Se non vengono analizzate le radici, profonde o risalenti nel tempo, dell’attuale condizione del paese, si pongono le premesse per non arrestarne la marcata involuzione. Il presupposto da cui parto è che gli osservatori internazionali (non ultimi i tecnici della BCE) non abbiano alcun modo, per ora, di conoscerle. Né a ciò sarebbero tenuti, se non trapelano in alcuna maniera dal dibattito nazionale nel circuito dei mass media e nel web. Tra noi italiani sono solo argomenti di conciliaboli tra il carbonaro e l’esoterico; non hanno ancora meritato una seria presa in considerazione da parte delle forze politiche, del mondo della cultura in generale, degli operatori dell’informazione.

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Iniziamo dalla debolezza strutturale più “giovane”. Inserisco alcuni dati tratti dai rilevamenti ISTAT[1]:

Tavola 21.3 segue – Prezzi medi al consumo di alcuni prodotti del comparto alimentare – Anni 1861-2010 (a) (euro correnti)
 

ANNI

Pane

(Kg.)

Pasta

(Kg.)

Riso

(Kg.)

Patate

(Kg.)

Carne

bovina

(Kg.)

Carne suina

(Kg.)

Salame

(Kg.)

Uova

(pezzo )

1999 2,03691 1,19921 1,91347 0,67914 11,08420 7,35590 14,85175 0,15494
2000 2,07254 1,21677 1,93361 0,64712 11,33261 7,52219 14,99481 0,15959
2001 2,13658 1,23433 1,96615 0,72924 11,54436 8,68164 15,41675 0,16423
2002 (b) 2,22 1,25 2,01 0,79 12,09 8,66 15,88 0,17
 

ANNI

Latte

(litro )

Burro

(Kg.)

Lardo

(Kg.)

Olio extra vergine

d’oliva (litro )

Olio di oliva

(litro )

Vino

(litro )

Caffè

tostato (Kg.)

Zucchero

(Kg.)

1999 1,07939 6,89780 …. 4,68220 3,84605 1,68881 9,89325 1,00038
2000 1,10573 6,96855 …. 4,69666 3,91578 1,71154 9,83179 0,99005
2001 1,16616 7,06255 …. 4,56290 3,80371 1,73375 9,61953 0,99728
2002 (b) 1,21 7,17 …. 4,63 3,83 1,77 9,74 1,01

(a) Per gli anni dal 1943 in poi sono stati considerati, per i prodotti alimentari, i prezzi di libero mercato, mentre per gli anni precedenti al periodo bellico sono stati considerati i prezzi legali. Per alcuni generi (cioè per il pane e la pasta dal 1944 al 1949, e per l’olio e lo zucchero dal 1944 al 1950), i prezzi rappresentano la media tra prezzi legali e prezzi di libero mercato, ponderati in base alle quantità vendute nei due diversi mercati.

(b) Dal 2002 i prezzi sono espressi nella valuta in corso legale (euro) e pertanto vengono utilizzati due decimali. Fino al 2001 sono espressi in euro convertiti da lire. Nella conversione si è dovuto utilizzare un numero maggiore di decimali per non perdere nell’arrotondamento i prezzi espressi in centesimi di lire negli anni iniziali della serie.

Concentro l’attenzione su latte e carne. Secondo questa tabella, il prezzo medio al consumo di un litro di latte nell’anno 2001 sarebbe stato di euro 1,16616, in lire 2.258,00[2]. Bastano occhi e memoria per capire che questi non sono i reali prezzi del latte in lire nel 2001: personalmente acquistavo 1 litro di latte a lunga conservazione (Granarolo o COOP) a meno di 800 lire, ed il latte fresco (Latte Sano, Cisternino o COOP) a 1.200-1.300 lire (prezzi rilevati in un’area che comprende la zona sud di Roma ed il nord dell’Agro Pontino).

Ma per smentire l’ISTAT con fonti più autorevoli del ricordo personale e/o comune, ci si può affidare all’Ismea, all’Osservatorio sul Mercato dei prodotti lattiero-caseari ed alla rivista «Agrisole».

Da “Filiera latte” della prima[3] si viene a conoscenza del prezzo medio al consumo di un litro di latte nell’anno 2000, cioè lire 1.782; in “Annuario del latte” del secondo[4] tale prezzo scende a lire 1.754; mentre secondo l’ISTAT sarebbe costato euro 1,10 (cioè lire 2.129,90), oltre il 21,43% in più.

