivendi investe, o ha in programma di investire in Italia, ciò fa parte del gioco che stiamo giocando che si chiama scopa (ovvero capitalismo finanziario) e non si chiama briscola. Ci sono è vero delle resistenze quando si parla di “campioni nazionali” oppure di “italianità”, ma queste resistenze, più o meno forti nei vari stati, spesso fanno la fine che ha fatto l’italianità di Alitalia.

In fondo non dobbiamo stupirci di queste forme di circolazione dei capitali, in passato le forme erano violente e spesso accompagnate dalle armi (colonialismo) oggi rispondono alle leggi del capitalismo finanziario. Ma soprattutto non dobbiamo stupirci quando molta dell’azione del governo dai jobs act, alla revisione del codice di procedura civile, alla legge sui fallimenti etc. è stata fatta per attrarre capitali esteri, se poi capitali francesi o cinesi vengono e investono, trovo che ciò sia ovvia conseguenza del nostro operare e della fase storica che stiamo attraversando.

Il capitalismo internazionale e nazionale

Se poi i capitali arrivano, come quelli di Vivendi, in base ad un piano europeo di concentrazione delle TLC in tutte le sue espressioni, anche alla luce dell’incombente concorrenza della statunitense Netflix, direi che l’operazione, specie se concordata con imprenditori italiani (Berlusconi) per esempio sui prodotti di fiction, è un merito dello stare in Europa.

Netflix è presente in tutti i paesi eccetto Cina, Corea del Nord, Crimea e Siria.
Il lancio di Netflix in Italia è avvenuto il 22 ottobre 2015 con una presentazione a Milano, sede italiana, alla presenza dei vertici dell’azienda e di alcuni protagonisti delle serie autoprodotte (Taylor Schilling, Pierfrancesco Favino, Krysten Ritter,Daryl Hannah e Will Arnett). In Italia non è presente il servizio di noleggio via posta dei DVD, ma è presente solo il servizio di streaming on demand via Internet di film e serie tv. L’obiettivo di mercato è quello di vendere l’abbonamento a una famiglia italiana su tre entro il 2022.

Se tuttavia abbiamo bisogno che ci arrivino capitali da altri paesi, non possiamo non fare considerazioni sullo stato del capitalismo nazionale che, a mio parere, salvo purtroppo pochissime eccezioni, né investe in produttività preferendo investire in corruzione, né rischia preferendo terreni non competitivi (tipo l’edilizia almeno per ora) . Se pensiamo ad esempio che quelle casseforti rappresentate dai supermercati (dove si incassa in contanti e si tengono i fornitori per le palle) sono passate ai francesi (Carrefour e Auchan) lasciando le sole Coop e Esselunga, abbiamo una idea dello stato dell’imprenditoria italiana. Quando dico che l’imprenditore schumpeteriano è una vittima di un capitale che fugge e quindi un possibile parte dell’alleanza del mondo del lavoro, sto pensando a queste cose.

Gli assets strategici

Fatte queste premesse, entriamo nel l’argomento Telecom. Telecom rappresenta il proprietario delle reti di TLC ed è difficile dire che le reti TLC non siano un settore strategico per il nostro Paese. Oggi le reti sono come le armi nelle guerre del XX secolo, non è pensabile che esse passino in mano a stranieri magari privati. La strategicità di quelle strutture è di valenza indubitabile. Vanno fatte politiche atte a mantenere quegli assets sotto il controllo nazionale.

“A venti anni dalla privatizzazione ii tentativi di mantenere il controllo di Telecom in mani italiane hanno prodotto l’unico risultato di mortificare l’azienda e di consegnarla ai francesi di Vivendi che, per conquistare il ruolo di azionista di riferimento (del tutto giustificato col 24.9%) non hanno nemmeno dovuto pagare un premio” (Antonella Olivieri Il Sole 24 ore).

Attenzione, l’altra sera ad 8 e mezzo la Moretti ha sostenuto che se fossero messi in dubbio interessi strategici nazionali il governo non indigerebbe a esercitare la sua facoltà di utilizzo del golden power. Ma la Moretti dimentica di dire che poiché lo Stato non ha conservato neppure una azione, non ha titolo per intervenire in un’azienda privata ed inoltre Vivendi è un soggetto comunitario, verso il quale non potrebbe essere utilizzato il golden power.

