Secondo il bollettino Inps che ci perviene dai nostri eroi impegnati a far rialzare l’Italia, nei primi 11 mesi del 2015, periodo congruo per una prima, e non definitiva, valutazione del Jobs Act (misurandone gli effetti sui primi 7-8 mesi di applicazione) si sarebbero creati 1,64 milioni di nuovi contratti di finto tempo indeterminato, a fronte di 3,19 milioni di nuove assunzioni a termine. Solo 0,39 milioni di contratti a termine si trasformano nel contratto a tutele “crescenti” (?), nonostante gli ingenti incentivi contributivi, dimostrandone sostanzialmente la scarsa attrattività.

 

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Le imprese continuano a preferire la vecchia cara precarietà dei contratti a termine perché le aspettative non sono quelle di un consolidamento di medio-lungo termine della ripresa. Quindi, anche volendo aderire all’idea delirante che il contratto a tutele crescenti sia una fuoriuscita dalla precarietà, è evidente che questo obiettivo è completamente, e miseramente, fallito.

 

Proseguendo, apprendiamo che sul medesimo periodo abbiamo avuto 1,53 milioni di cessazioni di contratti a tempo indeterminato, per cui il glorioso contratto a tutele crescenti ha creato un saldo positivo pari ad appena 110.000 nuovi posti di lavoro netti, ovvero ben lo 0,5% in più del totale degli occupati! Naturalmente, siccome il rapporto Inps nulla ci dice circa le collaborazioni e le false consulenze trasformate in contratti a tempo indeterminato, l’incremento occupazionale generato dal contratto Ichino-Boeri potrebbe essere ancor più insignificante, al limite nullo se non negativo (è infatti significativo che le cessazioni di contratti a tempo indeterminato aumentino di oltre il 26% rispetto al corrispondente periodo del 2014, ma nessuno si cura di analizzare il perché di tale aumento, probabilmente almeno in parte alimentato da fenomeni di raiding sugli incentivi contributivi, con conseguente discarica successiva dei neoassunti, a fine periodo di fruizione dell’incentivo). Va rilevato anche che il grosso delle assunzioni con contratto tutele crescenti avviene per le classi di età over-30, con un picco per gli over-40. Naturalmente, siccome non è che uno entra nel mercato del lavoro a 40 anni, al netto di qualche sindrome di Peter Pan particolarmente acuta, evidentemente si tratta in larga misura di precari storici, titolari di contratti non rilevati dall’Inps (collaboratori, false partite Iva,…) che transitano nel contratto a tutele crescenti, non di nuova occupazione effettivamente aggiuntiva.

 

 

I dati Istat ci dicono che l’occupazione complessiva, nei primi 11 mesi del 2015 è aumentata, in termini tendenziali, di appena 180.000 unità, un incremento che quindi è attribuibile perlopiù ai contratti precari-precari, piuttosto che all’esperimento in vitro del Trio Cetra Ichino-Boeri-Poletti. Un incremento che andrebbe sottoposto, prima di sparare cazzate sulle virtù salvifiche delle norme di mercato del lavoro, ad uno scenario controfattuale, ovvero ad una simulazione basata sull’impatto del ciclo economico sull’occupazione legislazione del lavoro immutata. E così ci accorgeremmo che il piccolo salto in avanti dell’occupazione è attribuibile perlopiù all’altrettanto lillipuziano rimbalzo congiunturale del ciclo nel corso del 2015. Rimbalzo attribuibile a fattori come la necessità di ricostituire lo stock di investimenti fissi sopra il livello degli ammortamenti, le politiche monetarie espansive, il basso costo delle materie prime energetiche, cioè fattori sui quali la politica economica del Governo, se così la possiamo chiamare, non c’entra una mazza.

 

Poiché mi rendo conto che il termine “controfattuale” debba risultare lievemente ostico a Renzi, che penserà sia un diabolico arnese dei Gufi, e non una normale metodologia di valutazione delle politiche, dirò che emerge dai dati stessi dell’Inps la probabilità che l’incremento dell’occupazione sia dovuto a meri fattori ciclici, e non alle nuove legislazioni del lavoro. Infatti, gli incrementi occupazionali più pingui si verificano, guarda caso, in settori come il commercio o le costruzioni, che sono settori eminentemente pro-ciclici. E si tratta anche di nuova occupazione di medio-basso livello retributivo : in maggior parte operai ed impiegati esecutivi, con la percentuale più alta nella fascia di stipendio mensile compresa fra i 1.250 ed i 1.750 euro lordi. Circa il 39% dei neo assunti con contratti a tutele ichiniane percepisce meno di 1.500 euro mensili lordi. Stiamo parlando quindi di gente che in busta-paga vede arrivare stipendi di 1.000-1.200 euro mensili. D’altro canto, il mini-job all’italiana costituito dai voucher esplode su percentuali di incremento preoccupanti.

 

Renzi vuole una valutazione del Jobs Act? La valutazione è questa: si tratta di un provvedimento che, in fasi di bassa crescita dell’economia, non produce occupazione aggiuntiva, poiché i tassi di crescita dell’occupazione nel 2015 sono coerenti con quelli conseguiti in altre fasi storiche di crescita bassa, e quindi sono puramente ciclici e non legati alla normativa, ma in compenso produce pressioni verso il basso sul salario, impoverendo ulteriormente i lavoratori. E non lo abbiamo ancora visto all’opera in fasi recessive: c’è da sospettare che l’ulteriore destrutturazione dei diritti e delle tutele da esso prodotta non possa che aumentare la dimensione dell’emorragia occupazionale legata al ciclo negativo, amplificandone gli effetti sociali. Che dire? Un capolavoro. Ma se gli italiani sono contenti di farsi fregare, non possiamo che prenderne atto.

 

RICCARDO ACHILLI

 

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