Da “Filiera carni” di «Agrisole»[5] possiamo conoscere il prezzo al consumo della carne bovina al chilogrammo nel 1999, di lire 15.032, mentre secondo l’ISTAT sarebbe stato di euro 11,08 (cioè lire 21.453,87), oltre il 30% in più. Analoga generosa sovrastima si ripete per la carne suina e per il salame.

Quelli divulgati sono prezzi che non sono mai esistiti. É lampante come l’ISTAT abbia esercitato una azione di copertura, anche goffa se vogliamo, perché ha provato a confondere le idee riconvertendo tutti i dati delle sue rilevazioni sin dal 1861 in euro. Posso capire il senso di tale conversione postuma, da un punto di vista di ricerca, ma sarebbe lecito se contemporaneamente non venisse oscurato il dato reale della rilevazione espressa in lire.

Ma ancora potrebbe sfuggire la ragione ultima di questa azione. Può essere assai illuminante tornare ai dati ISTAT, questa volta espressi con euro in valore del 2010.

Tavola 21.4 segue – Prezzi medi al consumo di alcuni prodotti del comparto alimentare – Anni 1861-2010 (a) (b) (euro in valore del 2010)
 

ANNI

Pane

(Kg.)

Pasta

(Kg.)

Riso

(Kg.)

Patate

(Kg.)

Carne

bovina

(Kg.)

Carne suina

(Kg.)

Salame

(Kg.)

Uova

(pezzo )

1999 2,56 1,51 2,40 0,85 13,92 9,24 18,66 0,19
2000 2,54 1,49 2,37 0,79 13,88 9,21 18,37 0,20
2001 2,55 1,47 2,35 0,87 13,77 10,36 18,39 0,20
2002 2,59 1,46 2,34 0,92 14,08 10,08 18,49 0,20
2003 2,58 1,42 2,31 0,90 14,24 9,88 18,39 0,20
2004 2,61 1,37 2,28 0,95 14,18 9,60 18,02 0,20
2005 2,58 1,29 2,19 0,82 14,23 9,25 17,67 0,20
2006 2,57 1,27 2,15 0,90 14,58 9,38 17,61 0,20
2007 2,69 1,30 2,17 1,01 14,90 9,29 17,71 0,20
2008 2,81 1,60 2,21 0,97 15,19 9,05 17,57 0,21
2009 2,80 1,65 2,39 0,94 15,28 9,00 17,83 0,21
2010 2,69 1,57 2,43 0,89 15,28 8,52 17,49 0,22
Tavola 21.4  segue – Prezzi medi al consumo di alcuni prodotti del comparto alimentare – Anni 1861-2010 (a) (b) (euro in valore del 2010)
 

ANNI

Latte

(litro )

Burro

(Kg.)

Lardo

(Kg.)

Olio extra vergine d’oliva (litro ) Olio di oliva

(litro )

Vino

(litro )

Caffè tostato (Kg.) Zucchero

(Kg.)

1999 1,36 8,66 …. 5,88 4,83 2,12 12,43 1,26
2000 1,35 8,54 …. 5,75 4,80 2,10 12,04 1,21
2001 1,39 8,42 …. 5,44 4,54 2,07 11,47 1,19
2002 1,41 8,35 …. 5,39 4,46 2,06 11,34 1,18
2003 1,40 8,14 …. 5,31 4,36 2,03 10,68 1,15
2004 1,38 7,96 …. 5,35 4,41 2,03 10,24 1,14
2005 1,37 7,67 …. 5,28 4,44 1,90 9,97 1,11
2006 1,35 7,46 …. 6,01 5,23 1,82 9,79 1,06
2007 1,36 7,51 …. 5,99 5,23 1,80 9,75 1,04
2008 1,44 8,28 …. 5,73 4,95 1,78 9,84 1,00
2009 1,44 7,99 …. 5,57 4,72 1,79 10,04 0,97
2010 1,42 8,10 …. 5,21 4,51 1,81 9,67 0,96

(a) Per gli anni dal 1943 in poi sono stati considerati, per i prodotti alimentari, i prezzi di libero mercato, mentre per gli anni precedenti al periodo bellico sono stati considerati i prezzi legali. Per alcuni generi (cioè per il pane e la pasta dal 1944 al 1949, e per l’olio e lo zucchero dal 1944 al 1950), i prezzi rappresentano la media tra prezzi legali e prezzi di libero mercato, ponderati in base alle quantità vendute nei due diversi mercati.

