Sta sempre più prendendo piede l’idea che la diminuzione del lavoro sia una tendenza connaturata allo sviluppo tecnologico e che sia vano e insensato immaginare di contrastarla.

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Ma lo sviluppo tecnologico non lasciato alle pure leggi di mercato potrebbe essere utile per evitare (o limitare) una serie di lavori pesanti e ripetitivi senza per questo creare più disoccupati e povertà.

Se lo Stato non avesse perso la possibilità di svolgere politiche autonome e di segno antiliberista, potrebbe indirizzare l’economia verso obiettivi di equità e benessere sociale (per esempio ridurre l’orario e i ritmi di lavoro) con opportuni incentivi e disincentivi, all’interno di un quadro di regole definite. Inoltre potrebbe creare occupazione anche qualificata in settori attualmente trascurati (per la necessità di osservare i vincoli europei) quali la ricerca e l’ambiente.

L’edilizia pubblica (e anche quella privata con incentivi mirati) potrebbe essere indirizzata alla tutela e ristrutturazione del patrimonio già esistente, mentre attualmente l’edilizia pubblica ha le mani legate, mentre quella privata è lasciata libera di perseguire un continuo consumo di suolo, non potendo neanche evitare una crisi. ciclica.

E’ importante non confondere la robotizzazione con la globalizzazione. Quest’ultima induce a trasferire diversi generi di lavoro essenzialmente manuale in Paesi meno ricchi e tecnologicamente avanzati, ma a più alta intensità di sfruttamento della mano d’opera e delle risorse ambientali e quindi più competitivi economicamente.

Occorre anche considerare il ruolo svolto dalle istituzioni europee, per promuovere la globalizzazione liberista -e all’interno di questa la supremazia delle multinazionali e della finanza predatoria- attraverso la legislazione prodotta e la moneta unica. Anziché aggredire le cause, uscendo dall’Unione Europea e dai suoi vincoli asfissianti per poter mettere in atto politiche espansive e di tutela delle produzioni nazionali, le forze politiche italiane discutono sulla possibilità di dare un sussidio di povertà, chiamato reddito minimo o –in particolare nella proposta del M5Stelle– reddito di cittadinanza. Termine piuttosto improprio in quanto per reddito di cittadinanza si dovrebbe intendere un reddito universale, dato a tutti i cittadini, a prescindere da qualunque condizione reddituale.

È un’ipotesi teorica che ad oggi non è stata mai applicata, che perciò non prendiamo in considerazione. Dal momento che per dare a circa sessanta milioni di cittadini italiani cinquecento euro ( cifra immaginata da qualcuno), occorrerebbero 360 miliardi all’anno!

Quanto al reddito minimo, ritengo che questa misura sia sbagliata perché: assume come incontrovertibile la tendenza all’aumento della disoccupazione, di cui si propone solo di alleviare il sintomo più evidente, senza contrastarla; creerebbe una divisione e un potenziale conflitto di interessi tra occupati precari e sfruttati da un lato e disoccupati dall’altro; incentiverebbe il lavoro nero per necessità, fenomeno a cui sarebbe vano e ingiusto rispondere addirittura (come propone il M5Stelle) con la minaccia del carcere! Non si creerebbe, poi, alcun circolo virtuoso di aumento della domanda perché, a bilancio invariato (a causa dei noti vincoli europei), sposterebbe solo risorse finanziarie da un capitolo di spesa ad un altro.

In ogni caso se non usciamo dall’euro ogni eventuale aumento di spesa, volto per lo più all’acquisto di merci estere più competitive, va ad aumentare il deficit con l’estero, più che sviluppare l’economia nazionale. Nella proposta del M5Stelle viene detto che, parallelamente, verrebbero riqualificati e sviluppati in tutto il territorio i centri per l’impiego, al fine di gestire e controllare l’enorme mole di dati necessaria a determinare posizioni e diritti di chi richiede l’aiuto, calcolando le somme da erogare (il sussidio intero ai disoccupati, l’integrazione a chi percepisce sussidi o redditi inferiori e i relativi aumenti in base alla composizione dei nuclei familiari).

Stabilire connessioni digitali per gestire in modo appropriato il tutto non è affatto semplice. I centri per l’impiego rischiano di trasformarsi, anche a dispetto delle buone intenzioni, in carrozzoni burocratici, tutt’altro che al riparo da errori ed influenze clientelari, in grado di assorbire da soli una fetta rilevante delle risorse messe in campo. A chi fa notare che il reddito di cittadinanza costituisce una misura puramente assistenziale, si risponde che i Centri dovrebbero anche essere in grado di conoscere tutte le offerte di lavoro e di proporle agli assistiti incrociando opportunamente i requisiti di ognuno di loro con ciò che viene richiesto da chi offre lavoro. Questi, a loro volta, rifiutandone un certo numero (per il M5Stelle più di tre), perderanno il diritto a fruire del reddito.

Il fatto è che, anche se collegati telematicamente tra di loro e con tutto il resto, questi centri non potranno essere in grado di presentare tante offerte di lavoro, dal momento che queste continuano a diminuire. Alla fine gli assistiti dovranno accettare, come in Germania è avvenuto a seguito della riforma Hartz, qualunque lavoro sottopagato. E comunque in Italia, con la disoccupazione ben più alta e gli spazi finanziari minori, una misura di sostegno così generale sarebbe insostenibile.

I centri per l’impiego sarebbero pressati a rispettare gli impegni di bilancio e costretti a valutare in modo discrezionale quali richieste avrebbero diritto alla priorità, creando inevitabili disparità di trattamento. In mancanza di offerte di lavoro, sarebbero tenuti ad offrire (anzi ad imporre) corsi di formazione, che diventerebbero ancor più numerosi e più inutili di quelli che ora vengono attuati con il parziale cofinanziamento dei fondi europei. Si obietta che una misura del genere esiste in ogni Paese europeo, ma non si dice che l’entità dell’aiuto, le condizioni personali e familiari richieste e l’arco di tempo coperto sono differenti in ogni Paese. Specialmente in quelli dell’Europa del Sud si tratta di aiuti pressoché simbolici, molto più esigui e meno estesi nel tempo di quello che si vorrebbero predisporre in Italia da parte del M5Stelle.

Se accettiamo la continua riduzione della sfera economica produttiva e della spesa pubblica sociale causata dall’appartenenza alla UE, dovremo rassegnarci ad emigrare oppure ad accettare di essere sempre più sfruttati o implorare un’elemosina. E’ necessario invece richiedere la creazione di posti di lavoro dignitosi e necessari per la ricostruzione di un tessuto produttivo nazionale e dello Stato sociale che sta venendo progressivamente smantellato, nonché per il ripristino del nostro territorio e di un ambiente sano. Ma per far questo è indispensabile lottare per l’attuazione di un progetto politico che preveda l’uscita dall’euro e dall’Unione Europea, insieme alla negazione dei suoi dogmi liberisti, che stanno creando disperazione e miseria al punto tale da credere che il massimo a cui possiamo aspirare sia un misero sussidio di sopravvivenza.

LIDIA RIBOLI

Associazione Indipendenza

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