Cosa è cambiato rispetto a qualche anno fa quando i nostri genitori non permettevano, attraverso divieti e vincoli, di passare intere giornate a vedere la televisione? Allora si pensava che ciò potesse allontanare i bambini (ma anche per gli adulti non era considerata cosa socialmente rispettabile) da una crescita sana sia in relazione al rapporto con la società, sia riguardo la trasmissione di valori etici che non era possibile delegare in toto all’apparecchio televisivo.

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Per questo motivo si selezionavano i programmi, si stabiliva un orario di accesso limitato alla visione della TV e si preferiva anche far fare i conti, nel naturale percorso di crescita con la noia, utile alla dimensione astrattiva della realtà e alla necessità di interloquire con altri esseri umani.

I divieti, le regole, i vincoli erano quindi posti per motivazioni ideologiche, in quanto si pensava che la costruzione di una buona società dovesse necessariamente avvenire attraverso un universo relazionale nel quale la costruzione dell’identità personale, di ogni singolo individuo doveva fare i conti con l’altro.

L’uomo è, si pensava, per sua natura, un essere sociale e la privazione di quella socialità preoccupava in quanto avrebbe potuto portare a deficit di crescita e di sviluppo autonomo per ciò che concerne l’autonomia di giudizio, la formazione di una personalità e una corretta trasmissione di valori, che era inimmaginabile pensare di delegare al di fuori della famiglia o della comunità di appartenenza (di classe, religiosa o di quartiere).

Oggi i termini del problema sono stati invertiti. Da quando si è fatta strada la cosiddetta ideologia della conoscenza e si è sviluppata la nostrasocietà dell’informazione tutto ciò che un tempo la comunità considerava un disvalore è passato nel campo del necessario o dell’ineluttabile ed anzi la continua connessione, l’accesso senza freni alla tecnologia avanzata sono diventati fenomeni descritti come un passo in avanti per tutta l’umanità, forieri di nuove conoscenze, di un allargamento della trasmissione culturale e dell’avvicinamento tra i popoli.

Ma la società dell’informazione, intesa qui come vera e propria ideologia, ha una genesi strettamente connessa con l’avanzata del capitalismo, in un primo momento per ciò che concerne lo sviluppo delle esigenze militari ed in un secondo momento, che si considera qui decisivo per quanto attiene alla presentazione della cosiddetta società virtuale come portatrice di nuovi valori universali, per le esigenze della finanza internazionale, la quale attraverso lo sviluppo dei computer e delle reti ha potuto accelerare la conquista di nuovi mercati a livello globale ed ha potuto controllare i flussi dei capitali ventiquattro ore al giorno.

Ciò spiega perché il capitalismo presenta oggi la continua connessione dell’essere umano alle reti informatiche globali come valore di conoscenza e spiega la stretta connessione esistente tra neo-capitalismo finanziario e sviluppo tecnologico. Con questo non si vuole dire che lo sviluppo tecnologico sia negativo in sé ma che esso si è sviluppato secondo i dettami ideologici del capitalismo e che ha assunto questa forma e questo indirizzo per scopi finanziari e commerciali.

Il sociologo americano Daniel Bell fu il primo studioso a comprendere che la connessione tra sviluppo dei computer ed ampliamento delle telecomunicazioni avrebbe portato a conseguenze sociali differenti dal passato e a mutazioni riguardanti lo sviluppo individuale poiché si sarebbe arrivati all’annullamento della distinzione tra l’elaborazione della conoscenza e la sua comunicazione.

La velocità delle informazioni, la globalità delle stesse, la connessione alle reti telematiche perpetua degli esseri umani, ha, difatti, spento la funzione critica dell’opinione pubblica che non ha più la possibilità di digerire l’enorme quantità di notizie ricevute e di conseguenza interpretarle ed ha sostituito l’autorità morale in grado di trasmettere valori e regole, cosicché le pressioni sociali sull’individuo arrivano oggi direttamente da strumenti in mano al capitale e che sono amplificate dalle nuove tecnologie.

La differenza rispetto al passato è che questo sistema di nuovi valori promossi dal capitalismo e veicolati dalla tecnologia ampliano il campo di controllo sull’individuo che viene sfruttato oggi non solo nel luogo di lavoro ma anche nel tempo libero. La promozione di valori aziendali e commerciali è dunque totalizzante ed il soggetto, ridotto ad un sostanziale isolamento, privo di quelle forme di resistenza che un tempo erano veicolate dalla struttura sociale di appartenenza, è portato ad identificarsi con la merce e con l’ideologia neo-capitalista.

Da un lato si promuove quella che un tempo veniva denominata “cultura aziendale” dove il soggetto è posto nelle condizioni di pensare a se stesso ed a difendersi da solo contro i rischi connessi con lo sviluppo capitalistico. Si promuove un’esistenza votata al continuo rinnovamento personale, alla flessibilità come pregio per affrontare i cambiamenti lavorativi, alla ricerca continua del profitto e del benessere materiale per arrivare a quella che Luciano Gallino ha denominato la società 7×24, dove attraverso “la flessibilizzazione di tutti i tempi sociali e l’organizzazione della società si chiede di assomigliare sempre più all’organizzazione di un’impresa”. Per cui gli obiettivi dell’azienda diventano anche gli obiettivi del lavoratore che si concepisce anch’esso flessibile, riduce gli spazi del tempo libero e si trova nelle condizioni di essere perennemente reperibile per arrivare a quello che viene definito il lavoro senza luogo o senza scrivania nel quale scompare la vecchia ritualità legata al tempo lavorativo ed allo spazio che diventa spazio indistinto.

