L’economia politica è quella scienza, il cui soggetto è l’uomo, che studia i processi di produzione, riproduzione e distribuzione della ricchezza.

03-Economia-Politica

La struttura del processo produttivo si evolve dialetticamente nel tempo e quindi non è pensabile una economia politica data ed immutabile ma, al contrario essa ha per oggetto le mutazioni strutturali, comportate dalle lotte di classe, che l’economia subisce nel tempo.

Al centro dell’economia c’è l’uomo, come più avanti definito, che è il soggetto di questa scienza, respingendo quindi l’egemonia di altri fattori ed in primis l’egemonia se non la dittatura del capitale.

L’economia cui ci ispiriamo è una branca dell’umanesimo socialista che a partire da Marx e dal suo umanesimo, percorre gli ultimi secoli della nostra storia, sensibile ai principi di libertà, giustizia sociale, democrazia, eguaglianza in tutte le sue determinazioni, responsabilità e gestione del proprio destino.

Il nostro umanesimo non è un umanesimo etico, crocerossino (direbbe Keynes), umanitario, ma scientifico, nel senso che il socialismo scientifico è la strada per risolvere i problemi del genere umano, una necessità storica legata alla ratio.

La politica economica è l’azione politica per governare l’economia ed ha come finalità l’uomo, il suo benessere, la sua dignità.

L’azione socialista sull’economia agisce nel tempo storicamente determinato e tende ad una gestione programmata dell’economia, nel senso che le attività di produzione, riproduzione e distribuzione della ricchezza sorgono da una scelta consapevole e responsabile dell’uomo e non sono soggetti ad automatismi, presunti tali, eterodeterminati estranei quindi alla responsabilità e gestibilità del proprio futuro.

Non siamo pregiudizialmente contrari al mercato, siamo contrari all’estremismo radicale del mainstream per cui “il mercato ha sempre ragione”. Il mercato ha i suoi pregi e può essere uno strumento di monitoraggio e di verifica delle scelte operate, ma non potrà mai assurgere a decisore delle politiche.

Il nostro realismo in questo campo si ispira al principio per cui “la politica è l’arte del possibile”, ma, d’altro canto, siamo contrari ad un conformismo rassegnato all’esistente e siamo convinti che molti obiettivi ritenuti “impossibili” sono al contrario raggiungibili se fermamente e consapevolmente perseguiti sia con la forza della politica ma soprattutto con la potenza della cultura. Siamo realisti, vogliamo “l’impossibile”. Il primo atto di politica economica sarà quindi la conquista di una egemonia culturale nel senso comune dei cittadini. Riapriamo Le Frattocchie.

L’uomo che individuiamo nel soggetto dell’economia politica e come fine della politica economica, è “l’uomo sociale” immerso nella società, empatico con la società, dipendente dalla società, responsabile nella e per la società. Respingiamo l’idea e la cultura dell’uomo come “individuo” pur rispettandone la dignità, i diritti individuali, la libertà, ma la filosofia individualista è a nostro parere deleteria per lo sviluppo del genere umano. L’essere immersi nella società significa essere consapevoli che le differenze storicamente determinate in fatto di status, ricchezza, opportunità, redditi, libertà sono anomalie generate dall’egemonia capitalista del mondo occidentale. L’uomo socialista opera, anche in campo economico, per abbattere queste differenze, per una eguaglianza di punti di partenza e di opportunità più che per un egualitarismo acritico. In questo percorso le nostre politiche saranno alla ricerca di alleanze che rafforzino ed unifichino le forze del lavoro come naturali oppositrici delle forze del capitale, potendo individuare l’imprenditore schumpeteriano tra i naturali protagonisti sul fronte del lavoro.

L’Europa Sosteniamo l’obiettivo di un piano A di cui vogliamo farci promotori. Il piano A tende a trasformare l’Europa in senso socialista per cui la sua realizzazione passa attraverso la vittoria dei partiti socialisti in tutta Europa. Chimera? Forse, ma mai come oggi tutti gli europei sono insoddisfatti da questa Europa che vedono sempre più declinante, rinunciataria e regressiva.
Due sono i fronti su cui lavorare:
a) Abbattere il direttorio europeo dei capi di stato o governo dando pieni poteri al Parlamento europeo.
b) Rivoluzionare i trattati, da burocratici servi del mercato e delle autocrazie capitaliste, a strumenti di programmazione economica tesa a creare un’area economicamente e valutariamente ottimale.

Il primo obiettivo si ottiene, come dice il compagno Varoufakis, DEMOCRATIZZANDO L’EUROPA, passando da un direttorio autocratico a veri Stati Uniti d’Europa a regime federale e parlamentare.
Non servono fiumi di parole per spiegare quello che dovrebbe essere ovvio.

Il secondo obiettivo richiede il superamento del keynesismo espresso nel capitolo 24 della sua Teoria generale, ove sostiene che “Se lo stato è in grado di determinare l’ammontare complessivo delle risorse destinate ad accrescere i mezzi di produzione e il tasso base di remunerazione per coloro che le posseggono, esso avrà compiuto tutto quanto è necessario” per cui “non si vede nessuna necessità di un sistema di socialismo di stato che abbracci la maggior parte della vita economica della collettività. Non è importante che lo stato si assuma la proprietà dei mezzi di produzione.”

In sintesi l’opzione di affidarsi al mercato non dà alcuna garanzia che la politica di convergenza dei parametri dell’economia reale possa essere perseguita. Occorre una regia programmatoria senza la quale ogni sforzo potrebbe essere vano.