Le reti Sparkle

Si potrebbe pensare di scorporare la rete nazionale e quelle internazionali della controllata Sparkle che ha 500 mila chilometri di cavi in fibra ottica (sì, 500mila chilometri) che s’intrecciano nel Mediterraneo e che attraversano pure l’Oceano Atlantico e quello Indiano.
Val la pena riflettere se, con un gruppo Telecom magari a controllo francese, per l’Italia è indifferente che questi 500 mila chilometri di cavi in fibra ottica in cui passano dati e informazioni siano controllati da azionisti non italiani?
E’ un asset strategico per l’Italia o no una società che entro la fine dell’anno completerà il cavo sottomarino sulla rotta Asia-Europa tra Singapore e la Francia? L’infrastruttura di rete, realizzata da un consorzio di 15 società di tutto il mondo, collegherà direttamente Singapore e l’Estremo Oriente con l’Italia e la Francia, e sarà pronto a fine 2016. Sono previsti 18 “landing point” nel mondo di questo cavo, inclusi quelli europei di Catania e Toulon, nel sud della Francia. E c’è Catania in quanto nel consorzio c’è Sparkle, altrimenti l’Italia non ci sarebbe. Il nuovo cavo fornirà una connettività attraverso 17 Paesi: Singapore, Malesia, Indonesia, Myanmar, Bangladesh, Sri Lanka, Pakistan, Qatar, Oman, Emirati Arabi Uniti, Yemen, Gibuti, Arabia Saudita, Egitto, Turchia, Francia e Italia.

Per questo – anche se non ci sono mai state conferme – sui mercati erano circolate di recente indiscrezioni di abboccamenti da parte dei colossi cinesi che avrebbero espresso mire sulla società controllata da Telecom.

Perché tanto interesse per la società Sparkle? I super-cavi sottomarini di Sparkle sono un asset di pregio – secondo quanto sostengono diversi analisti – quanto le reti strategiche di Snam e Terna, su cui non a caso si sono allungate le mani dei cinesi di State Grid, con l’ingresso in Cdp Reti con il 35%.

La concorrenza tra reti e per le torri

Va anche ricordato che esiste un altro gruppo di imprese che possiede progetta e posa reti: il gruppo Enel Metroweb.

I vertici di Telecom e di Metroweb hanno presentato il loro progetto all’Authority per tlc. Il progetto, che vede la presenza anche di Vodafone e Wind fa perno sul vantaggio competitivo fornito dall’operatore elettrico il quale, potendo utilizzare le linee elettriche aeree e o la rete a terra per inserire accanto ai cavi elettrici quelli in fibra, può ridurre in modo consistente gli oneri evitando di fare gli cavi.

Metroweb vede una forte partecipazione pubblica (F2i Reti TLC S.p.A. – 61,4%, A2A S.p.A. – 25,7%, Fastweb S.p.A. – 11,2%, management – 1,7%. Ma i soci di F2i Reti TLC S.p.A.sono Cassa Depositi e Prestiti e Fintecna)

Sarebbe deleteria una battaglia infrastrutturale tra incumbents che produrrebbe una copertura schizofrenica del territorio, ma lo stesso si può dire delle torri di ripetizione per la telefonia mobile. Sono questi tipi di infrastrutture che sono, anche nella miglior tradizione liberale, oggetto di monopoli naturali (sarebbe assurdo come avere due reti ferroviarie affiancate).

Come si muove il governo

Il “no comment” del governo non significa che esso si disinteressi della questione. Certo, come abbiamo visto, con Telecom poco può fare, neppure esercitare il golden power. Il non essere intervenuti quando il titolo era a 0.40, acquisendo una quota significativa a controllo pubblico non ci farebbe trovare in questa situazione.

Ma certamente nel gruppo Metroweb l’attenzione è alta. La presenza di CdP è significativa. E lì sappiamo che dopo aver inserito vertici di osservanza renziana (modificando per questo lo statuto e ottenendo il consenso mercenario delle fondazioni) la Cassa si sta muovendo con molta attenzione. Ma anche nella Sparkle c’è movimento per la posizione di presidente e si fanno i nomi di Andrea Bacci “amico e finanziatore del premier” e che farebbe parte del cerchio renziano facendo perno sul sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Luca Lotti, e di Bernabè che farebbe parte di un altro cerchio renziano che farebbe perno su Marco Carrai ben noto alle cronache di questi giorni.

RENATO COSTANZO GATTI

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