(b) I coefficienti per la rivalutazione dei prezzi medi, relativi ai diversi anni considerati, sono quelli riportati nella tavola 21.6. Si ricorda che tali coefficienti sono calcolati sulla base all’andamento dell’indice generale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (si veda la nota in calce alla tavola richiamata) e non della dinamica di prezzo dei singoli prodotti ai quali essi si applicano.

Rivediamo gli stessi prezzi confrontandoli questa volta con quelli rivalutati dal nostro Istituto[6]:

  1. Secondo “Annuario del latte” il prezzo del latte al litro nel 2000 era di lire 1.754, secondo l’ISTAT sarebbe stato di euro 1,35 (cioè lire 2.613,96), oltre il 49% in più.
  2. Secondo “Filiera carni” il prezzo della carne bovina al chilogrammo nel 1999 era di lire 15.032, secondo l’ISTAT sarebbe stato di euro 13,92 (cioè lire 26.952,88), oltre il 79,39% in più.

L’entità dell’ulteriore incremento del valore dei dati rilevati parla da solo e non può essere minimamente giustificato dai tassi di inflazione rilevata, succedutisi nei vari anni.

Mi faccio nuovamente trascinare dai ricordi comuni, e mi sento più che legittimato a farlo dato il non commendevole operato dell’Ente di ricerca pubblico (produttore di statistica ufficiale a supporto dei cittadini e dei decisori pubblici). Ho già detto che pagavo un litro di latte fresco parzialmente scremato tra 1.200 e 1.300 lire, arrivo anche a dire che potevo pagare fino a 1.600 per qualche latte particolare (biologico, con aggiunta di omega 3, ecc.). Nel 2011, nel supermercato CONAD sotto casa, pago lo stesso banale litro di latte fresco parzialmente scremato 1.64 euro (Centrale del latte di Roma o Latte Sano).

Allargo il cerchio: nel 2001 un cd musicale costava 20-30 mila lire, una piccola automobile utilitaria 8-9 milioni di lire, una pizza margherita al tavolo 5-6 mila lire. Nel gennaio 2002 (o giù di lì), come d’incanto, le stesse cose sono costate più o meno la stessa cifra numerica, essendosi spostata di tre posizioni verso sinistra la virgola, e chiamandosi diversamente la moneta.

Quindi, se l’ISTAT ha così virtuosamente rielaborato i dati reali[7], possiamo ben capire che né la nostra Banca centrale, né alcuna forza politica, né alcun esponente sindacale abbiano detto qualcosa di preciso in proposito. Aggiungo che poterli capire, non li giustifica né assolve, giacché anche loro hanno vissuto queste vicende come consumatori.

Riassumiamo quello che è accaduto e traiamone qualche considerazione.

Il cambio lira/euro era stato fissato a lire 1.936,27 per 1 euro.

Dal 1° gennaio al 31 marzo 2002 vi è stata la circolazione comune di lira ed euro, prezzi espressi in entrambe le monete. E già in quel breve periodo, anche magari attraverso l’esposizione dei due prezzi in formato grafico di differente dimensione, si è proceduto ad un graduale ed inesorabile aggiustamento del cambio interno. Tale processo è stato perfezionato nei mesi successivi alla definitiva uscita di scena della nostra liretta. Debbo precisare subito che non vagheggio alcun ritorno a quella moneta, mi preme semplicemente rilevare la modalità del passaggio alla moneta unica, perché in tale modalità consiste la prima, più recente, grave debolezza strutturale del nostro sistema economico.

Tale aggiustamento non è certamente consistito in alcuno dei fenomeni indagati con dovizia da preziosi contributi dottrinari del personale dei due summenzionati istituti[8]. Bensì, più pianamente, banalmente, furbescamente, si è aggiustato il cambio interno portandolo gradualmente a lire 1.000 per 1 euro, fidando che il mantenere inalterata la sequenza numerica avrebbe tranquillizzato il consumatore frodato. Infatti, al di sotto dell’apparenza, i nuovi prezzi in euro, se si dovessero esprimere nel loro controvalore in lire applicando – questa volta – il tasso di conversione ufficiale, danno – nella ipotesi ottimistica – il risultato di una crescita secca del 93,63%. Questo è stato il reale tasso di inflazione nel 2002, che deve essere aggiunto ai tassi ufficiali misurati dal 2002 ad oggi.