La revisione dei trattati deve porre come parametri regolativi, non gli stupidi parametri di Maastricht ma i differenziali tra pil potenziale e pil effettivo e programmando in un centro democratico, gli interventi di un budget europeo finanziato da project bond nei vari paesi onde far convergere le performances economiche europee assecondando le vocazioni industriali e professionali degli stessi verso un obiettivo economicamente ottimale.

Vediamo quindi tre livelli:
a) I servizi essenziali di uno stato del benessere europeo finanziati dalle imposte nazionali con rigido rispetto del pareggio del bilancio di tali spese correnti;
b) Gli investimenti di manutenzione e di innovazione locale, programmati dai singoli stati e finanziabili a debito seguendo la “golden rule di Delors”;
c) Gli investimenti strategici di livello europeo programmati dall’esecutivo espresso dal parlamento europeo e finanziati da project bonds europei.
Un esempio di tali interventi strategici potrebbe essere la costituzione, nel nostro mezzogiorno, della sede dell’hub per la distribuzione del gas in tutta europa, raccogliendo le varie forniture dal nord Africa, Medio Oriente e Russia.

In questo disegno possono essere previsti i seguenti sotto obiettivi:
• stoppare il “dumping fiscale” che si estrinseca o sotto forma di tax rulings, o nella rincorsa al ribasso delle aliquote finalizzate ad attrarre imprese e sollecitando la delocalizzazione;
• smantellare tutte le casematte del capitalismo finanziario, separando le banche commerciali (con possibilità di nazionalizzarle) dalle banche d’affari, ostacolando contratti come le super-cartolarizzazioni, le short sales nude, e ponendo alte imposte sull’eccesso delle quotazioni rispetto a parametri di price/value predeterminati.
• utilizzare la liquidità creata dal Quantitative easing della BCE per il finanziamento del piano Juncker potrebbe essere un primo passo, cui potrebbe seguire un budget europeo approvato dal Parlamento europeo finanziato con project euro bonds; insomma un avvio della programmazione europea con un recupero del protagonismo di “stati innovatori” ispirati a Mariana Mazzuccato;
• all’interno di questa logica consideriamo che i Certificati di Credito Fiscali siano uno strumento estremamente utile per creare un succedaneo alla “golden rule di Delors”, ovvero per finanziare progetti infrastrutturali produttivi programmati dallo Stato piuttosto che essere lasciati alla libera scelta dei mercati che non garantiscono un vero avvio del moltiplicatore keynesiano.
• promuovere nuove partecipative relazioni industriali impostate su un nuovo atteggiamento dell’imprenditoria e dei sindacati, e tesi a sperimentare la “partecipazione incisiva” finalizzata ad accrescere il contenuto tecnologico e qualitativo del nostro “lavoro” ed a valorizzare il capitale umano;
• vigilare sulla impostazione della “bad bank” in modo tale per cui nessun onere ricada, neppure indirettamente, sui contribuenti e, se ciò dovesse avvenire, sia previsto uno scambio tra eventuale indennizzo erogato dallo Stato e cessione allo stesso di contropartite patrimoniali.
• Il sistema attuale ha portato ad un ulteriore balzo in avanti della mala-distribuzione così come misurata dall’indice Gini; le grandi ricchezze sono il risultato di questo sistema; dobbiamo pensare ad un indennizzo. Prendiamo allora in forte considerazione una imposta patrimoniale sulle grandi ricchezze finalizzando il gettito alla riduzione del debito pubblico. Una mossa del genere permetterebbe di non emettere titoli pubblici per molti mesi (fino ad un anno) ridando una credibilità e una tranquillità internazionale inedita, premessa per l’accesso di capitali e per la crescita economica;
• Studiare a fondo il TTIP e denunciarne ogni asimmetria lesiva dell’indipendenza europea e della sua libertà di operare con tutti i paesi del mondo (Isis escluso).

Non siamo pregiudizialmente contrari ad un piano B che tuttavia riteniamo una fuga dal campo di battaglia senza provare neppure a combattere. Non inneggiamo all’Islanda né alla Grecia di Tsipras. La Grecia ci ha insegnato che se si rinuncia a combattere, come indicava Varoufakis, si è già perso. Tuttavia auspicando che tutti si schierino a favore del piano A, possiamo accettare di fissare un termine temporale o fattuale in cui tutti insieme passiamo dal piano A al piano B.

Il futuro che si presenta di fronte a noi, e ne siamo consapevoli, potrebbe portare a situazioni strutturali completamente nuove e inesplorate. In particolare l’incalzante processo tecnologico potrebbe portare al limite del processo esaminato da Marx con il “Macchinismo”, sviluppato da Rifkin, studiato da Sylos Labini e per il quale James Meade ha meritato il premio Nobel. Pensiamo alla robotizzazione ed alla scomparsa del lavoro salariato. Prospettiva angosciante ma non tanto lontana nel tempo come si potrebbe credere. L’alternativa posta da questa prospettiva ci prospetta un bivio:
• i mezzi di produzione rimangono privati ed il capitalismo si trasforma in schiavismo inteso che i possessori dei mezzi di produzione decideranno per tutti chi può consumare, cosa deve consumare, quanto deve consumare, agiranno cioè come dittature nel campo della distribuzione, dopo essersi appropriati del campo della produzione e riproduzione;
• i mezzi di produzione vengono sottratti ai privati o con una democratizzazione della proprietà (democrazia dei proprietari) o con la loro socializzazione. In ogni caso si pone la necessità di rendersi consapevoli che l’azione redistributiva operata sui flussi di reddito (ivi incluso il condivisibile “reddito di cittadinanza”) non è più sufficiente ma che sono necessarie azioni redistributive sugli assetti proprietari.

RENATO COSTANZO GATTI

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