L’intervento militare spiegato dalla Russia nello scenario siriano a partire dal 30 settembre 2015 sembra avere prodotto già oggi delle novità di grande rilevanza geopolitica.

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Le novità in campo

Da un lato, il sostegno russo fornito al governo di Bashar al Assad ha consentito all’Esercito Arabo Siriano (E.A.S.) di ribaltare la situazione sul campo di battaglia, mettendo in un angolo le milizie del vasto arcipelago islamista che assediavano Damasco fin dal 2011 e che hanno provocato delle immani distruzioni al patrimonio umano, civile ed economico del Paese, innescando dei flussi migratori di notevoli dimensioni verso l’Europa.

D’altro canto, il dispiegamento militare di Mosca, che non aveva precedenti nella storia di questi ultimi decenni, ha permesso ai russi di ripresentarsi sullo scenario globale con un ruolo di inedito protagonismo, costringendo l’occidente ed il mondo intero, per la prima volta dal 1991, a fare seriamente i conti con loro.

Per cercare di comprendere il carattere decisivo dell’intervento militare russo, è necessario operare una rapida ricostruzione su come si presentava la situazione in Siria fino a settembre del 2015 e sulla svolta che gli eventi hanno preso a partire da quel momento.

Come è stata destabilizzata la Siria

Com’è noto, la fase di destabilizzazione della Siria è iniziata circa cinque anni fa, nel febbraio del 2011, con la cosiddetta operazione delle “Primavere arabe”, presentata dai massmedia occidentali e da Al Jazeera come una rivolta popolare spontanea ma che in realtà era stata concepita fin dal principio all’interno di ben determinati centri strategici occidentali come una larga operazione di destabilizzazione del medio oriente.

Nonostante in Siria vi fossero e vi siano tuttora dei settori minoritari della popolazione che manifestano una effettiva contrarietà al clan alawita di Bashar Al Assad (al potere a Damasco da diversi decenni), la primavera siriana ha assunto fin dal suo inizio i classici connotati di una aggressione di segno imperialista alla sovranità del Paese ed è stata condotta dall’esterno dei suoi confini mediante un piano di attacco concentrico che ha coinvolto un gruppo ben assortito di attori internazionali, ciascuno dei quali ispirato da suoi specifici obiettivi utilitaristici.

Nel 2011, l’amministrazione Obama, in sintonia con alcuni settori filo-israeliani dell’establishment, si convinse della necessità di mettere in atto un piano che, col decisivo sostegno di alcuni alleati europei e regionali, avrebbe dovuto consentire di archiviare la lunga esperienza di governo laico-socialista di ispirazione nasseriana incarnata dal partito Baath per poi insediare al potere a Damasco alcuni settori della galassia del radicalismo islamico, tra cui i salafiti, i wahabiti e i tafkiristi.

Gli Usa, il Daesh e la Russia

Come si è detto, in questo piano di assedio alla Siria, i nordamericani hanno potuto contare sulla complicità di numerosi attori comprimari: Francia e Gran Bretagna, che non hanno mai del tutto dimenticato il loro passato ruolo coloniale nella regione vicino-orientale, la Turchia del neo-sultano ottomano Erdogan, desiderosa di assumere una nuova veste di potenza regionale e col malcelato obiettivo di costituire un neo-califfato islamico con baricentro Istanbul e infine le petro-monarchie del Golfo, in primis Arabia Saudita e Qatar, mosse da una grande ansia di dominio nel campo religioso e geopolitico e ben disposte a sovvenzionare generosamente i gruppi di miliziani islamisti reclutati da ogni dove – dalla Libia all’Afghanistan, dal Kossovo al Pakistan – purchè disposti ad irrompere nell’arena siriana al grido fanatico di “Allah è grande!” e mettere a morte l’”infedele” Bashar al Assad.

Nonostante tutta la canea mediatica da cui è stato investito Assad, la verità è che la gran parte del popolo siriano, a prescindere dall’appartenenza etnica o religiosa, è sempre rimasta fedele in questi anni al suo legittimo Presidente, opponendo una strenua resistenza per quattro anni e mezzo agli invasori insinuatisi nel territorio del Paese, soprattutto dai confini-colabrodo con la Turchia e la Giordania.

La situazione per l’esercito regolare siriano si è aggravata quando, nell’estate del 2014, ha fatto comparsa sul terreno di gioco l’ISIS (o DAESH secondo l’acronimo arabo) che è riuscito rapidamente ad occupare le ampie aree desertiche poste ad est del territorio siriano, con baricentro la città di Raqqa, proclamata capitale del nuovo califfato islamico.