Dall’altro attraverso il marketing e la pubblicità viene promossa un’esistenza votata alla piena realizzazione di sé, slegata da qualsiasi contesto sociale e di relazione con gli altri, elementi considerati inutili per la ricerca continua della felicità personale, se non in contesti momentanei e di unione su singole questioni di natura globale ma che vengono rese del tutto impolitiche (nel momento in cui non corrispondono ad una visione ideologica coerente) come l’inquinamento, il riscaldamento globale, i diritti civili.

In questo modo il potere capitalista ha vita facile nel condurre gli esseri umani verso i propri obiettivi, non solo nella facilità con cui propone modelli esistenziali e sociali conformi al proprio sviluppo ma anche nel dirottare il consenso politico verso organizzazioni che non mettono in discussione l’attuale status quo. Anche il dissenso è indirizzato verso movimenti che predicano il superamento del contrasto ideologico e che presuppongono un’accettazione acritica nei confronti del progresso, così come viene delineato dal capitalismo finanziario.

I cittadini, in un processo di continua identificazione con la merce e con i postulati ideologici del capitale si integrano nettamente con i proponimenti ideologici liberisti, anche se criticati in maniera superficiale, adottando un sistema di ragionamento per cui i vecchi contrasti politici sono ridotti a inutili orpelli novecenteschi e non funzionali ad una società in continuo movimento, efficiente, pragmatica e totalmente de-regolamentata.

Inoltre il capitale, attraverso il controllo diretto delle nuove tecnologie, sfrutta l’evidente paradosso secondo il quale si promuove da un lato la liberazione del soggetto da vincoli esterni, quali un tempo erano la famiglia, lo Stato, la classe sociale di appartenenza, le comunità religiose, mentre dall’altro omogeneizza i gusti, i bisogni, le aspirazioni degli individui, i quali si uniformano ai nuovi voleri del capitale per diventare una massa indistinta di soggetti spersonalizzati di fronte al mercato, unica forza ormai in grado di esercitare vere e proprie pressioni sociali. Con la conseguenza di sfiancare la capacità di organizzazione tra gli individui, i quali perdono coscienza di sé e non sono più in grado di riconoscere e di avere consapevolezza dei processi di sfruttamento del capitale, i quali ormai investono tutta l’esistenza e diventano elementi di una nuova e continua alienazione.

Appare evidente che anche le organizzazioni politiche hanno perso la loro funzione primaria consistente nel configurare una visione coerente della società e nel dotarsi di strumenti idonei per avviare la lotta politica, nel momento in cui al loro interno l’interesse personale, ormai elevato a valore, è diventato il motore agente principale dei dirigenti e dei quadri di partito per cui risulta impossibile difendere interessi collettivi.

In questa condizione l’uomo perde del tutto quella che Gramsci chiamava la consapevolezza del fine , fine oggi delineato come elemento aprioristico dalla tecnica e dalle nuove tecnologie e che si può riassumere nel desiderio di un continuo progresso che diventa valore in quanto tale, e che era considerata elemento imprescindibile per comporre quell’egemonia culturale in grado di contrastare le logiche di sfruttamento della società capitalistica.

Tutta la sinistra, in tutte le sue componenti da quelle che un tempo erano chiamate riformiste o socialdemocratiche a quelle che si atteggiano a radicali, ha subito un processo di osmosi con i dettami ideologici del neo-capitalismo.

Se da un lato le socialdemocrazie hanno scientemente rinunciato alle proprie funzioni storiche, e quindi di porre un argine ideale allo sviluppo capitalistico con gli strumenti di indirizzo politico di cui si erano dotate le nazioni moderne, assecondando una nuova visione della società senza classi ed omogenea e quindi appoggiando la nascita di tutte quelle strutture che funzionano da megafono culturale per lo sviluppo del capitalismo tecnologico e finanziario, dall’altro la sinistra radicale, dagli anni 60 in poi, da quando cioè ha posto anch’essa come condizione essenziale la liberazione del singolo individuo dai vincoli sociali per la propria lotta politica, ha appoggiato tutti gli elementi ideologici del neo-capitalismo, dalla de-strutturazione statuale alla de-regolamentazione economica, diventandone un alleato inconsapevole.

Con il risultato evidente di concorrere alla costruzione di quella che Marcuse definiva la società ad una dimensione (società senza opposizione) dove per mezzo di “un’euforia nel mezzo dell’infelicità, la maggior parte dei bisogni che oggi prevalgono, il bisogno di rilassarsi, di divertirsi, di comportarsi, di consumare in accordo con gli annunci pubblicitari, di amare e odiare ciò che gli altri amano ed odiano” sono ascrivibili alla categoria dei bisogni falsi, imposti all’individuo dall’alto per certificare la sua repressione.

FERDINANDO PASTORE

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