Ho parlato di cambio interno, perché, a rigore, nei confronti dei mercati esteri (europei e fuori della UE) non vi è stata variazione di sorta, alcun apprezzamento (né poteva esservene) o, meglio, alcuna rivalutazione in extremis dei rapporti di cambio stabiliti. Negli scambi tra privati e/o enti pubblici Italia-Francia, piuttosto che Italia-Brasile, il cambio è stato ed è rimasto quello fissato dopo difficili trattative dall’allora Governo. Questa la semplice ragione per cui gli osservatori internazionali non sono tenuti a conoscere la prima debolezza strutturale.

Ma cosa ha significato in concreto tale furbata all’italiana? Potrebbe rispondersi che se i prezzi dei beni e servizi sono stati tutti traslati uniformemente più in alto del doppio, non vi è alcuna variazione sostanziale[9]. Questo può essere vero solo in un caso di scuola: il commerciante/intermediario, senza alcun dipendente, che rivenda beni e servizi acquisiti entro i confini del mercato nazionale (che sono quelli entro i quali si sono raddoppiati i prezzi). Solo in questo caso la furbata dà somma zero. Ma nella miriade degli altri casi, si è assistito e si continua ad assistere perché il fenomeno è presente e continuo, ad un indebito trasferimento del reddito, della ricchezza, dai percettori di reddito fisso (unico caso per il quale è valso il cambio ufficiale, oltre a quello delle imposte di bollo e di molti servizi amministrati direttamente dallo Stato, e forse dei libri) a beneficio di tutte le altre tipologie del lavoro, delle professioni, dell’impresa, del commercio.

Mi spiego meglio: un imprenditore/commerciante/intermediario, che trasformi/commercializzi semilavorati/merci/servizi importati, può approfittare a piene mani del raddoppio del prezzo finale che è avvenuto entro il mercato italiano. D’altra parte lo stesso operatore (e qui si possono aggiungere anche il liberi professionisti) può lucrare ulteriormente per il fatto che paga i suoi dipendenti non il salario derivato dal cambio reale 1.000/1 bensì da quello ufficiale 1.936,27/1. Tutto ciò la dice lunga sulla credibilità delle rappresentanze sindacali delle imprese, del commercio e del lavoro autonomo. In questi 10 anni stanno pagando stipendi dei lori dipendenti ridotti della metà, ed ancora si sente dire che la competitività del sistema Italia è frenata dall’alto costo del lavoro! Ma se anche fosse vero che i contributi sul lavoro sono alti (e ciò non è, se li compariamo a quelli delle democrazie evolute), resta la sostanza che la metà dello stipendio che veniva percepito nel 2001, che dal 2002 resta nelle mani del datore di lavoro, compensa ampiamente la tassazione. Tale dimezzamento dei salari è un furto istituzionalizzato al lavoro dipendente.

Ponendosi dal punto di osservazione del percettore di reddito fisso (dipendente pubblico e privato), che è rimasto al palo rispetto al raddoppio generalizzato dei prezzi di beni e servizi, cosa se ne può desumere. Il suo stipendio ha visto perdere la metà della sua capacità di acquisto; solo per lui l’inflazione reale nel fatidico anno 2002 è stata quasi del 100%. Ed essa continua a condizionare la sua capacità di spesa.

Ed è qui che entra in gioco la macroeconomia. Se infatti si trattasse solo (e comunque non sarebbe poco!) della mera tutela della capacità di acquisto delle retribuzioni fisse, sarebbe un problema etico e sociale di giustizia redistributiva. Ma si tratta, e qui si può toccare con mano come etica ed economia vadano a braccetto, soprattutto di un problema economico, perché tale nuova situazione mina dal 2002 la stessa efficienza del mercato interno di beni e servizi.

È di tutta evidenza come la perdita della metà della capacità di spesa di una significativa fetta della società, della grande maggioranza dei contribuenti (qui c’è un punto di contatto con la seconda debolezza strutturale, la più “antica”, che vedremo a breve), abbia le sue drammatiche ricadute sulla capacità del mercato di assorbire le merci prodotte ed i servizi offerti.

Quindi, a parte i più grandi e scaltri gruppi economici, possiamo ben vedere che la suddetta furbata all’italiana, abbia causato un sostanziale arresto della crescita del sistema economico, per una situazione di paradossale sovrapproduzione, e di offerta di servizi invenduti.