Nel settembre del 2015, il Presidente siriano Assad, resosi conto che il suo esercito, seriamente messo in difficoltà nelle aree a nord e ad est del Paese, non ce l’avrebbe fatta da solo ad avere la meglio sugli islamisti, ha invocato l’aiuto militare della Russia e da quel momento le sorti del conflitto sono mutate di 180 gradi.

Secondo alcune fonti, l’intervento miliare di Mosca sarebbe stato assai gradito anche a Papa Bergoglio, che non ha potuto restare insensibile alle grida ed alle invocazioni di aiuto che gli pervenivano dalle comunità cristiane della Siria, anch’esse prese di mira, accanto alle istituzioni governative, dalle orde islamiste supportate da occidente, Turchia e petro-monarchie del Golfo.

E dunque, a partire dalla fine di settembre del 2015, l’aviazione di Mosca ha iniziato a bombardare incessantemente le postazioni delle formazioni di combattenti fanatici islamisti come ISIS, Jabat Al Nusra, Ahrar al-Sham (“Movimento islamico degli uomini liberi della Siria”) e Jaysh al-Islam, a cominciare da quelle già dislocate nella regione a ridosso di Lataqia, non lontana dalla località di Tartus, dov’è ospitata l’unica base navale russa in tutto il Mediterraneo, che ben presto avrebbe rischiato – in assenza dell’intervento dell’aviazione di Mosca – di finire sotto assedio.

Tale azione di bombardamento dall’alto ha consentito all’esercito di Assad di muoversi con molta maggiore disinvoltura sul terreno di guerra, lanciando in pochi mesi delle efficacissime azioni di contro-offensiva ai danni dei miliziani islamisti, che negli ultimi tempi sono stati costretti a ripiegare a nord verso il confine con la Turchia, dal cui governo hanno sempre e comunque continuato a ricevere sostegno in termini di munizioni, rincalzo di uomini e addestramento.

In questi ultimi giorni di febbraio, la situazione sul campo vedrebbe la città di Aleppo quasi del tutto liberata dalla presenza dei miliziani islamisti e quasi del tutto accerchiata dall’esercito regolare siriano, a cui si sono affiancate delle truppe speciali iraniane inviate da Teheran, diversi battaglioni di Hezbollah libanesi nonché, da ultimo, i combattenti curdi dell’YPG i quali, nativi della regione più a nord della Siria, si starebbero muovendo in sinergia col governo di Damasco e di recente sarebbero riusciti ad assumere il controllo di buona parte dei confini con la Turchia, frenando così per la prima volta il flusso di rifornimento per gli assedianti islamisti.

La Russia in Siria

Ma l’irruzione della Russia nello scenario di guerra siriano assume una rilevanza che va ben aldilà dell’essere riusciti a facilitare il ribaltamento delle sorti del conflitto.
Mosca ha mostrato al mondo un arsenale bellico di tutto rispetto, che ha sorpreso non poco gli analisti di strategia militare per il suo carattere di innovazione tecnologica.

Putin in questa fase è riuscito ad assumere un ruolo di inedito protagonista nella regione medio-orientale, smascherando l’ambiguità dei governi occidentali ed il loro doppio gioco tenuto nei riguardi del terrorismo dell’ISIS, che essi soltanto a parole avevano detto di voler contrastare, in realtà favorendone di fatto l’espansione tra Siria e Iraq.

Inoltre, la Russia è riuscita a fare cementare una solida alleanza politico-militare con i governi di Damasco, Bagdad e Teheran, a cui si sono aggiunti gli Hezbollah libanesi e alcune frange del nazionalismo curdo, tutti uniti da un fronte comune contro il terrorismo di matrice wahabita che rischiava di dilagare nella regione.

In questo momento, non è facile per nessuno dei contendenti prevedere gli esiti definitivi del conflitto, mentre i governi di Turchia e Arabia Saudita, sorpresi dal repentino ribaltamento delle sorti della guerra, minacciano di intervenire direttamente sul terreno con i loro eserciti regolari ed addirittura senza l’appoggio della NATO: l’unica cosa certa è che l’orso russo, dopo un lungo periodo di letargo, è tornato a mostrarsi al mondo intero in tutta la sua virilità e pertanto tale vicenda potrebbe segnare una svolta nel percorso di transizione da un mondo unipolare a guida USA-NATO ad un nuovo mondo a carattere multipolare in cui anche la Russia e le altre potenze emergenti del blocco BRICS sono chiamate a giocare un ruolo di primo piano.

GIUSEPPE ANGIULI

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