Non sono un esperto di manovre politiche né di campagne elettorali. Forse in economia ho le idee più chiare e mi è immanente il processo di causa effetto, rifuggo dalla teleologia ma capisco la dialettica tra obiettivi, mezzi per ricercarli e raggiungerli, nessi causali.

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Stimo vivendo con queste elezioni amministrative una battaglia campale fatta di posizionamenti, mosse della torre, rovesciamento di fronti, attacchi improvvisi, difese ad oltranza, sparigliamenti, candidati fantasma, vergini ingravidate, dead man walking, salvinate, insomma una confusione enorme dove sembra che a prevalere sia la decadenza della politica.

In questo marasma Risorgimento socialista ha deciso, convintamente di votare e far votare Fassina. Va bene ci sto, con tutte le mie riserve, ma ci sto. La domanda che mi pongo è però: qual è l’obiettivo strategico?

Checché ne dicano gli slogan, penso non sia scandaloso riconoscere che l’obiettivo non è Fassina sindaco. I sondaggi, per quel che valgono, lo accreditano ad un 4%, ma che se anche arrivasse al 10% è ben distante dall’area ballottaggio. Se l’obiettivo non è Fassina sindaco, credo, e più volte ce lo siamo detto, l’obiettivo è raggruppare le forze socialiste e di sinistra per iniziare la traversata del deserto. Noi come Risorgimento socialista ci siamo posti nella posizione di appoggiare la ricerca di questo obiettivo proponendoci come coagulatori di tutte le forze (chiamiamole così) che potrebbero riconoscersi in una nuova unità, federata o meno, ma decisamente alternativa ai poli costituiti dal PD, dal destra-centro, dai 5 stelle.

Siamo riusciti in questo compito, ci stiamo riuscendo? Franco Bartolomei afferma essere un successo l’aver posto con lungimiranza i presupposti di una aggregazione che faccia dell’alternativa la sua identità. E poi? Ci siamo chiesti perché Sinistra italiana sia presente soprattutto a Roma? Perché nasce nei vertici parlamentari e non dal basso? Quali azioni dispieghiamo per scendere tra le pieghe della società? Certo formiamo comitati per il NO alle deforme e il SI all’abrogazione dell’Italikum, ma come leghiamo queste fondamentali battaglie con il voto amministrativo? Dire NO è filosoficamente inadeguato. E’ sulle proposte di valori e contenuti che si costruisce una casa comune. Non è con il SI alle trivelle che si riesce a costruire una egemonia.

Ma restando alle amministrative di Roma (vedo che a Torino siamo molto più efficaci) la domanda è: che si farà quando al ballottaggio ci troveremo doverci confrontare con una scelta tra Giachetti e Reggi? Subiremo il ricatto del “voto utile” e smentendoci clamorosamente appoggeremo Giachetti? Oppure ci pronunceremo per i 5 stelle, che sinceramente si stanno meritando un ruolo importante ( e meritevole) (non come a Milano) e cerchiamo di avere un ruolo, un compito, una missione in questo appoggio? E con che speranza di aver successo là dove Bersani fallì?

O diremo di astenerci? Non credo che questa scelta sia il massimo del coinvolgimento. Potremmo anche invitare tutto il mondo degli astenuti a invalidare la scheda con un bel “Né l’uno, né l’altra”, cosa che, se raggiungesse la maggioranza relativa sarebbe un successo incredibile. Ma sarebbe il trionfo dell’anti politica?

Sinceramente sono molto confuso e incerto. A suo tempo proposi di concentrarci sulla grande battaglia dei referendum costituzionali e sull’italicum. Ma mi rendo conto che siamo in ballo e dobbiamo ballare. Solo che oltre a non essere un esperto ballerino non vorrei che l’orchestra e la sua direzione, fosse al di là delle nostre possibilità.

RENATO COSTANZO GATTI

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