Eppure viene ripetuto, dal fior fiore dei commentatori e/o economisti, che la crisi passerà quando si ritornerà a crescere, che la stessa crisi è causata dalla mancanza di fiducia… Ma se è la crescita della domanda interna che dà alimento al sistema economico, generando indirettamente l’aumento della produttività!

Gli strumenti per restituire nella busta paga netta dei lavoratori dipendenti il valore reale loro criminalmente sottratto sono diversi. Alcuni più problematici, altri meno.

Ma l’obiettivo rivoluzionario di riportare i salari netti al valore del 2001 non può essere perseguito con sensibili risultati concreti, senza affrontare contestualmente anche la seconda grave debolezza strutturale del paese. Alcune constatazioni da The Economist del 1947[10] testimoniano il suo carattere risalente: «It is notorious that the whole fiscal system requires revision, and that the wealthier classes habitually evade taxation; it is also widely believed that exporters are leaving a part of their profits abroad».

Sono noti i dati del gettito fiscale che si susseguono nei vari anni[11]. Tralasciando le voci che interessano trasversalmente i ceti professionali (imposte indirette ed autoliquidazione[12]), le una tantum (per 7.283 milioni di euro nel 2009, 3.382 nel 2010), l’imposta straordinaria nota come “scudo fiscale” (per 3.816 milioni di euro nel 2009 e 643 nel 2010), valutiamo i dati relativi alle entrate tributarie erariali del 2009 e 2010[13] con specifico riferimento alle diverse componenti delle imposte dirette:

L’IRE ha generato entrate per, rispettivamente, 157.449 e 164.757 milioni di euro:

  • Ritenute sui redditi dei dipendenti del settore privato, rispettivamente, 62.627 e 63.775 milioni di euro;
  • Ritenute sui redditi dei dipendenti del settore pubblico, rispettivamente, 58.823 e 61.994 milioni di euro;
  • Ritenute sui redditi dei lavoratori autonomi, rispettivamente, 13.456 e 13.570 milioni di euro.

L’IRES presenta un gettito di, rispettivamente, 37.196 e 37.012 milioni di euro.

L’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi nonché ritenute sugli interessi e altri redditi di capitale ha generato entrate per, rispettivamente, 12.248 e 6.277 milioni di euro.

Nel 2009, sono stati trattenuti ai lavoratori dipendenti ben 121.450 milioni di euro; dalle altre categorie professionali (anche considerando l’imposta sostitutiva loro appannaggio) sono affluiti solo 62.900 milioni di euro. Nel 2010, sono stati trattenuti ai lavoratori dipendenti ben 125.769 milioni di euro; dalle altre categorie professionali (anche considerando l’imposta sostitutiva loro appannaggio) sono affluiti solo 56.859 milioni di euro.

Quindi anche con l’aiutino dell’attribuire esclusivamente a loro l’intera imposta sostitutiva, tutte le altre categorie avrebbero contribuito solo per il 34,11% nel 2009, e solo per il 31,13% nel 2010[14].

In questo paese la grande maggioranza delle risorse arriva alle casse dello Stato dai lavoratori dipendenti (pubblici e privati) e dai pensionati: 65,88% nel 2009 ed il 68,86% nel 2010[15]. Si potrebbe pensare che questa è la classe (il ceto) agiata/o di un paese in cui i professionisti ed in generale i lavoratori autonomi vivono in dignitosa povertà; ed invece, basta uscire per le strade, andare in giro tra le città e le campagne, e si possono vedere innumerevoli auto, case e ville assai costose. Chi ne è il proprietario? Non si sa; pare, qualche volta, che siano beni funzionali di qualche impresa.

L’acquisizione delle risorse assume un ruolo centrale, oltre come fonte per la redistribuzione della ricchezza attraverso i servizi dello Stato sociale, anche come precondizione per il mantenimento dello Stato di diritto e per l’azione politica per la risoluzione dei problemi. Bisogna ripensare il sistema tributario, sia introducendo il sistema delle detrazioni statunitense, sia passando ad una imposizione automatica sul reddito, ancorando quest’ultima a dati di fatto economicamente incontrovertibili: i beni materiali (mobili ed immobili), i flussi di denaro su conto corrente, le spese con carta di credito ed i patrimoni finanziari.

Tale accertamento scientifico si ottiene semplicemente:

  1. incrociando e cumulando le banche dati, cartacee ed elettroniche, già esistenti (quelle sui beni mobili registrati, sugli immobili) e creando un’anagrafe fiscale elettronica presso l’Agenzia delle Entrate alimentata da esse;
  2. arricchendo le fonti che alimentino tale anagrafe: per esempio, facendo in modo che gli istituti di credito, le società finanziarie e le società che gestiscono carte di credito, che operino con chiunque in territorio italiano, ovvero all’estero con cittadini italiani (ancorché non residenti in Italia), comunichino mensilmente i dati relativi alla situazione economica dei loro clienti (flussi di denaro in genere, negoziazioni finanziarie, contratti su beni, movimenti di conto); che taluni operatori del commercio (concessionarie di automobili, agenzie di intermediazione immobiliare) e taluni operatori del diritto (notai, avvocati) comunichino i dati e gli importi relativi ai contratti (anche preliminari) appena stipulati dai loro clienti nel territorio del paese (siano essi cittadini italiani o meno), ovvero all’estero da cittadini italiani (ancorché non residenti in Italia).

Ciò che conta è che non si deve più lasciare al singolo (persona fisica o giuridica) la dichiarazione, troppo spesso graziosa, del reddito prodotto nel corso dell’anno, ma lo si deve accertare d’autorità sulla base dei beni (in senso generale ed atecnico) che sono nella sua disponibilità nell’arco dell’anno. Questa sarebbe la vera liberalizzazione di cui l’Italia ha bisogno: un italiano emigrato negli Stati Uniti negli anni ’80 del secolo scorso, si è arricchito con il suo lavoro[16], aprendo una pizzeria (al taglio e da asporto), pagando sino all’ultimo centesimo di dollaro le tasse, e non invece frodando il prossimo e lo Stato (che non solo è il prossimo, ma ognuno di noi).

Sarebbe possibile rendere il sistema economico italiano assai simile a quello statunitense (e delle democrazie evolute del nord Europa), semplicemente liberandolo dei meccanismi di privilegio, che imbrigliano ingenti quote della ricchezza nazionale nelle remunerazioni e nei costi delle varie corporazioni di lavoratori non dipendenti, remunerazioni alte ed immotivate che si riverberano sui costi di produzione e distribuzione, rendendo il nostro sistema economico non competitivo (evitando di entrare nel merito delle varie tariffe professionali, basti citare la situazione del Land tedesco Baden-Württenberg, dove esiste un notaio-pubblico funzionario[17]). Questa rivoluzione copernicana basterebbe a risanare le casse dello Stato (dandogli le stesse risorse di cui dispongono le serie democrazie del Nord Europa, in cui si raggiungono aliquote di tassazione superiori al 50% della ricchezza prodotta dai singoli contribuenti), e darebbe maggiore competitività alle imprese che non invece la miope precarizzazione dei rapporti di lavoro dipendente al fine di taglieggiarne i già bassi salari, con conseguenze negative sul lato della domanda di beni e sevizi, e quindi sulla produttività.

Si potrebbe obiettare che le aliquote della tassazione sono già assai vicine al 50%, che con la trasmissione dei dati bancari (ecc.) si ucciderebbe la libertà di impresa con uno Stato che fa inquisizione fiscale. Ma tali accuse sarebbero assolutamente infondate, perché le supposte alte aliquote (che non sono tali, se le compariamo a quelle delle democrazie evolute) si riducono a valori assoluti insignificanti se l’accertamento della base imponibile è lasciato – nell’attuale situazione – allo stesso soggetto del tributo. La seconda accusa, poi, sembra essere assai antistorica, vista l’attuale linea del Ministero dell’Economia e Finanze[18].

La giustizia tributaria (l’articolo 53,2 Cost. parla di “progressività”), non è solo una precondizione per il buon funzionamento del sistema economico, per via della sua funzione (attraverso la redistribuzione delle risorse ai molti) di creazione di diffusa domanda di beni e servizi, ma è anche precondizione per una corretta erogazione delle prestazioni dello stato sociale: giacché le dichiarazioni dei redditi rese all’Erario costituiscono anche le graduatorie per fruire (più o meno a pagamento) delle tutele sociali (es.: sanità e scuola). Se sono falsati i dati di partenza, accade che il figlio di un insegnate di scuola media inferiore, il cui reddito è esattamente conosciuto dallo Stato, si trovi in cima alla lista dei ricchi, e si veda preferire i figli di famiglie facoltose, sconosciute o semisconosciute al Fisco.

Precipuamente nella giustizia tributaria trova inveramento quanto afferma l’articolo 2 Cost.: “La Repubblica […] richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

DOMENICO ARGONDIZZO

già in nuovatlantide: Su alcuni profili della crisi italiana changeover lira-euro evasione-fiscale

vedi anche l’articolo pubblicato su mondoperaio: I furbetti del change-over.pdf

[1] Fonte: Direzione generale del lavoro (fino al 1925); Istat (dal 1926), Rilevazione dei prezzi al consumo:

http://seriestoriche.istat.it/index.php?id=7&user_100ind_pi1[id_pagina]=70&cHash=468e508f3b1982a1c919b740b8f13d66

[2] Come mi è stato confermato dall’Ufficio Stampa Istat, con una mail da me ricevuta il 29 settembre 2011.

[3] Filiera latte, ISMEA, luglio 2001, p. 79.

[4] Annuario del Latte – edizione 2001, Osservatorio sul Mercato dei prodotti lattiero-caseari, Associazione italiana allevatori, Università cattolica del Sacro Cuore, Franco Angeli editore, 2001, p. 297.

[5] Filiera carni, «Agrisole», Il Sole 24 ore, supplemento, luglio 2000, p. 80, 85.

[6] L’Istituto, in calce al documento, si premura di ricordare che i coefficienti per la rivalutazione dei prezzi medi sono calcolati sulla base dell’andamento dell’indice generale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, e non della dinamica di prezzo dei singoli prodotti ai quali essi si applicano. Ma tale indicazione è del tutto ininfluente agli scopi della nostra indagine, che non ha a cuore le dinamiche dei prezzi dei singoli prodotti, bensì l’affidabilità del complessivo sistema di monitoraggio dei prezzi, in un passaggio epocale del nostro sistema economico quale è stato quello del cambio della moneta.

[7] E continua a farlo, sottostimando i prezzi del presente ed accrescendo quelli del passato, pur di ottenere quelle belle e dritte linee di crescita dei prezzi al consumo, che potranno essere di utilità per gli studiosi di negromanzie monetarie, ma che hanno corrispondenza pari allo zero rispetto ai suoi scopi istituzionali.

[8] Arrotondamenti, prezzi psicologici, prezzi frazionali, prezzi esatti, prezzi attraenti, ed altre amenità.

[9] Tanto più che tale inflazione non è stata neppure rilevata da chi poteva e doveva farlo.

[10] Work and Politics in Italy, 10 maggio 1947.

[11] http://www.finanze.gov.it/export/finanze/Per_conoscere_il_fisco/studi_statistiche/entrate_tributarie/index.htm.

[12] Gettito derivante dall’operazione tecnico-contabile mediante la quale il contribuente procede al calcolo dell’imposta dovuta a titolo di acconto e di saldo per l’anno di riferimento. Corrisponde alla somma delle due componenti del saldo e dell’acconto dell’IRE e dell’IRES.

[13] Tratti dai Bollettini Entrate Tributarie n. 94 (gennaio 2010) e 106 (marzo 2011).

[14] Per le entrate erariali dirette, al netto delle una tantum, dello “scudo fiscale” e dell’autoliquidazione. Ci è sembrato assai poco rispettoso delle summenzionate categorie considerare come loro contributo, per i due anni fiscali in considerazione, gli introiti provenienti all’Erario dal rimpatrio o dalla regolarizzazione delle attività finanziarie e patrimoniali detenute all’estero. Comunque, anche se appare assai verosimile che sia, anche questa, una voce di loro esclusivo appannaggio, essa risulta assai poco significativa in valore assoluto ed in valore percentuale.

[15] Sempre, per le entrate erariali dirette, al netto delle una tantum, dello “scudo fiscale” e dell’autoliquidazione.

[16] È divenuto proprietario di diverse case a NY, ha fatto studiare i due figli, ha comprato diverse automobili, una villa in Florida, ecc.

[17] Nel distretto territoriale della Corte d’appello di Karlsruhe, ad esempio, la funzione notarile è esercitata dai giudici.

http://www.bnotk.de.

[18] Addio al segreto Bancario e nessuno se n’è accorto, intervista al ministro Tremonti, in «Avvenire», 8 ottobre 2011.

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